Filippo Ceccarelli, la Repubblica 22/6/2007, 22 giugno 2007
Quando si dicono i segni del destino e gli appuntamenti della cronaca. «Io e Berlusconi (e la Rai)» si intitola, davvero assai profeticamente, un libro che Walter Veltroni pubblicò nell´ormai remoto 1990
Quando si dicono i segni del destino e gli appuntamenti della cronaca. «Io e Berlusconi (e la Rai)» si intitola, davvero assai profeticamente, un libro che Walter Veltroni pubblicò nell´ormai remoto 1990. Chi vi cercasse oggi ghiotte narrazioni tra l´intimistico e l´autobiografico, come nelle ultime opere dell´imminente leader del centrosinistra, resterebbe deluso. Si tratta di una raccolta di articoli, relazioni, discorsi e interviste sulla televisione. Ma in copertina c´era pur sempre quel nome lì. E a distanza di 17 anni, meglio di tante analisi a venire, l´astuto titolo dimostrava come Veltroni avesse anzitempo ben intuito che il Cavaliere non era solo un bel richiamo, perfino commerciale, ma che la sua lezione di imprenditore del piccolo schermo andava anche seguita, studiata, smontata. E possibilmente battuta sul suo terreno - cosa che in verità non avvenne. Anzi. Si parte da qui per tentare una sommaria ricostruzione dei rapporti fra i due personaggi. Ma è possibile risalire ancora più indietro nel tempo. Ha raccontato Giacomo Papi sul Diario di qualche mese fa (in uno dei più belli e completi articoli mai usciti sulla storia e l´immaginario veltroniani) che nel 1984 l´ex dirigente comunista e manager Fininvest Maurizio Carlotto segnalò a Berlusconi quel giovanissimo quadro appena approdato all´ufficio Comunicazione delle Botteghe Oscure: «Guarda Silvio, che questo qui è uno sveglio con cui si può parlare e che di televisione ne sa: potrebbe essere la sponda che cerchiamo nel Pci». La risposta suonò allora piuttosto risoluta: «Veltroni - disse il Cavaliere, che evidentemente aveva già maturato un giudizio sul personaggio - ha i peggiori cromosomi che ci siano in Italia: quelli del Pci e quelli della Rai». Questo per mettere in chiaro che fra i due i rapporti nascono in un certo modo. Eppure, come succede, le cose sono o diventano sempre un po´ più complicate: e qui l´impiccio, o la stranezza, o il paradosso stanno nel fatto che quell´occhialuto giovanotto ben riconoscibile in un romanzo di Enrico Menduni («Caro Pci», Bompiani, 1986) più di ogni altro si rivelerà in grado di assimilare con indubbio vantaggio politico e personale diverse modalità espressive del berlusconismo: i tempi rapidi, il linguaggio semplificato, gli allestimenti spettacolari, il calore e la gestione delle emozioni, una certa attitudine immaginifica e visionaria, in qualche modo anche la consapevolezza della potenza delle merci e del consumo, certamente le risorse simboliche da spendere - sia pure confezionandole alla rovescia - nel grande gioco della conquista del consenso a distanza. Anche per questo, oltre che per un gap anagrafico di quasi vent´anni, c´è da ritenere che Berlusconi sia impensierito dal suo nuovo incombente competitor, che tra l´altro può vantare il suo stesso titolo onorifico e distintivo, essendo stato Veltroni nominato da Ciampi «Cavaliere», sia pure di Gran Croce, «per benemerenze di segnalato rilievo». E tuttavia, come per un destino di sfuggenti simmetrie e inconsapevoli emulazioni, si registrano davvero pochi scontri fra le due personalità nella pur lunga e ricca storia rissaiola della Seconda Repubblica. Il minimo indispensabile, e anche questo un po´ fa riflettere. Sì, certo: battute, repliche, arzigogoli retorici, lievi sfottò. Disse una volta Berlusconi, ad esempio, che Veltroni aveva nella stanza la foto di Togliatti: «Ma il dottor Letta ha dovuto tirargli la giacca ricordandogli che era il ritratto di Berlinguer. Ma tanto per lui sono tutti uguali». Storie così, specie da parte di Veltroni. Sospiri, occhi al cielo: «Ciascuno ha il suo modo di fare politica». Ironiche premesse retoriche: «Sono certo che Berlusconi dirà che i miei sono rigurgiti stalinisti». Così come una volta il Cavaliere lo qualificò come un «cacciaballe patentato». Solo in un´occasione - ma sintomatica - si videro le scintille. Fu nel 2000, quando sulla nave «Azzurra» Berlusconi raccontò una barzelletta effettivamente un po´ greve: «Dottore, le sabbiature serviranno a guarire dall´Aids?». «No, ma così si abitua a stare sotto terra». Ecco, «Basta! - reagì allora Veltroni - Ha superato ogni limite, è di un cinismo insopportabile!». L´altro rispose dandogli del «miserabile»; e poi, a ulteriore conferma del suo senso del limite: «Consiglio sabbiature anche a quei mentecatti del centrosinistra». Sembra di ricordare, tra parentesi, che per quella barzelletta sull´Aids s´indignò anche Veronica Lario. Ma poco altro, a parte un recente battibecco su «Roma capitale della droga», cui seguì un «niente lezioni da chi dice che la città fu fondata da Romolo e Remolo», resta agli annali della polemica contundente e personalizzata. I due collaborarono proficuamente allorché nell´autunno del 2004 venne firmata in Campidoglio la Costituzione europea. Di più: ci furono anche reciproci complimenti per la riuscita della cerimonia e addirittura scherzi a loro modo affettuosi, quando al termine dei lavori il Cavaliere volle sedersi sulla scrivania del sindaco, e allora: «Ma come? Mi vuoi soffiare la poltrona? Ah, ah!». Proprio in quell´occasione, a ben vedere e sentire, mentre la capitale era coperta da una meravigliosa pioggia di fuochi d´artificio, apparve evidente il grumo nascosto o il segreto dispositivo che metteva a nudo e regolava un sorprendente caso di antagonismo mimetico. Nel senso che il berlusconismo e il veltronismo forse non sono, anzi di sicuro non sono, ma per tante ragioni che prescindono dai rispettivi protagonisti che danno il nome a questi fenomeni, ecco, certamente finiscono per sembrare due modelli uguali e contrari. Da una parte il culto del successo, del denaro, del lusso; dall´altra la consacrazione dell´impegno contro il dolore, la povertà, l´egoismo. In mezzo, ma anche dentro e sopra e sotto e ai margini della più evoluta cornice tecnologica, si misura la stessa capacità di lavoro, la medesima e spasmodica cura per i dettagli, un tratto umano spontaneo e garbato, uno speranzoso ottimismo che avvolge e addolcisce le prospettive. Va da sé che i doppi speculari non sono fatti per allearsi. Va da sé che la contesa è nell´ordine naturale delle cose e un po´ anche del destino.