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 2007  giugno 21 Giovedì calendario

ROMA – «A

dirla tutta, mi sembra una grandissima forzatura e anche un po’ una mascalzonata mettere gente cone Ricucci, Coppola, Statuto accanto a Francesco Gaetano Caltagirone. Sarebbe come paragonare il
Corriere della Sera all’Araldo di Zagarolo. Con tutto il rispetto per la cittadina ricucciana». Pietro Calabrese, dal dicembre 2004 direttore di «Panorama», ha diretto dal giugno 1996 alla fine del 1999 il quotidiano Il Messaggero,
storica voce della città di Roma, appena acquistato da Caltagirone. Il loro è stato un rapporto lungo, alla fine anche oscurato da una brusca conclusione legata alle mille «voci» di altri incarichi (soprattutto Rai) destinati a Calabrese che avevano innervosito l’imprenditore. Ma ora tutto si è ricomposto: «Ci vediamo e sentiamo spesso, con piacere».
Perché parla di «forzatura», Calabrese? «Caltagirone ha una dimensione professionale, un’intelligenza, un potere personale, una capacità di condurre i propri affari che non hanno nulla in comune con i "palazzinari romani".
Ammesso e non concesso che Caltagirone lo sia stato, da decenni ha completamente un altro passo». Comunque sia, Calabrese, le contestazioni all’editore-costruttore sono pesanti: aggiottaggio, insider trading. Che ne pensa? «Non ho riscontri concreti per poter affermare con sicurezza se esista materia sulla quale discutere o no. Ma posso portare una testimonianza personale. Nel 1996 Caltagirone aveva i suoi pesanti problemi giudiziari, una continuazione delle vicende del 1992. Erano anni differenti: ha ragione D’Alema quando dice che in quella stagione per i politici c’erano motivi concreti per una ipotesi di reato, oggi no».
L’editore del suo giornale subì complessivamente tredici processi. Poi finiti con altrettante assoluzioni, come tiene puntigliosamente a sottolineare l’interessato... «Ed è qui il punto.
Lui appariva sempre sereno, continuava a sostenere di non avere nulla a che fare con le contestazioni. Oggettivamente così è stato. Quindi posso immaginare la sua furia di queste ore. Sono pronto a mettere non una ma due mani sul fuoco: dopo quei processi, tutto vorrebbe Caltagirone tranne ritrovarsi ancora nel ruolo di indagato. Non si metterebbe mai in una situazione del genere, semplicemente per una ragione psicologica. Ma anche pratica: può disporre di moltissimo denaro, il suo peso specifico in molti settori è notevole. Che vantaggio trarrebbe da certe manovre?». Qual è il rapporto dell’uomo con l’universo giudiziario? «Si è sempre considerato come la vittima di una forte ingiustizia da parte della magistratura. Senza voler difendere nessuno, in quel periodo le persecuzioni sono state più numerose delle esecuzioni di una sentenza definitiva».
Evitiamo retoriche e proviamo ad essere sinceri, visto che si parla di giornalismo tra addetti ai lavori. Può dire di essere stato un direttore libero con un editore come Caltagirone? «Per un anno e mezzo sono stato il direttore più libero del mondo con un editore certo non assente ma che studiava la situazione. Poi la libertà è rimasta ma Caltagirone ha imparato bene il mestiere. E tra persone intelligenti, magari a pranzo, possono partire ed essere ricevuti piccoli messaggi trasversali da una parte e dall’altra....»