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 2007  giugno 22 Venerdì calendario

Comincia il 4 luglio un assalto garibaldino a Garibaldi che, a duecento anni dalla nascita, è l´archetipo nazionale dell´uomo d´azione, l´idea italiana del "qui ci vuole un uomo", non importa se mezzo vero e mezzo finto, se autocelebrativo, declamatorio ed anche un po´ ridicolo, perché "l´uomo della provvidenza" in Italia lo è sempre: eroe comico e tragico

Comincia il 4 luglio un assalto garibaldino a Garibaldi che, a duecento anni dalla nascita, è l´archetipo nazionale dell´uomo d´azione, l´idea italiana del "qui ci vuole un uomo", non importa se mezzo vero e mezzo finto, se autocelebrativo, declamatorio ed anche un po´ ridicolo, perché "l´uomo della provvidenza" in Italia lo è sempre: eroe comico e tragico. Spesso i grandi eventi hanno un inizio comico. In questo senso è davvero buffo che il Regno delle due Sicilie, una rispettabile potenza mediterranea – sia pure gerontocratica come l´Italia d´oggi – con la sua flotta militare e mercantile, con la sua fanteria, con il suo apparato industriale e bancario, sia stato sbaragliato da poco più di una scolaresca in gita o in vacanza di sopravvivenza. Ecco: il successo dell´approssimativa spedizione dei Mille promuove al rango di progetto politico (garibaldino) qualsiasi colpo di mano, anche il più disturbato e il più astruso. Si dice "non fare il garibaldino" per invitare alla ragione, alla calma, alla compostezza, a non prendere le cose di irruenza, di petto, a non votarle al fallimento. Il modello garibaldino è: "ora ci penso io". Ed è un mito ovviamente ottocentesco, anche perché nel nostro Novecento non ci sono padri della patria. C´era, per esempio, Garibaldi nello squadrismo di Balbo e Farinacci. E nello slogan di D´annunzio a Fiume «a chi l´ignoto? a noi!» risuonava il grido garibaldino della sconfitta di Mentana: «venite a morire con me! avete paura di venire a morire con me?». C´era del garibaldismo nella marcia su Roma, che poteva essere sbaragliata da uno sbuffo dell´esercito italiano; ma anche nella seduta del Gran Consiglio del luglio del 1943 che si illudeva di cambiare con un colpo di teatro il destino di un fascismo perduto e di un paese sconfitto. E c´era ovviamente Garibaldi nella temerarietà di certe imprese resistenziali: nelle "Brigate Garibaldi", per cominciare. E come dimenticare che la faccia di Garibaldi fu il logo del Fronte popolare socialcomunista nelle elezioni del 48? Persino il pingue Spadolini si sentiva garibaldino e duellava in garibaldinismo con Craxi, il quale esibiva la canottiera e il calzino corto anche perché si compiaceva di assimilare la propria naiveté alla rustica semplicità del Garibaldi intimo, quello che si faceva sedere accanto gli ospiti di riguardo e offriva loro, sulla punta del coltello, spicchi d´arancia infilzati alla contadina. E si può andare avanti sino a comprendere nel garibaldismo anche i disturbi della politica italiana: l´indipendentismo siciliano di Antonio Canepa, alias Mario Turri, le ronde verdi di Bossi, la presa leghista di piazza san Marco e persino il Sessantotto quando eravamo tutti garibaldini, tutti studenti come i Mille, tutti con il libretto rosso esibito come una camicia. Ecco perché stanno arrivando in libreria mille saggi sui Mille. Con accanimento ci si confronta sulle origini della camicia rossa: una svendita di grembiuli di macellaio o l´invenzione del pittore Gallino? E´ in preparazione un librone di Aldo A. Mola che, come egli stesso ha annunciato sul Sole, reinventa Garibaldi al punto da farne un uomo d´ordine, nega persino il suo ateismo, e lo descrive parlamentarista come Andreotti. Con la biografia di Garibaldi ogni esperimento è consentito. Egli stesso che, con le sue Memorie - scritte già in stile declamatorio da bicentenario - , è la quasi esclusiva fonte su stesso, spesso e volentieri si cambiava i connotati e si concedeva qualche frottola: a Dumas raccontò che era nato nella stessa stanza dove era nato il generale Masséna; e alla sua amante biografa Speranza von Schwartz rivelò di essere il discendente del barone von Neuhof, un avventuroso che era stato proclamato re di Corsica. Volete un dettaglio rivelatore? L´iconografia descrisse l´eroe con