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 2007  giugno 22 Venerdì calendario

ENRICO FRANCESCHINI

Eroe romantico per antonomasia, rivoluzionario e ribelle, santo laico, simbolo dell´unità d´Italia, leggenda internazionale. C´è ancora qualcosa da aggiungere al ritratto di Giuseppe Garibaldi, iconica figura sul piedistallo di ogni piazza italiana, in occasione del bicentenario della nascita? Ebbene sì: oltre a tutto ciò, l´Eroe dei Due Mondi fu anche un incrocio tra Che Guevara e Bill Clinton, il primo Grande Comunicatore globale dell´Ottocento, un politico "naturale" capace di usare gli stessi trucchi "mediatici" a cui fanno ricorso i migliori leader odierni. A sostenerlo, in un libro pubblicato in questi giorni da Laterza, Garibaldi. L´invenzione di un eroe, è Lucy Riall, storica di origine irlandese, uscita dalla London School of Economics e da Cambridge, docente di Storia dell´Europa moderna al Birkbeck College di Londra, autrice di apprezzate opere sul nostro Risorgimento.
Su Garibaldi esiste una vasta letteratura. C´era bisogno di un altro libro?
«Quasi tutti quelli scritti in precedenza sono "per" o "contro" Garibaldi, ovvero ne abbracciano totalmente il mito o si propongono di distruggerlo. Il mio approccio è diverso. Volevo comprendere la fama di Garibaldi, analizzandone origini e conseguenze. La mia tesi è che c´era una strategia politica dietro la creazione del culto di Garibaldi, il cui obiettivo era comunicare un´idea di Italia fino ad allora circolata soltanto in letteratura, nella musica, nelle arti visive o trai circoli clandestini dei cospiratori. Il mio libro è differente dagli altri anche perché cerca di esplorare l´impatto globale della storia di Garibaldi. E la mia conclusione è che uno studio del mito di Garibaldi può dirci molto sulla forza e sulle debolezze dell´idea dell´Italia come nazione».
E quale è stata la sua scoperta più rilevante?
«La mia ricerca conferma il ruolo chiave di Giuseppe Mazzini nel promuovere l´immagine di Garibaldi; ma rivela che lo stesso Garibaldi fu uno scaltro regista di sé. Non era affatto l´umile ingenuo descritto dai suoi contemporanei e da alcuni storici. La sua carriera politica ebbe più successo di quanto generalmente si ritiene. E a livello privato, lo studio della sua corrispondenza suggerisce che la sua reputazione di seduttore era pienamente giustificata: un´area della sua vita rimasta relativamente segreta sono le numerose relazioni simultanee di Garibaldi con un nutrito gruppo di ammiratrici».
Davvero Garibaldi è stato un "grande comunicatore" ante-litteram, nello stile di Bill Clinton?
«Gli abili manipolatori della propria immagine abbondano, nell´Ottocento, da Napoleone alla regina Vittoria. Ciò che rende Garibaldi il primo autentico eroe globale è la sua popolarità internazionale: fu veramente l´eroe "dei due mondi". Comprese inoltre che, nell´opinione pubblica allargata creata dalla stampa, niente aveva successo come il tocco personale, umanizzante. Garibaldi fu un pioniere, con oltre cent´anni d´anticipo, dello stile di rilassata confidenza che i commentatori odierni associano a politici istintivi come Clinton».
A proposito di manipolazioni, ritiene che il suo eroismo in battaglia e il suo contributo all´unificazione d´Italia fossero reali o in parte deformati dalle sue qualità di showman?
«La campagna in Sicilia fu un trionfo di strategia militare. La sua capacità come leader di uomini in battaglia è senza uguali. E il suo coraggio innegabile: a Milazzo, appiedato e armato solo di spada, respinse quasi da solo una carica della cavalleria borbonica. Quanto al contributo all´unificazione italiana, fece non pochi errori nel 1859-´60, ma la sua incessante attività tenne viva la questione nazionale quando la maggior parte d´Europa voleva seppellirla. Ebbe una funzione vitale come simbolo di una nuova Italia. E per gli europei che seguivano le sue imprese sui giornali, rappresentò tutto quanto appariva giusto, eroico e poetico nella lotta per l´indipendenza dell´Italia, aiutando a mobilitare l´opinione pubblica internazionale in tal senso».
Perché a un certo punto lo paragona a Che Guevara?
«Erano entrambi leader guerriglieri, belli, affascinanti, rivoluzionari, con un richiamo internazionale. Per molti italiani degli anni ´60 e ´70, il Che sostituì proprio Garibaldi come eroe preferito. Tutti e due sono stati comandanti militari di successo, le cui vite furono mitizzate per fini politici».
Pensa che alla fine del suo libro i lettori guarderanno a Garibaldi con maggiore o minore simpatia di prima? E lei, dopo averlo scritto, cosa prova per il generale?
«Io provo ammirazione e rispetto. Come storico, non mi sono mai divertita tanto a scrivere un libro e spero di trasmettere questa sensazione a chi lo legge. Ma soprattutto vorrei che i lettori prendessero Garibaldi sul serio, comprendendo meglio la grande abilità politica da lui impiegata per produrre un´immagine che ha cambiato la mappa d´Europa».
Ultimamente molti eroi storici vengono trasformati in eroi cinematografici, basti pensare ad Achille e Alessandro il Grande: ci sono già stati svariati film su Garibaldi, specie in Italia, ma crede che ora anche Hollywood potrebbe interessarsi di lui? E chi vedrebbe a interpretarlo sullo schermo?
«Tutto il Risorgimento sembra un film melodrammatico, con eroi, traditori, belle donne, violenza, tragedia e lieto fine. Personalmente, tuttavia, mi dispiacerebbe vedere Garibaldi in versione hollywoodiana. Molto meglio affidare il suo mito a un regista latinoamericano. E come attore per la sua parte, non ho dubbi: Gael Garcia Bernal».
L´interprete di Che Guevara, per aggiungere un´altra similitudine.