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 2007  giugno 21 Giovedì calendario

NATALIA ASPESI

MILANO - Divertente, innocua e persino elegantemente goliardica, trionfa alla Scala la «comic operetta» Candide, ispirata a Voltaire e musicata nel 1956 dal grande compositore americano, ebreo di origine russa, Leonard Bernstein: direttore d´orchestra John Axelrod, pupillo del grande musicista, con le scene di Michael Levine e i costumi di Buki Shiff. Più volte applausi a scena aperta e anche risate, solitamente assenti nella nobile e austera sala del Piermarini: alla fine ovazione interminabile e all´uscita facce contentissime, una specie di effervescenza bonaria e contagiosa quando solitamente, dopo un Janacek e un Shostakovic, la gente si allontana dal teatro con alata solennità e talvolta torpore. Quindi: era proprio necessario tutto quel nostro casino dei mesi e giorni scorsi, che ha umiliato in anticipo e alla cieca un piacevole spettacolo d´opera premiato in Francia come il migliore dell´anno, dato allo Chatelet parigino, sempre gremito, con pubblico e critica osannante (tranne, a dire il vero, quella di Libération) trasmesso con grande successo da Arte, il famoso canale europeo che noi non abbiamo per il timore che la tv possa essere contaminata dagli oltraggi della cultura?
No, non era necessario, perché infatti la scena incriminata, con i re spodestati e naufraghi mascherati da Bush, Blair, Putin, Chirac e Berlusconi, in costume da bagno fatto con le rispettive bandiere, ha suscitato i sorrisi di una vignetta ben riuscita, anche per chi trema e s´infuria solo all´idea che gli tocchino il suo potente di riferimento (in Italia, ovvio). Se questa scena inoffensiva è rimasta, ritocchi sono certo stati fatti, tra l´edizione per il pubblico francese, considerato volteriano e sofisticato, e quello della Scala, che indignandosi per la comparsa di una motoretta in un Don Giovanni di Mozart e la scomparsa del famoso cigno in un Lohengrin di Wagner, si è fatto la fama di tradizionalista in una città che dovrebbe essere laica ma dove chi comanda esibisce massima devozione religiosa.
Via quindi per Milano ogni soffio volteriano di critica alle religioni che nel XVIII secolo portava in galera, e una correzione anche all´innocente dissacrazione molto anni 50 di Bernstein e dei vari librettisti che si sono succeduti negli anni (da Lillian Hellman a Hugh Wheeler). Il regista canadese Robert Carsen (che alla Scala ha già diretto Dialogo delle Carmelitane e Katia Kabanova, con grande successo) si è preso ogni responsabilità per ogni correzione, del resto irrilevante, rispetto al suo lavoro parigino: così per esempio il magnifico personaggio della Old Lady Kim Criswell passata attraverso ogni possibile violenza, non si racconta più come figlia di un papa polacco, e scompare pure l´allegro e molesto gesuita vistosamente pedofilo.
Prudenza comprensibile, in un paese che dall´estero viene visto come molto baciapile e dove un Cardinale può chiedere che non sia mandato in scena un balletto che potrebbe rivelarsi irrispettoso della figura di Gesù. Carsen racchiude il palcoscenico della Scala in un vecchio gigantesco televisore e fa scorrere sul suo schermo immagini dei felici e bugiardi anni del secondo dopo guerra, tutto vita domestica e patriottica. Il ritratto di Voltaire strizza l´occhio e fa un gesto birichino con l´indice alzato e il personaggio Voltaire entra in scena con la sua parrucca grigia e la sua aria elegante e colta: sarà lui, cioè il geniale attore francese Lambert Wilson, sullo sfondo della Casa Bianca imbandierata a stelle e strisce, a condurci, in perfetto italiano, dentro la fiction, cantata e recitata anche da lui (nei ruoli di Pangloss e Martin) tutta in inglese, intitolata Candide, ambientata nell´America capovolta rispetto a quella del sogno americano, l´America che Bernstein disprezzava e che si offese per il suo Candide, dato senza successo per la prima volta a Boston nell´ottobre del 1956.
Al libretto aveva collaborato la Hellman, che era stata accusata dal senatore McCarthy di attività antiamericane. Quindi in assoluta leggerezza e ironia, l´opera canta e balla il maccartismo e Marilyn Monroe, il Ku Klux Klan e i casinò di Las Vegas, l´anticomunismo e la mistica della femminilità, l´antisemitismo e le Zigfield Follies, la guerra in Corea (o ovviamente dell´Iraq, oggi) e il cinema di Hollywood, gli immigrati respinti e i pozzi di petrolio: e naturalmente lo spirito di Voltaire, con il suo troppo ottimista Candide (William Burden) che tra massacri e orrori continua a credere alla bontà della natura umana per poter ritrovare e amare la sua adorata e fin troppo imputtanita Cunegonda (Anna Christy). Bernstein chiude come Voltaire: tutta la folla di interpreti canta felice «Coltiveremo il nostro giardino». E sullo schermo passano le immagini dei deserti, dei ghiacci che si sciolgono, dei campi profughi, delle baraccopoli, dello tsunami. No, neppure il nostro è il migliore dei mondi possibili.