Corriere della Sera 18/06/2007, pag.29 Raffaele La Capria, 18 giugno 2007
Parliamo bene dei distratti. Corriere della Sera 18 giugno 2007. Da un po’ di tempo sono entrato «in distrazione », non so se per la mia diminuita capacità uditiva che, specie al ristorante o in un salotto, quando tutti parlano, non mi permette neppure di capire l’argomento della conversazione, e dunque sono tagliato fuori e mi distraggo
Parliamo bene dei distratti. Corriere della Sera 18 giugno 2007. Da un po’ di tempo sono entrato «in distrazione », non so se per la mia diminuita capacità uditiva che, specie al ristorante o in un salotto, quando tutti parlano, non mi permette neppure di capire l’argomento della conversazione, e dunque sono tagliato fuori e mi distraggo. Oppure se ha contribuito a questo mio stato la noia della politica come oggi ci viene raccontata dai giornali e dalla televisione, una politica dispendiosa che parla solo di sé con ridicole sottigliezze, mentre il Paese va per conto suo. O infine se è l’età, la vicinanza al gran traguardo, che mi spinge verso quelle domande senza risposta che mi rivolgo al buio di notte mentre dura l’insonnia. Certo è che da un po’ mi sono dedicato all’esercizio della «distrazione vigilante», un esercizio complicato che consiste nel tenere la memoria pulita da tutte le incrostazioni che vi potrebbero attecchire. I giornali si occupino – e bene fanno – dei fatti che accadono, ma a me sarà concesso di occuparmi dei fatti dell’anima e di rivolgermi quelle domande, o dovrei aspettare proprio l’ultimo momento? I giornali li leggo doverosamente ogni mattina, e a volte mi ci smarrisco, ma poi ritorno alla mia occupazione preferita, la manutenzione della memoria. I giornali mi informano che Togliatti nel 1947, e precisamente nel tal giorno di ottobre, tenne un discorso e disse certe parole, o che D’Alema nel 1999 replicò la tal frase a una frase di Berlusconi, ma posso chiedere il permesso di non saperlo? Di cancellarlo subito con una gomma che non ne lascia traccia? I giornali informano a volte anche su quello che non dicono e che non possono dire perché ancora non si sa, ma che è nell’aria. Dicono qualcosa della fine della storia o della storia globale che tutti ci include, ma questo qualcosa è vago e indecifrabile. (Sapevano qualcosa, fino al giorno prima, della caduta del Muro, della fine del comunismo e della guerra fredda? E avevano previsto l’inizio della guerra santa dell’Islam contro l’Occidente?). Questo per dire che i giornali spesso non sanno, e che la vera attualità cui tanto tengono è fuori della loro portata. Ma ormai lo sento, la storia e le notizie dei giornali mi riguarderanno ancora per poco. Mi considero espulso per ragioni anagrafiche, e perciò ho le mie buone ragioni. E poi non è senza fatica tenere la memoria libera dai fatti dei giornali, considerando che sono fatti per modo di dire, per chi come me ora guarda da un’altra parte. Le parole che trovi sui giornali sono le parole della politica, e questo lo sappiamo è «il paese della politica». La politica è un lavoro a tempo pieno che non lascia margine alle distrazioni. E invece per me ora contano solo queste, e trovare per dirle la forma giusta, perché non appaiano dettate da frivola superbia intellettuale o del tutto campate in aria. Per permetterti il lusso di queste distrazioni qualcosa, lo sai, devi pur dare, devi pagare un pedaggio alla comunità, fornendo qualcosa che lo compensi. Questo qualcosa è la cura e l’amore per il «dialetto della tribù». Di questo sei responsabile, questa è la tua pietruzza. Per loro, per la politica, per i giornali, conta l’attualità; e per loro l’attualità è la notizia, è nei fatti che avvengono, che stanno avvenendo, che incombono. Per me l’attualità è il «dialetto della tribù», cioè come li scrivi quei fatti, non importa quando avvenuti, se nell’immediato o nel tempo remoto. E conta il rapporto e la distanza tra quei fatti e quelle altre domande che ti poni, profilate lontano come montagne sullo sfondo d’un paesaggio. Così si stabiliscono nuove gerarchie e altre priorità nella mente. Tutto quello che ho detto finora se vuoi davvero praticarlo devi tener duro perché spesso il linguaggio che usi e questa tua distrazione non per tutti corretta, contrastando con lo stato delle cose vigente, sono accusati di diserzione. Se vuoi praticarli senza peccare di indifferenza, superbia o egoismo devi essere abile e, anche come scrittore, devi apprendere l’arte schizofrenica della distrazione vigilante, che significa esserci e non esserci nello stesso momento. Come quando guidi l’automobile, è rosso e ti fermi, ma stai pensando ad altro, un cane ti attraversa la strada, lo vedi, vedi di che razza è, di che colore ha il pelo, e intanto eviti una motoretta e pensi a una frase che qualcuno ti ha detto anni fa, e così via... Così è la distrazione vigilante. La mise in pratica con fin troppa evidenza sir James Joyce, creandoci sopra uno stile che lo rese celebre. Ma qui io ne parlo, a dire il vero, più per usarla nella vita che in letteratura, ne parlo perché non ti esime del tutto dall’esserci, dalla partecipazione, dalla cognizione dell’altro, dalla lettura dei giornali, dalla politica se vuoi, ma ti permette nello stesso tempo di mantenere le distanze, di pensare graduando l’importanza delle cose da segnare nella memoria, escludendone molte, e trattenendone altre, come appunto quelle domande sull’inizio e sulla fine d’ogni cosa, che come tanti mi rivolgo nel buio prima di abbandonarmi al sonno. Raffaele La Capria