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 2007  giugno 20 Mercoledì calendario

Vi siete accorti che il Bosforo sta regredendo? Ne dubito. Di questi tempi, presi come siamo ad ammazzarci con la vivacità e l’entusiasmo dei bambini in festa, chi di noi legge qualcosa per informarsi sullo stato del mondo? Anche ai giornalisti di rubrica concediamo al massimo una lettura distratta mentre sgomitiamo agli attracchi dei traghetti, ci spintoniamo sulle piattaforme degli autobus o siamo seduti in dolmus dove i caratteri di stampa diventano quasi illeggibili per le vibrazioni

Vi siete accorti che il Bosforo sta regredendo? Ne dubito. Di questi tempi, presi come siamo ad ammazzarci con la vivacità e l’entusiasmo dei bambini in festa, chi di noi legge qualcosa per informarsi sullo stato del mondo? Anche ai giornalisti di rubrica concediamo al massimo una lettura distratta mentre sgomitiamo agli attracchi dei traghetti, ci spintoniamo sulle piattaforme degli autobus o siamo seduti in dolmus dove i caratteri di stampa diventano quasi illeggibili per le vibrazioni. Che il Bosforo sta regredendo l’ho scoperto leggendo una rivista geologica francese. Pare che il Mar Nero si stia riscaldando, mentre il Mediterraneo si raffredda. Dipende dal fatto che l’acqua marina ha iniziato a defluire in certe immense cavità sul fondo del mare e che, in conseguenza di un tale cataclisma tettonico, i bacini di Gibilterra, dei Dardanelli e del Bosforo si stanno sollevando. Uno dei pescatori da noi interrogato sulle rive del Bosforo, dopo averci detto che la sua barca va in secca nelle stesse acque dove un tempo gettava l’ancora per una distanza lunga quanto un minareto, ci ha posto la seguente domanda: «Di tutto ciò, al nostro primo ministro interessa qualcosa?» Non lo so. So però quali saranno per il prossimo futuro le conseguenze di questa situazione che si sta evolvendo rapidamente. A quanto pare, in poco tempo, il paradiso che chiamiamo Bosforo si tramuterà in una palude color pece in cui i relitti incrostati di fango dei galeoni manderanno lampi di luce come sfavillanti denti di fantasmi. Non è difficile immaginare che questa palude, dopo un’estate particolarmente calda, inizierà a prosciugarsi qua e là, diventando melmosa come il letto di un anonimo fiumiciattolo che bagna un’anonima cittadina, e persino le pendici, nutrite dalle acque di scolo che scrosciano come cascate da enormi condotti, si copriranno di margherite ed erbacce. In questa valle oscura e selvaggia, dove la Torre di Leandro si ergerà dalla roccia dove sta piantata come un possente e minaccioso bastione, comincerà una nuova vita. Quartieri nuovi di zecca verranno eretti sopra il pantano della laguna un tempo chiamata Bosforo, in barba agli impiegati municipali che si affanneranno a correre qua e là impugnando il libretto delle citazioni: baraccopoli, chioschi, taverne, locali notturni e luoghi di divertimento, luna park con giostre, casinò, moschee, conventi di dervisci e covi di fazioni marxiste, fabbriche di plastica che nasceranno dal nulla e nel nulla spariranno, laboratori dove si produrranno clandestinamente calze di nylon... Nel cuore di questo caos apocalittico si staglieranno i resti dei traghetti delle Linee marittime di una volta, adagiate sul fianco in mezzo a distese di meduse e tappi di gazzosa. L’ultimo giorno di repentino regresso delle acque, fra le navi da crociera americane rimaste in secca e le colonne ioniche ricoperte di alghe, emergeranno scheletri celtici e lici con le bocche spalancate, in una muta preghiera verso divinità preistoriche di cui non conosciamo nemmeno più il nome. Tra tesori bizantini incrostati di mitili, forchette e coltelli d’argento e di latta, barili di vino secolari, bottigliette di gazzosa, carcasse di affilate galere, mi immagino una civiltà le cui scarse esigenze energetiche – niente più che il funzionamento di qualche lanterna e di poche, vecchie stufe – saranno tutte soddisfatte dal contenuto di una sgangherata petroliera rumena con le eliche piantate in una cavità paludosa. Ma ciò a cui dobbiamo prepararci per colpa di questo maledetto pozzo, nutrito dalle acque di scolo color verde scuro di tutte le fogne di Istanbul, è un tipo di epidemia del tutto nuovo, trasmesso dalle orde di topi venute a godersi questo paradiso fatto di sotterranei miasmi preistorici, acquitrini prosciugati, carcasse di delfini, rombi chiodati e pescispada. Lo so e vi avverto: le catastrofi che si verificheranno in questo luogo infetto, chiuso in quarantena dietro reticolati di filo spinato, non risparmieranno nessuno. Sulle terrazze da cui una volta guardavamo la luna colorare con riflessi d’argento le seriche acque del Bosforo, d’ora in poi osserveremo il velo di fumo azzurrino dei cadaveri a cui non si sara potuto dare sepoltura. Seduti ai tavoli dove un tempo bevevamo raki respirando il dolce profumo degli alberi di Giuda e dei caprifogli che crescono sulle rive del Bosforo, sentiremo il pungente tanfo di muffa dei cadaveri putrefatti, che brucerà le nostre fosse nasali. Su quelle rive dove ora si allineano file e file di pescatori, non ascolteremo più il canto tranquillizzante degli uccelli primaverili e il rumore delle correnti del Bosforo, ma saremo investiti dalle urla di coloro che, terrorizzati dalla morte, si affronteranno armati di spade, pugnali, scimitarre