Aldo Busi, Dagospia 21/6/2007. ATTENZIONE NON SI PUò PUBBLICARE SENZA IL PERMESSO DI BUSI. SUCCEDE UN CASINO., 21 giugno 2007
«...Devo qui aggravare la Sua attenzione, signor Tucci, con una digressione che digressione non è - proprio come tutte le altre - per spiegarmi meglio anche se a Lei parrà scontata: non rilascerei mai e poi mai una dichiarazione contro la giunta Veltroni (che nella mia chiacchierata al bar io mai e poi mai ho citato, perché non avrei potuto citare lui senza citare almeno un paio di sindaci precedenti) se deve apparire su "Libero" o "il Giornale" o "il Secolo", che considero giornali di partito o troppo papale papale di una certa parte e di un certo particulare, diciamo, familistico, perché l’ovvia tendenziosità strutturale a fini personalistico-politici (nell’ottica dell’editore-imprenditore e suoi sottoposti) metterebbe in primo piano il fatto che a dirla sia proprio io, notoriamente antifascista seppure antifascista innanzitutto contro il fascismo rimosso della sinistra di potere, e che così acconsento, per calcolo o ingenuità, a farmi manipolare da organi di destra contro organi di "sinistra"; una simile articolazione dialettica e pragmatica (sull’evidente mancanza di una vera amministrazione della cosa pubblica in quel di Roma) potrei accettare di farla solo su "Repubblica" o organi di stampa grossomodo filoveltroniani o, secondo lo stereotipo, di "sinistra" - la destra è sempre destra in grassetto, la sinistra è tale solo tra virgolette -, così com’è vero che non avrebbe senso che partisse da me un attacco a Berlusconi o Mastella o Rutelli o Casini o un leghista a scelta su "Corsera" o "Repubblica" ma che ne avrebbe se lo stesso attacco potesse accadere su "Libero" o "Il Giornale" o "il Secolo" o "Il Messaggero" o "L’Avvenire": uno Scrittore non è così stupido o scontato da mettere nero sul nero e bianco sul bianco, dove non c’è attrito cromatico c’è solo il grigiume dell’omologazione italiota al doppio fine immediato e alla semplice emicrania, però eterna; infine, giornalisticamente parlando, il testo è il suo contesto, punto; anzi, dati le censure, gli errori voluti di interpretazione, l’ignoranza congenita dell’intervistatore (anche l’iperletterarietà del giornalista italiano standard è una forma di ignoranza congenita perseguita), dati gli omissis e le reticenze ascritte al solito strainculato "buongusto" e al "linguaggio appropriato" eccetera, di sicuro esiste un contesto, un testo quasi mai agli occhi di chi, senza pretendere di rileggerlo e apportarvi modifiche e distinguo, vi ha contribuito in buonafede con le proprie idee diventando di fatto complice della trappola in cui è caduto: ma almeno scientemente, sapendolo, prevedendone la vastità ma anche il limite e il tornaconto all’ingrosso
«...Devo qui aggravare la Sua attenzione, signor Tucci, con una digressione che digressione non è - proprio come tutte le altre - per spiegarmi meglio anche se a Lei parrà scontata: non rilascerei mai e poi mai una dichiarazione contro la giunta Veltroni (che nella mia chiacchierata al bar io mai e poi mai ho citato, perché non avrei potuto citare lui senza citare almeno un paio di sindaci precedenti) se deve apparire su "Libero" o "il Giornale" o "il Secolo", che considero giornali di partito o troppo papale papale di una certa parte e di un certo particulare, diciamo, familistico, perché l’ovvia tendenziosità strutturale a fini personalistico-politici (nell’ottica dell’editore-imprenditore e suoi sottoposti) metterebbe in primo piano il fatto che a dirla sia proprio io, notoriamente antifascista seppure antifascista innanzitutto contro il fascismo rimosso della sinistra di potere, e che così acconsento, per calcolo o ingenuità, a farmi manipolare da organi di destra contro organi di "sinistra"; una simile articolazione dialettica e pragmatica (sull’evidente mancanza di una vera amministrazione della cosa pubblica in quel di Roma) potrei accettare di farla solo su "Repubblica" o organi di stampa grossomodo filoveltroniani o, secondo lo stereotipo, di "sinistra" - la destra è sempre destra in grassetto, la sinistra è tale solo tra virgolette -, così com’è vero che non avrebbe senso che partisse da me un attacco a Berlusconi o Mastella o