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 2007  giugno 21 Giovedì calendario

Dunque, Veltroni. E fra veltronismo, veltronerie, veltronate occasionali e fatidica veltronicità è da un decennio almeno che si alimenta l´attesa messianica

Dunque, Veltroni. E fra veltronismo, veltronerie, veltronate occasionali e fatidica veltronicità è da un decennio almeno che si alimenta l´attesa messianica. E perciò anche mediatica, come si conviene a questo tempo. Singolare il politico, viene da pensare, che decide di farsi leader proprio nel giorno in cui, da sindaco, si trova a inaugurare il «Parco della Lirica e della Danza». Un «parco» al chiuso, oltretutto, collocato in un ex cinema: e già pare di scorgere un bel pezzetto di Veltroni, in questa beata coincidenza di tempi e luoghi rimestati ad arte, e ancor più del fenomeno politico-giornalistico che prende il suo nome. Veltronismo, beninteso, come l´espressione di un personaggio e non di un partito. Di una cultura, di una sensibilità, di un giro di relazioni, di un´immagine, al limite di una moda, giammai di una tribù o di un clan. Perché Veltroni non ha mai avuto un Latorre, né un Rovati, tanto meno un palazzo di riferimento - a parte il Campidoglio e quella splendida finestra sui fori dove il più amabile sindaco fa affacciare chiunque. C´è solo lui, Wonder-Walter, e ben sotto di lui una nutrita squadra di anonimi ed evoluti specialisti della comunicazione. O meglio, qualche mese fa sono spuntati fuori dei militanti, pardòn, dei volontari veltronisti: scopa, rastrello e sacchi dell´immondizia, hanno fatto il loro esordio spazzando la spiaggia di Ostia. Anche questo è un dettaglio che a suo modo dischiude l´orizzonte del veltronismo, nel senso della sua reclamizzatissima estraneità al gioco della politica, almeno com´è intesa dai suoi futuri e davvero poco entusiasti grandi elettori. Da questo punto di vista vale la pena di rileggere le fredde ordinanze comunali sull´affissione dei manifesti dei partiti, o analizzare in controluce alcuni interventi contro la piaga dei parcheggi delle auto blu intorno alla Camera e al Senato. Se tenersi fuori e marcare la distanza dai perenni stranguglioni del centrosinistra è stata negli ultimi anni una costante del personaggio, colpisce la sprezzante risolutezza con cui mesi orsono ha liquidato una certa questione su cui di dilaniavano i ds: «Cose di partito». E poco mancava che aggiungesse puah! - prima di recuperare un contegno e andarsene in giro per l´Italia a parlare di Chaplin e di Gandhi. Il potere, certo, è importante, ma decide lui quanto, e come, e perché. Fedele in questo a un certo riflesso vetero-comunista, per istinto e per calcolo nessuno più di Veltroni evita lo scontro, ostenta prudenza e si risparmia la fatica dell´ambizione. La sola idea di scendere in campo, sosteneva non molto tempo fa, gli faceva venire «il mammatrone», che a Roma sarebbe la più invincibile paura. Com´è ovvio per ogni politico, c´è da scontare una normale quota d´insincerità, o di astuto e scettico disincanto. Eppure la differenza fra Veltroni e l´oligarchia che da anni si ritrova mesta attorno ai tavoli della Gad, della Fed o dell´Unione finisce per apparire, più che evidente, clamorosa. Una specie di sfida. A occhio si direbbe che il veltronismo abbia scelto di dispiegarsi, non di rado anche in prima persona, su un altro e più vasto campo d´azione che attraversa e regola le passioni culturali diffuse e produttive dell´oggi. Le sole che appaiono in grado di ripristinare i vincoli sociali: letteratura, arte, archeologia, musica, cinema, tv, media, sport, tempo libero. Fino a sconfinare, tra notti bianche e partite del cuore, toponomastica mirata e necrologi smaglianti, feste del vicinato e battesimi di lupi al Bioparco, nel mondo immateriale dei ricordi, dei simboli, dei rituali, delle emozioni, dei sentimenti. O per meglio dire: dei buoni sentimenti. La definizione di «buonismo», copyright di Ernesto Galli della Loggia, risale ormai al 1995 e da allora Veltroni non solo l´ha assecondata senza troppo preoccuparsene - si pensi all´Africa o alle visite con i liceali negli ex campi di concentramento - ma ne ha anche fatto un indispensabile strumento di governo, per non dire di egemonia e di potere, in una metropoli come Roma. Dove per volontà dell´amministrazione, e con i dovuti sponsor, contro la pena di morte s´illumina addirittura il Colosseo. E comunque. Invece di buttarsi nell´asfittico, affannoso ed egoistico tran tran del Palazzo, il veltronismo ha trovato la sua vision e la sua mission nella più conclamata vicinanza ai soggetti deboli e ai temi che l´odierna vita pubblica sembra aver inesorabilmente smarrito: la solidarietà, un certo ottimismo sul futuro, una indubbia disponibilità al dialogo con le altre culture (compresa quella della destra), l´attenzione a prigionieri, esuli, piccoli grandi eroi della cronaca, gente semplice, vecchi, bambini, ammalati. Esiste a questo proposito una vasta iconografia che per certi versi modella, più che una politica, una specie di religione secolarizzata di cui Walter (a Roma «Warter») sembra il sollecito, assiduo, garbato e benedicente pontefice. E però, anche senza andarsi a rileggere la prefazione che Veltroni ha scritto al libro che raccoglie i discorsi di Giorgio La Pira, il «sindaco santo» di Firenze, colpisce l´efficace naturalezza con cui il personaggio salta le vecchie mediazioni istituzionali, diffonde calore e mette in gioco il suo stesso corpo: dalle danze in Malawi, con tanto di gallo votivo, alle turbolente demolizioni dell´abusivismo, dal compleanno della nonnetta all´incontro di beneficenza con Totti, dal concerto fino al letto d´ospedale dove è comparso in un video: dopo un´operazione, ma prima del voto. Sembra passato un secolo dalle prime notazioni dell´immaginario veltroniano: le camicie con i bottoncini, la Nutella, Kennedy, le figurine Panini e De Gregori. Nell´era della post-politica nessun codice sembra al tempo stesso più moderno e più antico di quello che può offrire l´imminente leader del centrosinistra. Una specie di berlusconismo alla rovescia, ma con vent´anni di meno: decisamente il peggior guaio che poteva capitare al Cavaliere.