Varie, 21 giugno 2007
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Fernandes George
• Mangalore (India) 3 giugno 1930. Politico • « un cristiano, membro di una piccola comunità che costituisce appena il 2 per cento della popolazione indiana e che da sempre è la più convinta custode della laicità dello Stato. Ma è un alleato di ferro dei fondamentalisti indù del Barathya Janata Party (Bjp), in base all’assunto ”meglio loro che un laico ladro”. Ha un cognome occidentale, chiaro retaggio della quadrisecolare dominazione portoghese a Goa, Daman e Diu. Ma vuole buttare fuori le multinazionali dall’India. un vecchio sindacalista socialista, legato a desueti schemi statalisti. Ma odia i marxisti indiani, che definisce impietosamente ”un branco di opportunisti”. Dulcis in fundo, è uno storico attivista per i diritti umani: si è battuto per l’autodeterminazione dei tibetani, l’autonomia dei tamil dello Sri Lanka e il ritorno della democrazia in Birmania, senza chiudere gli occhi neanche di fronte alle brutalità della polizia indiana. Ma da questo lodevole impegno ha ricavato un background di ostilità verso i vicini dell’India [...] Uomo dai mille volti, George Fernandes si agita sulla scena elettorale indiana da ormai mezzo secolo. Suo ”mentore politico”, come lui stesso ancora ama definirlo, fu Ram Manohar Lohia: un popolare scrittore che aveva abbandonato il Congresso di Nehru in polemica con una corruzione sempre più rampante, per fondare un partitino socialista piccolo, ma bene ammanicato nel mondo sindacale. Da lui ha ereditato quell’antipatia irriducibile per la stirpe del Pandit che nel 1975 lo portò direttamente in galera, quando Indira Gandhi decretò lo stato d’emergenza. Dal carcere, nel ”77, fu catapultato direttamente al governo, quando le elezioni, volute per sancire il colpo di forza, videro invece la vittoria del Janata, instabile coalizione anti-Indira composta da socialisti, liberali, fondamentalisti indù e dissidenti del Congresso. Dopo tre mesi alle Comunicazioni, rimase due anni all’Industria. E lì si fece notare per una raffica di provvedimenti protezionisti che espulsero dall’India la Coca-Cola e l’Ibm. Da allora ha fatto in tempo ad andare all’opposizione e a ritornare [...] ministro, stavolta alle Ferrovie. E a chiamarsi fuori dalla divisione tra il Janata Dal ”laico” e il Janata Barathya Party ”fondamentalista”, creando un suo Samata Party che ama presentare come ”il vero partito socialista indiano”. Anche se è una forza di rilievo quasi solo nel Bihar, e se l’Internazionale socialista riconosce invece il Janata Dal [...]. Quando Gujral varò un governo con l’appoggio esterno del Congresso, lui – in odio al partito dei Gandhi – iniziò a collegarsi al Bjp. [...] è stato uno dei più velenosi critici dell’’italiana” Sonia Gandhi. Quanto alle multinazionali, ha detto chiaramente che ”Pepsi-Cola, Kellog’s, Cargill, General Motors, General Electrics e Suzuki” avrebbero dovuto, per lui, fare la stessa fine di Coca-Cola e Ibm. Ha perfino attaccato quei ”borghesi indiani” che fanno il breakfast all’americana con latte e corn-flakes. A Ben guardare, questo accanimento è un classico di certi ”cristiani d’Oriente” che superano in radicalismo nazionalista i propri connazionali allo scopo di prevenire ogni accusa di condiscendenza verso un Occidente cui sono sospettati di essere ideologicamente contigui. [...]» (’Il Foglio” 15/5/1998).