gli occhi celesti. In realtà erano marrone. Un altro libro, di una studiosa inglese, lo immagina, nientemeno, come il precursore italiano di Che Guevara, anche se, forse, ci sono più tracce di Garibaldi in Giangiacomo Fetrinelli, mezzo terrorista e mezzo visionario, e ci basterà ricordare che, quand´era già l´Eroe dei due mondi, espose al duca di Sutherland il suo piano per scatenare una rivoluzione da Mantova al Bosforo e mandare a gambe all´aria un paio di antichi imperi, quello asburgico e quello ottomano. Evidentemente ormai Garibaldi si era convinto che il mondo fosse una replica frattale del regno delle due Sicilie. Insomma era diventato garibaldino: si credeva Garibaldi! Si rispolverano i vecchi aneddoti sulla sua vita spericolata alla Vasco Rossi: corsaro sui mari sudamericani; la ferita alla gamba in Aspromonte, gli amori irregolari, il poncho, la guerriglia, il fascino del nomade alla Attali, le signore Bovary in deliquio davanti al maschio barbuto, maschio di mare e di armi. Persino la raffinatissima Lady Shaftesbury implorò l´Eroe perché le mandasse una ciocca di capelli. Ma non aveva fatto i conti con l´accorto, italianissimo Cavour che, con segreta lungimiranza, detestava Garibaldi. Dunque Cavour, al quale già un solo mondo, quello piemontese, sembrava eccessivo, spedì a Londra un massiccio quantitativo di ciuffi autenticati con la firma falsa di Garibaldi da distribuire ai devoti. E lo si loda per la pirateria o, più precisamente, per la guerra di corsa, e al tempo stesso per il senso dello Stato, vale a dire per la doppiezza che caratterizzerà Togliatti. Lo si racconta bigamo come un radicale alla Pannella e familista come un democristiano alla Casini, e come tutti gli italiani di sempre. Ribelle come Casarini e poliziotto come Cantarini. Stratega nautico come D´Alema e facondo scrittore come Veltroni. Repubblicano e devoto al re. Eppure – ed è un dettaglio di vera grandezza! – anch´egli come Manzoni, un altro eroe del Risorgimento, arrivò consapevole alla morte: con la sensazione d´essere già un sopravvissuto, d´essere stato trasformato in una statua, con la coscienza di essere stato monumentalizzato; ma anche, soprattutto, con la certezza che sarebbe stato ripetutamente seppellito e riesumato ad ogni rinnovamento di stagione intellettuale o politica dei suoi epigoni. Garibaldi invano pretese di essere cremato in camicia rossa su un rogo di legni di Caprera e inutilmente chiese che il funerale fosse celebrato in forma privata. Accadde invece con Garibaldi quel che già era accaduto appunto con Manzoni e che accadrà con Verdi. «Governo, Parlamento, Province e Comuni entrarono in gare di statue, di lapidi, di dediche, di strade e di piazze. Un fiume di discorsi si rovesciò sull´Italia, una marea di bandiere abbrunate la sommerse. Si farneticò di un mausoleo da erigere sul Gianicolo o in Campidoglio o, addirittura, nel Pantheon dopo un corteo funebre attraverso tutto il Tirreno, scortato dalla flotta al completo con le teste coronate e i principi di sangue a bordo». Anche quel funerale, come si vede, è un archetipo. Tutti i funerali che seguirono, compresi quelli recenti dell´avvocato Agnelli e di Alberto Sordi, somigliano al funerale di Garibaldi che, come un attore senz´anima, è la maschera che tutti comicamente indossano. Perché nulla è cambiato. Tra mostre stanziali e mostre itineranti, tra giri ciclistici e pacchetti turistici dall´Uruguay a Caprera, questo bicentenario è la festa più in malafede d´Italia perché le compendia tutte. Lo si commemora al Senato e nelle Università, partono crociere e spedizioni in America; c´è persino un sottosegretario addetto alla Garibaldinite, l´onorevole Andrea Marcucci. E ci sarà anche la replica dell´imbarco a Quarto, non di mille studenti rivoluzionari ma dei mille studenti più meritevoli d´Italia, e dunque non più garibaldini ma garibaldologi. Quando la storia non la si fa, la si racconta e la si celebra. E´ un segno di decadenza l´eccesso di storiografia sulla storia, il predominio dei professori di storia sulla Storia, del racconto sul fatto. Io che non sono Garibaldi, ve ne parlo e divento Garibaldi: più vero di lui, più Garibaldi di Garibaldi. Ecco perché non si sta celebrando Garibaldi. Si sta riempiendo un vuoto.