Francesco Carlà, La Gazzetta dello Sport 22/6/2007, 22 giugno 2007
Gli studi di settore sono nati, alla fine degli anni Novanta, dalle ceneri degli odiati "redditometri"
Gli studi di settore sono nati, alla fine degli anni Novanta, dalle ceneri degli odiati "redditometri". Secondo il Fisco sono «uno strumento di collaborazione con il soggetto contribuente». Secondo il "soggetto contribuente", cioè «i titolari di redditi d’impresa e gli esercenti arti e professioni con partita Iva che abbiano ricavi per il 2006 fino ad un massimo di 5.164.569 euro», sono un sistema per tassare automaticamente. Insomma una minimum tax mascherata. Ma come funzionano questi ormai famosi studi di settore? Tutto ruota attorno al software Gerico: vuol dire GEstione dei RIcavi o Compensi. Il programma mastica un bel numero di indicatori e alla fine sputa fuori i ricavi e i compensi presunti. una specie di Google dei redditi: il fisco controlla quanto, probabilmente, può guadagnare un lavoratore autonomo o una piccola impresa nel suo settore, e su questa base lo tassa. Dall’altra parte l’artigiano, l’imprenditore o il professionista, sa che se paga quel che prevede lo studio, non dovrebbe avere guai. Per preparare gli studi di settore, le Finanze si sono basate sulle caratteristiche delle attività economiche e sulle condizioni oggettive dell’azienda, per esempio il luogo in cui opera, dimensioni e valore dei locali utilizzati, quantità di personale impiegata, consumi di energia. Nel linguaggio del fisco, i soggetti devono essere "congrui" e "coerenti". Per essere congrui bisogna pagare quel che risulta da Gerico (disponibile gratis sul sito dell’Agenzia delle entrate). Per essere coerenti bisogna stare dentro il recinto di tutti gli altri che fanno il nostro stesso lavoro. Naturalmente il software non è infallibile. Da qui le proteste di chi pensa di dover pagare troppo per colpa degli studi di settore. * analista, fondatore di www.finanzaworld.it