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 2007  giugno 20 Mercoledì calendario

Ogni volta che entro in casa sua, gli si illuminano gli occhi. Mi prende la mano e parliamo per ore

Ogni volta che entro in casa sua, gli si illuminano gli occhi. Mi prende la mano e parliamo per ore. In tanti anni abbiamo tirato fuori e messo insieme le nostre tragedie. Io lo chiamo capitano e lui scuole la testa e sospira: ”guarda com’è ridotto il povero capitano”». Anna Maria Canacci, oggi, vive sola in un appartamento colmo di bambole. Aveva 14 anni quando Ilario, suo fratello, fu trucidato alle Fosse Ardeatine. «Fu arrestato il 20 marzo 1943, durante un rastrellamento a Ciampino subito dopo un bombardamento - racconta Anna Maria -. Non abbiamo mai saputo il perché. Dissero che stava nei Gap, ma il capitano mi ha raccontato come sono andate veramente le cose». Il «capitano» è l’ex ufficiale delle SS, Erich Priebke, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. E’ il «boia» di suo fratello e di altri 355 innocenti: lo è per i magistrati che lo hanno condannato all’ergastolo, lo è per i giovani della comunita ebraica che, dopo le proteste per il permesso di lavoro ottenuto dall’anziano nazista, ieri hanno salutato il suo ritorno ai domiciliari con un’inequivocabile scritta sul muro: «Bentornato a casa, assassino». Lo è per tutti, ma non per Anna Maria, che pure alle Ardeatine ha perso un fratello appena adolescente. Le sue parole suonano sorprendenti: «Sento vicine tutte le 355 vittime, ma il capitano è stato costretto ad eseguire il più tremendo degli ordini ed è come se, dentro, fosse morto anche lui quel maledetto giorno». Quando nel 1998 lo ha visto assediato dalla protesta davanti al tribunale militare, ha capito che non poteva più vivere con il sentimento dell’odio. «Ero volontaria alla mensa per i poveri di Santa Maria in Via e il rettore della chiesa mi fece conoscere Giovanni Paolo II - racconta -. Ascoltò a lungo il mio sfogo, la sofferenza della mia famiglia. Ci siamo rivisti altre volte e alla fine mi ha esortato al perdono. Mi sono affiorate dal cuore le sue parole quando vidi Erich Priebke bersagliato dal rancore e dall’ira. Chiesi di incontrarlo e lui accettò. All’inizio ero sconvolta, inorridita, poi è nato un grande affetto». Da allora Anna Maria è una presenza discreta e costante al terzo piano del condominio di via cardinal Sanfelice, quartiere Aurelio, unico appartamento con le grate alle finestre e le serrande sempre abbassate: la casa dove il «Boia delle Ardeatine» sconta gli arresti domiciliari. «Gli porto miele e biscottini della salute che faccio con le mie mani - spiega -. L’ho seguito ovunque, anche durante il ricovero all’ospedale militare del Celio. E’ stato lì che mi ha parlato di mio fratello: mi ha detto che Ilario, al terzo braccio del carcere di Regina Coeli, fu scambiato per il capo partigiano Mario Sbardella. Per questo finì nella lista della rappresaglia». Dice che è stata la fede a darle la forza di perdonare. «Avevo ancora nelle orecchie le maledizioni e le urla strazianti di mia madre davanti alle tombe delle Ardeatine, non pensavo di riuscire a perdonare, ma piano piano ho capito che anche il capitano è una vittima della guerra - si asciuga le lacrime -. Anche Erich, come me, è rimasto orfano prestissimo. E’ stato cresciuto nella disciplina più rigida. Da militare ha imparato a non discutere mai gli ordini, però ha un animo tenero e si è commosso quando gli ho regalato una bambola di pezza che avevo cucito per lui». Un feeling assurdamente forte tra vittima e carnefice. «Una sola volta l’ho visto scuro in volto - osserva Anna Maria -. Mi avvicinai e gliene chiesi motivo. ”Anna