Rutelli o Casini o un leghista a scelta su "Corsera" o "Repubblica" ma che ne avrebbe se lo stesso attacco potesse accadere su "Libero" o "Il Giornale" o "il Secolo" o "Il Messaggero" o "L’Avvenire": uno Scrittore non è così stupido o scontato da mettere nero sul nero e bianco sul bianco, dove non c’è attrito cromatico c’è solo il grigiume dell’omologazione italiota al doppio fine immediato e alla semplice emicrania, però eterna; infine, giornalisticamente parlando, il testo è il suo contesto, punto; anzi, dati le censure, gli errori voluti di interpretazione, l’ignoranza congenita dell’intervistatore (anche l’iperletterarietà del giornalista italiano standard è una forma di ignoranza congenita perseguita), dati gli omissis e le reticenze ascritte al solito strainculato "buongusto" e al "linguaggio appropriato" eccetera, di sicuro esiste un contesto, un testo quasi mai agli occhi di chi, senza pretendere di rileggerlo e apportarvi modifiche e distinguo, vi ha contribuito in buonafede con le proprie idee diventando di fatto complice della trappola in cui è caduto: ma almeno scientemente, sapendolo, prevedendone la vastità ma anche il limite e il tornaconto all’ingrosso. Poiché non è possibile in Italia dire a un giornalista di destra cose di sinistra e viceversa e ritrovarsele poi riportate e tanto meno scriverle e ancor meno esprimere avvilimento (crescente, questo) per il clericalismo trasversale che corrode e mina ogni laicità dello Stato e quindi dell’informazione, io, stanco di un sistema irreversibile che non ha alcuna prospettiva se non la propria (mancanza di prospettiva) e il bigottismo fondamentale a ogni occhiello, ho deciso di non parlare mai più in vita mia con un giornalista e mai più di intraprendere una collaborazione, tanto so che non sarò mai a lungo abbastanza italiano medio da lasciarmi ridurre a giornalista, e pazienza se ciò comporterà e già comporta una messa in castigo dei miei libri, tanto, più che sciocchezze livorose io non ho letto neppure negli ultimi decenni, non è che la mia opera perda molto a venire ignorata con puntiglio se coloro che la dovrebbero mantenere in vita sono morti e decomposti per partito preso da quel dì. Ma ritorniamo a me, alla faccia famosa che porto in giro con mirabile sprezzatura ovvero con la cortese, agganciabile disinvoltura del divo fintamente malgré soi, visto che poi, alla resa dei conti e dei fatti, parlo più io in un giorno con i miei connazionali che non un onorevole in tutta una legislazione. Dunque: per me è usuale mettermi a chiacchierare per strada o al bar con questo e con quella, è la parte meno leggera dell’apparire in televisione, è il cosiddetto prezzo da pagare, spesso stancante, ripetitivo, logorante (i miei lettori raramente si avvicinano, hanno appreso dai miei libri che non gradisco, quindi, visto che mai nessun lettore si avvicina, devono essere migliaia e migliaia quelli che mi sfiorano mordendosi la lingua e resistendo alla tentazione), ma per mia decennale disciplina mi reputo un uomo molto più gentile e paziente della media dei divetti in circolazione, mi picco di non aver mai e poi mai rifiutato la parola ad alcuno, se qualcuno vuole parlare di astrologia, parlo di astrologia, se un altro vuole la politica gli do la politica, se vuole l’obesità, la dieta, l’anoressia, il calo del desiderio sessuale e dei coglioni in generale mi adeguo, cerco di sbrigarmi alla svelta senza dare troppo nell’occhio, senza ferire, e quindi via per lo più con i femori rotti, le tasse, i rifiuti, la democrazia da esportare, le pensioni minime, il caro-spesa, gli affitti in nero a studenti e lavoratori stagionali spremuti come olive, i giovani e già senescenti meridionali parcheggiati in facoltà della stupidera programmata ministerialmente, il lavoro precario, l’alcolismo giovanile, la microcriminalità di quartiere e la criminalità del parlamentare medio, l’accattonaggio che ti tormenta da mattina a sera in ogni luogo, lo spaccio sotto casa e sul pianerottolo, l’Ici esorbitante a fronte di nessun servizio palpabile, la latitanza delle cosiddette forze dell’ordine, i vigili chissà dove, la burocrazia, le bollette dell’economia domestica, la tassa sul lusso di Soru che nessun ricco sa a che sardo di uno