arrugginite, pistole e fucili che si saranno improvvisamente trovati a portata di mano, armi gettate in acqua nei secoli per paura delle perquisizioni generali. Gente che abita in paesini sulla riva del mare, tornando a casa esausta non aprira più fino in fondo il finestrino dell’autobus per inalare il sentore delle alghe; al contrario, per impedire che la puzza di fango e cadavere possa entrare negli autobus comunali, infileranno stracci e giornali negli interstizi dei finestrini, attraverso i quali osserveranno l’orrendo buio sottostante, illuminato dalle fiamme. Ai caffè sul mare, dove di solito passeggiamo tra i venditori ambulanti di palloncini e di helva, d’ora in poi non guarderemo piu le luci delle navi ma il riverbero rosso sangue delle mine che esploderanno tra le mani dei bambini curiosi. I rastrellatori di spiagge, che prima vivevano raccogliendo lattine vuote e monete bizantine portate a riva dai mari in burrasca, adesso dovranno recuperare i macinacaffè che antiche piene hanno rubato alle dimore in legno sul lungomare facendoli affondare negli abissi del Bosforo, pendoli con il cucù ricoperto di muschio e neri pianoforti incrostati di molluschi. Sara allora che, una notte, m’infiltrerò in questo inferno, al di là del filo spinato, per andare a cercare una Cadillac nera. Questa era l’auto di cui si gloriava un bandito di Beyoglu (non oso spingermi fino a definirlo «gangster»), le cui avventure ho seguito trent’anni orsono da cronista alle prime armi, il padrone del covo di nequizie nel cui atrio erano appese due vedute di Istanbul che mi piacevano davvero molto. Di auto uguali, in tutta la citta, ce n’erano soltanto altre due: una apparteneva ai Dagdelen, quelli delle ferrovie, e l’altra era di Maruf, il re del tabacco. Il nostro brigante (a farne una leggenda siamo stati noi giornalisti: le sue ultime ore le abbiamo raccontate a puntate per un’intera settimana), inseguito dalla polizia a mezzanotte, si era buttato con la Cadillac e la sua amante nelle acque oscure del Bosforo ad Akinti Burnu, la Punta delle Correnti, secondo alcuni spinto dall’ebbrezza dell’oppio, secondo altri consapevolmente, come un brigante a cavallo. Mi immagino dov’è l’auto, che i sommozzatori non sono riusciti a trovare dopo giorni di ricerche; quotidiani e lettori, dal canto loro, c’hanno messo poco a dimenticarsene. Secondo me si trova lì, nel punto più profondo della nuova valle un tempo chiamata Bosforo, ai piedi di un abisso melmoso pieno di scarpe e stivali scompagnati vecchi di settecento anni, dentro cui ora i granchi fanno il nido, fra ossa di cammello e bottiglie con dentro lettere d’amore ad amanti sconosciuti; laggiù in fondo, oltre i pendii coperti di foreste di spugne e mitili tra cui brillano diamanti, orecchini, tappi di gazzosa e braccialetti d’oro; poco più in là del laboratorio per la produzione di eroina allestito di nascosto nello scafo morto di una barca, oltre la lingua sabbiosa dove ostriche e buccini si nutrono a secchiate del sangue dei ronzini e degli asini macinati e ridotti a salame clandestino. Mentre cerco la Cadillac nel silenzio di questo buio maleodorante, ascoltando i clacson delle auto che continuano a sfrecciare su quella che un tempo si chiamava la Costiera ma che ora assomiglia piuttosto a una strada di montagna, mi imbatterò in cospiratori di palazzo ancora rannicchiati nei sacchi dentro i quali sono stati affogati, e in scheletri di preti ortodossi ancora aggrappati alle loro croci e ai loro ornamenti, le caviglie gravate di palle e catene. Quando scorgerò il fumo azzurrino che si leva dal periscopio usato come tubo della stufa sul sottomarino britannico che affondò a muso in giù contro le rocce muschiose, con l’elica impigliata nelle reti da pesca, mentre voleva silurare la Gülcemal che trasportava le truppe dal porto di Tophane ai Dardanelli, capirò che si tratta di nostri concittadini belli comodi in questa loro nuova casa uscita dai cantieri di Liverpool, tranquilli mentre bevono il tè in tazzine di porcellana sprofondati nelle poltrone di velluto degli ufficiali inglesi, poco prima occupate dagli scheletri ancora protesi a inseguire l’ultimo residuo d’aria. Nella penombra, poco più avanti, ecco l’ancora arrugginita di una nave da guerra del kaiser Guglielmo: il riflesso azzurro di uno schermo televisivo mi strizzerà l’occhio. Studierò quel che resta di un tesoro genovese saccheggiato, un cannone a canna corta pieno di fango, divinità e icone di nazioni e popoli scomparsi e dimenticati, un lampadario di ottone con le lampadine in frantumi ma ancora inserite al culmine dei bracci. Scendendo ancora – scivolando in profondità fra acquitrini e rocce ”, incontrerò gli scheletri di schiavi galeotti che puntano le orbite vuote alle stelle, serenamente seduti ai loro remi, in catene. Forse non mi curerò di collane, occhiali e ombrelli che penzolano dagli alberi di alghe, ma per un attimo i miei occhi indugeranno con timore sui cavalieri crociati in assetto di guerra, con armi, corazza e tutto il resto, su magnifici scheletri di cavalli ancora ostinatamente eretti. Allora capirò, con un po’ di paura, che sono proprio questi cadaveri di crociati, coperti di mitili, con tutti i loro stendardi e le loro armi, a montare la guardia alla Cadillac nera. Copyright Iletisim Yayincilik Ass. 1994. Tutti i diritti riservati