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 2007  giugno 22 Venerdì calendario

MASSIMO L. SALVADORI

Walter Maturi, uno dei maestri della nostra storiografia e grande storico del Risorgimento, nel celebre saggio del 1930 su La crisi della storiografia italiana metteva in guardia con la sua sapida arguzia dalla "mania dei centenari". Non che avesse nulla contro di essi; ma ne temeva la deriva retorica, l´insinuarsi delle «tendenze agiografiche ed apologetiche, che la critica storica esorcizza con tanta tenacia». Orbene, siamo vicini ad un bicentenario che fa tremare le vene e i polsi: quello dell´eroe dei due mondi, nato a Nizza il 4 luglio 1807.
Come noto, con re Vittorio, Cavour e Mazzini, Garibaldi costituisce una delle massime icone del Risorgimento. Il suo mito personale superò ogni frontiera e si protrasse nel tempo diventando una bandiera contesa dai più acerrimi nemici. Dei quattro l´unico che per questo aspetto gli può essere accostato, pur senza raggiungerlo, è certamente Mazzini, il quale in vita e dopo fu anch´egli oggetto di ammirazione, amore e di culto su scala internazionale. Vittorio Emanuele II rimase un re tra tanti re. Cavour certo lasciò un´orma profonda non solo nel nostro paese; i grandi statisti della sua epoca ne capirono l´altezza, e anche insigni studiosi europei. Ma la stella di Garibaldi brillò come quella di nessun altro.
In un saggio del 1997 compreso nel volume da lui curato I luoghi della memoria. Personaggi e date dell´Italia unita, Mario Isnenghi così ha indicato efficacemente il prorompere del mito: «Quando, ormai quarantenne, torna dal Sudamerica in Italia per esser presente al grande appello del 1848 (...) Garibaldi è già un personaggio di notorietà sovranazionale (....). Le sue memorie corrono il mondo in diverse versioni e lingue. Narratori d´avventura quali Alexandre Dumas hanno già additato in quel combattente per la libertà dei popoli il nuovo vivente "moschettiere". Victor Hugo, Georges Sand e tutta una serie di personalità e leader d´opinione collaborano alla sua fama. Romanzo storico, romanzo d´appendice e teatro d´opera predispongono il secolo dei romantici a inverare i propri sogni in quel marinaio ribelle, condannato a morte dal suo re, ramingo da un continente all´altro, figura vivente di un´epica popolare». Ma quali furono i presupposti, i mattoni dell´immensa popolarità di Garibaldi, "pirata" sudamericano, condottiero di volontari che lo idoleggiavano, dittatore, mazziniano e poi duro critico della strategia di Mazzini, prima considerato dai sabaudi un terrorista e in seguito generale al servizio di re Vittorio, democratico repubblicano accusato da una parte degli stessi suoi di aver abbandonato la causa della democrazia e della repubblica nel momento decisivo del Risorgimento, costruttore della nazione italiana e sostenitore della libertà e dell´indipendenza di ogni popolo oppresso ma al tempo stesso internazionalista e fautore degli Stati Uniti d´Europa, massone e anticlericale, oggetto dei maggiori onori ma sdegnoso di tutte le "patacche" di cui non aveva bisogno, Cincinnato nella sua piccola Caprera ma cittadino del mondo e sostenitore della Prima Internazionale, dei diritti umani e sociali dei più deboli, oggetto di due opposte leggende: l´una quella dei suoi devoti e l´altra "nera" dei suoi denigratori in primo luogo cattolici? Quei presupposti, quei mattoni, il segreto dell´immenso fascino di Garibaldi che oltrepassa il suo tempo e il suo mondo sono da vedersi soprattutto negli atti di una vita spesa con tutte le forze al servizio dell´umanità ch´egli considerava la migliore: l´umanità dei variamente oppressi (e non stupisce perciò che quando venne accolto in trionfo a Londra nel 1864, la regina Vittoria non vedesse l´ora che quel poco di buono se ne andasse).
Garibaldi era ben consapevole di sé, di essere diventato un capitolo della storia universale, uno dei suoi eroi destinato a non tramontare. Quando lo riteneva opportuno, recitava anche la parte del solitario, sdegnoso degli onori del mondo e dei suoi riti. Ma seppe abilmente, con tenacia, contribuire al mito di chi, avendo iniziato come un "povero mozzo" una "vita tempestosa", come disse nelle sue Memorie, aveva visto se stesso divenire lo stendardo incarnato dei combattenti per la loro libertà in Sudamerica, in Italia, in Francia, nei Balcani, in Polonia, in Russia e ancora in altri paesi. Era un esempio e bisognava fare i conti con un´immagine da trasmettere. Assurto per i molti ferventi seguaci al ruolo di eroe per antonomasia, Garibaldi fu fatto oggetto di un vero culto, dando luogo persino a un mercato di cimeli. E vi fu anche chi lo dipinse mescolando i tratti di Gesù con i suoi.
Che dopo la sua morte le parti contrapposte degli italiani sia siano contesi Garibaldi non deve meravigliare. Accadde qualcosa di simile anche a Mazzini, ma non così in grande. Ed è soprattutto emblematico quanto accadde negli anni del fascismo, della Resistenza e dei primi anni della Repubblica. Per Mussolini, che aveva l´appoggio entusiastico di Ezio Garibaldi, l´eroe era uno dei suoi, un costruttore ante litteram dell´Italia risorta. All´opposto per gli antifascisti dell´emigrazione (e avevano ragione) Garibaldi era uno dei padri dell´ideale democratico repubblicano, un alfiere dell´emancipazione politica e sociale delle classi e dei popoli oppressi, un nemico dell´oppressione clericale. I comunisti poi si consideravano i figli prediletti del rosso eroe. La contrapposizione si rinnovò nel corso della guerra civile 1943-45. I comunisti costituirono le loro brigate ponendole sotto l´insegna di Garibaldi, e un´analoga operazione fecero reparti della Repubblica di Salò. Entrambe le parti invocavano un nuovo Risorgimento d´Italia. Dopo il 1945 si rinnovò in grande stile la vicenda, che non aveva mai avuto fine, dell´uso contrapposto dell´icona. Il Fonte popolare costituito da socialisti e comunisti eresse a suo emblema ufficiale la gran testa di Garibaldi e ricoprì con i suoi manifesti i muri del paese. Dallo schieramento avverso si rispose in una duplice chiave: da un lato in luogo del Garibaldi di un tempo che confondeva i tratti del proprio volto con quelli di Gesù i manifesti anti-Fronte mostrarono un Garibaldi i cui tratti si sovrapponevano a quelli di Stalin, dall´altro si raffigurò il condottiero a cavallo che guidava la carica delle vere camicie rosse contro uno spaventato Togliatti, servo dello straniero russo, messo in fuga. Così la vicenda di Garibaldi ha costituito un aspetto assai significativo, uno specchio eloquente delle "divisioni d´Italia".
Siamo, dunque, a celebrare, duecento anni dopo, la nascita dell´eroe dei due mondi. Freschissimi di stampa sono appena apparsi due libri interessanti. Il primo è Giuseppe Garibaldi tra storia e mito, a cura di C. Ceccuti e M.Degl´Innocenti, Lacaita editore, a cui ha collaborato una serie di studiosi e nel quale i temi da me sommariamente indicati vengono ben analizzati; il secondo è Camicie rosse. I garibaldini dall´Unità alla Grande Guerra, di E. Cecchinato, edito da Laterza. Ora seguiranno altri lavori. Ed è da augurarsi che almeno gli studiosi si ispirino all´aurea raccomandazione di Maturi.