sportello andare a pagare, il caos delle auto in doppia e terza fila e sulle strisce pedonali, i cani e loro merde che si sono impossessati di interi quartieri di psicolabili di ogni età che festeggiano con candelina il compleanno del cucciolo, strade ridotte a letamai e veri e propri orinatoi a cielo aperto come a San Lorenzo... Roma, insomma, giunta a uno sfascio che finalmente la parifica con Napoli e la affonda verso Nairobi, e mi spiego e mi piego sempre a tu per tu una persona per volta, mica faccio comizi e tanto meno conferenze preannunciate via stampa, solerte, spiritoso, partecipe, anche se spesso sfodero il repertorio per autodifesa, ma è repertorio per me, mica per l’altro, per l’altro sono inedite chicche piovute dal cielo e come ride, praticamente gli salvo la giornata con poco, ed elargisco una particolare attenzione, quasi un senso di protezione, alle persone anziane, la gente in carrozzella, le donne incinta (magari per la quarta volta) che stanno facendo la gimcana con infante in passeggino e che, da sole, non ce la faranno mai a raggiungere il marciapiede di fronte e quindi, intanto che glielo sollevo e transito oltre le lamiere, mi chiedono se so il prezzo del latte in polvere, dei pannolini, del mascara o che farei se fossi al posto di una "loro amica" picchiata regolarmente dal marito seppure non ancora dalla figlia, per fortuna ancora adolescente; infine, per me è assolutamente impossibile uscire di casa e raggiungere una meta qualsiasi senza fare sosta presso un qualche male o malessere umano e urbano, anche perché rifiuto ogni corsia preferenziale e quindi prendo l’autobus e addirittura la metropolitana di Roma, un cesso pericolante, una vergogna europea, faccio la fila all’urologico e alla radiologia del Policlinico se occorre (isole felici, che mi sento di raccomandare per efficienza e senso democratico della salute pubblica), vado a piedi per chilometri vuoi per dare una scossa alle mie trippe vuoi per risparmiare sui taxi, faccio la mia propria spesa al mercato e nei supermarket di quartiere, non me la tiro, ecco, anche per indolenza di carattere a dover recitare ovvero rappresentarmi oltre lo stretto televisivo dovuto, il che mi dà un privilegio di conoscenza diretta delle cose della vita e dei mali sociali come certo chi resta seduto e si fa passare veline non avrà mai né gli interessa avere; io non schifo la gente, mi immedesimo abbastanza nei poveri e nei deboli, sono i committenti dei miei lauti contratti, e poi io vengo da lì, mi conviene continuare a non trovare alcuna differenza tra una prostituta e un ingegnere, non sarò mai così populista dal fare sconti a un ingegnere e a una prostituta no, visto che tuttora è pressoché impossibile stabilire chi dei due paga più tasse; se potessi dire la mia in fatto di essere amato o no in senso generale eppure non vago, io mi sento infinitamente più amato e benvoluto e rispettato che non disprezzato o trattato con sufficienza, certo sono tenuto in maggiore considerazione dalla società civile che campa il giorno senza sinecure e prebende statali, mai e poi mai dai giornalisti, dai politici, dai confindustriali, dai magistrati e dai preti tout court ai quali, non chiedendo io niente e non volendo fare pastetta e non volendo favori per non doverne poi fare, posso suscitare al massimo sufficienza, cinismo, fastidio, talvolta ira e tutto il bricolage della disistima di sé che così essi denunciano, dicendo molto su di sé e le sabbie mobili su cui poggiano le loro carrierine a carretta di questo o quel "punto di riferimento-santo in paradiso" e ancora niente su di me o la mia opera, su cui si può dire niente o qualcosa a casaccio, ma non certamente che siamo compromissori e genuflessi verso questo o quel potere. In altre parole, un paradiso per me l’inferno degli altri, e l’unica maniera per schivarlo, visto che è impossibile schivarlo, è imparare ad attraversarlo senza restarci impantanato: la mia specialità. Non potrò mai dimenticare l’infermiera del Sant’Anna, a Brescia, che mi stava portando l’esito degli esami del sangue in vista di un’operazione a un piede e che sulla soglia della camera gridò sinceramente scandalizzata, "Ma come, con tutto quello che ha fatto e non ha neanche l’Aids?"...»