Luca Ubaldeschi, La Stampa 19/6/2007, pagina 21., 19 giugno 2007
«Ho dubitato di Annamaria». La Stampa, martedì 19 giugno Crede che io non abbia mai avuto sospetti su mia nuora?»
«Ho dubitato di Annamaria». La Stampa, martedì 19 giugno Crede che io non abbia mai avuto sospetti su mia nuora?». La domanda di Mario Lorenzi scivola via veloce, quasi a bilanciare il peso di quelle poche parole. Lui, suocero di Annamaria Franzoni, aggiunge un aspetto ancora inedito al caso di Cogne, rivelando che il dubbio sull’innocenza della donna - condannata a 16 anni nel processo d’appello per l’omicidio del figlio Samuele - almeno per un periodo è entrato anche all’interno della famiglia. La rivelazione è contenuta nel libro «La chiamavano Bimba» (oggi in uscita per Mondadori), che Ilaria Cavo ha dedicato al giallo. In una vicenda dai tanti particolari contrastati, ambigui, Mario Lorenzi parla in maniera molto diretta. A cominciare da quando rievoca la telefonata che il 30 gennaio 2002 lo aveva avvisato della morte del nipote. «Mi trovavo a Bologna, sono saltato in auto e ho pensato: è stata lei... Sì, ha capito bene. Ho pensato che fosse stata mia nuora, Annamaria, a ucciderlo». Le lettere Dubbi che il nonno di Samuele ha scelto di affrontare con un’indagine personale, ordinando un perizia sulla grafia della nuora, «per comprendere la sua personalità, per capire se potesse essere stata lei». Lorenzi ha preso alcune lettere di Annamaria e le ha affidate a un amico, un sacerdote. «Ha concluso - spiega nel libro - che non ha una doppia personalità o disturbi che possano far di lei un’assassina. Semplicemente ritiene che sia una persona portata a sognare, a cercare di realizzare il sogno, un po’ come tutti i Franzoni». In quelle righe scritte da Annamaria, la perizia ha scorto «grande sensibilità», «un’intelligenza percettiva», «ma anche rabbia verso se stessa, accompagnata da ansia», arrivando poi a sentenziare come non ci siano «segni che indichino pericoli». L’indole all’investigazione Lorenzi l’ha confermata anche in seguito, quando - spazzati i dubbi - ha lottato per l’innocenza di Annamaria Franzoni. Ilaria Cavo racconta che ha studiato verbali e analizzato macchie di sangue; ha preparato filmati per evidenziare quelle che riteneva le incongruenze dell’accusa; ha consegnato un dvd e un dossier ai giudici; ha trascorso un’estate al computer per riascoltare ore di intercettazioni. Ma stupisce ancora una volta quando dice di non aver alcun «obbligo di difendere mia nuora. Tanto più che tra noi, in passato, ci sono stati dissapori». Addirittura, «c’è stato un periodo in cui, per questioni spicciole, non ci parlavamo neppure più». Poi «i problemi sono rientrati», ora «abbiamo un buon rapporto». Semplicemente, «ho voluto capire», capire una donna che, «sembrerà assurdo», ma «dopo tutto quello che è successo, secondo me, è diventata più dolce». Capire Annamaria è lo stesso obiettivo del libro di Ilaria Cavo, che ha seguito il caso prima per «Porta a porta» e poi per «Matrix» e «Tempi moderni», convincendosi che il giallo di Cogne è prima di tutto il mistero di una donna. Già il titolo è emblematico. Quel soprannome - «Bimba», come in famiglia chiamano Annamaria - è stato interpretato da alcuni solo come una naturale testimonianza d’affetto del marito o del padre, da altri come la spia di una personalità non cresciuta. Per capire chi abbia ragione, Ilaria Cavo descrive la Franzoni attraverso i racconti dei personaggi che con lei sono stati protagonisti di questa tragedia dai familiari ai primi soccorritori, dalla guardia medica che la visitò due ore prima dell’omicidio di Samuele ai vicini di casa che si sono nel tempo trasformati in rivali da accusare. E poi i giudici, gli avvocati, i tanti periti che hanno scavato nella personalità di Annamaria Franzoni. I medici In questo viaggio alla scoperta di una donna che «ha affascinato milioni di italiani» (copyright di un magistrato), proprio i medici che hanno indagato la sua psiche hanno un ruolo significativo. Roberto Gianni, perito del giudice per le indagini preliminari, ricostruisce nel libro gli incontri con Annamaria nella casa dei Franzoni a Monteacuto, in Emilia, durante i quali la donna spiegò come era maturata la scelta di trasferirsi in Valle d’Aosta. Perché anche il luogo è stato un elemento non secondario di questa tragedia. «Stefano mi diceva che gli sarebbe piaciuto tantissimo andare ad abitare a Cogne... Io gli ho detto no e la cosa è morta lì». Poi qualcosa è cambiato: «Sono stata io a dire andiamo là... E’ una scelta che ho fatto perché avevo ventun anni, per provare». E al perito che le chiede se pensa di aver sbagliato, Annamaria Franzoni lascia soltanto una domanda: «Perché sono andata là?». Luca Ubaldeschi