Maria, non sai che giorno è oggi?”, riuscì solo a dire e la mano gli tremava forte per quanto stava male». Era il 24 marzo, l’anniversario delle Fosse Ardeatine: «Per l’unica volta, accettò di scavare dentro il suo animo per riportare alla luce i dettagli e le circostanze terribili dell’eccidio». Una descrizione sofferta, al limite dell’espiazione. «E’ stata una tragedia impossibile da descrivere - raccontò Priebke -. Lì dentro dove oggi c’è il mausoleo delle vittime, scoppiò l’inferno. Il colpo in testa al primo prigioniero, poi tutti di seguito, ma i soldati giovani non erano sufficienti. Ne arrivarono altri e venivano fatti ubriacare per stordirli e far superare l’orrore. Non volevano fare quel lavoro. Poi un soldato si rifiuta e io devo avvertire il comandante Kappler che arriva e minaccia il soldato. Gli dice che se non obbedisce ammazzeranno lui e tutta la sua famiglia. Kappler si avvicina al soldato e gli fa sparare». Mentre rievoca la strage, racconta ora Annamaria, Priebke si teneva le testa tra le mani. «Poi aggiunse: è stato terribile. Stammi vicina. Non deve più succedere al mondo una cosa del genere. Per finire il lavoro alle Fosse Ardeatine siamo dovuti andare a prendere in ufficio gli impiegati e i dattilografi e li abbiamo messi a sparare. Quando è finito tutto eravamo come impazziti. Abbiamo dovuto ubriacarci per tre giorni ma nulla è servito a vincere la disperazione». Da quel 24 marzo l’angoscia non lo ha più abbandonato. Ora la sua migliore amica: «Sta malissimo - dice -, non è vero che è un uomo crudele, ripete sempre: ”Sconterò la mia pena fino in fondo” e io non penso di tradire la memoria di mio fratello standogli vicino. Ciò che faccio per lui, lo faccio per tutti coloro che sono morti con Ilario. Ho voluto scendere negli abissi della sofferenza per dimostrare che dall’odio nasce il male mentre il perdono crea la riconciliazione. Me lo ha insegnato Karol Wojtyla e ho voluto mettere in pratica il suo insegnamento nel dolore più profondo». Far visita al «capitano», assisterlo nella sua «quotidiana solitudine», è diventata una sorta di catarsi. Non priva di momenti sereni e passioni comuni. Come quella per i prodotti di artigianato e, in particolare, per i giocattoli fabbricati a mano «Siamo entrambi molto religiosi, per ore parliamo di Giovanni Paolo II e fininamo ogni conversazione con l’augurio ”pace e bene”. Mi racconta spesso del figlio e di quanto gli manca sua moglie - precisa Anna Maria -. E’ così radicato il nostro affetto che non esitiamo a confessarci angosce, paure, prove drammatiche. Ho condiviso con lui la sofferenza della morte per droga di mia nipote e della grave infermità che ha colpito mio figlio». Una confidenza calata nella quotidianità. «Vive male, sente una cappa cupa che gli grava addosso da sessant’anni, nella camera d’ospedale al Celio l’ho visto annichilito, sembrava aver perso la voglia di tenersi aggrappato alla vita. Poi la fede gli ha dato lo slancio di riprendersi. La sua condanna all’ergastolo era già scritta e trovo ingiusto togliere la libertà a un uomo che ha già sofferto tanto». Ilario Canacci, fratello di Anna Maria, fu trucidato alle Fosse Ardeatine. «Eravamo sei fratelli senza padre - ricorda oggi la sorella - . Ilario, a 17 anni era il capofamiglia e ci manteneva tutti, compresa mia madre. Faceva il fornaretto alla borgata Gordiani». Andava in giro, con la bicicletta, a portare il pane. Poi trovò un posto in centro all’Hotel Pace Elvezia. «Aveva imparato a portare tanti bicchieri su un cabaret, con una mano sola - ricorda Anna Maria -. Ne andava orgoglioso». Ilario fu arrestato il 20 marzo 1943, durante un rastrellamento a Ciampino subito dopo un bombardamento.