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 2007  giugno 18 Lunedì calendario

La rivoluzione conservatrice dei Kaczynski. La Stampa 18 Giugno 2007. Varsavia. La prima rappresentazione polacca di «Aspettando Godot», il capolavoro di Samuel Beckett, seguì di poco Parigi, Londra e la Germania, anticipò l’Italia e tutti gli altri Paesi: andò in scena nel 1956, aiutata dal «disgelo» sovietico

La rivoluzione conservatrice dei Kaczynski. La Stampa 18 Giugno 2007. Varsavia. La prima rappresentazione polacca di «Aspettando Godot», il capolavoro di Samuel Beckett, seguì di poco Parigi, Londra e la Germania, anticipò l’Italia e tutti gli altri Paesi: andò in scena nel 1956, aiutata dal «disgelo» sovietico. Antoni Libera, scrittore e regista, poi grande amico del drammaturgo, se la ricorda bene perché fu il primo spettacolo «per adulti» che vide, bambino. Sono passati tanti anni, ma l’impressione a Varsavia è che, alla fine, solo ora si stiano stufando di aspettare. «Tutta la società polacca era in attesa - ci dice lo scrittore -, lo è stata per tanto tempo, adesso non ne può più. Il risultato è che il resto dell’Occidente ci vede come non siamo: un Paese nazionalista e compatto, mentre sappiamo benissimo che non è così, e che soprattutto c’è in noi ben poca autostima. Viviamo una contraddizione insanabile fra orgoglio e senso di inferiorità». Anche Beckett può aiutarci a capire la Polonia di oggi, quella dei gemelli Kaczynsky (Jaroslaw il premier, Lech il presidente) che sta battendosi contro la revisione del sistema di voto nei Consigli europei e sembra ossessionata dal timore di essere ancora una volta dominata da altri. Varsavia è affollatissima di gente che sciama nei nuovi centri commerciali, di turisti nel vecchio centro (ricostruito durante il regime comunista usando le antiche planimetrie e le vedute del Canaletto), di infiniti ristoranti e bar. L’economia cresce e le paure sembrano allontanarsi. Eppure, basta salire al ventiseiesimo piano di un grattacielo staliniano, il Palazzo della cultura, per aprire una porta sul passato che non passa. La presidia il professor Karol Modzelewski, otto anni di galera sotto i comunisti da quando scrisse con Jacek Kuron, nel 1964, una lettera aperta che valse a entrambi il primo arresto. Medievista di fama, è stato uno dei padri fondatori di Solidarnosc. Ora sta trattando col governo la riforma dell’Accademia delle Scienze, di cui è vicepresidente, un centro di ricerca paragonabile al nostro Cnr più i Lincei. «Vogliamo preservare il principo dell’autogestione: se venissimo subordinati, diventeremmo un puro e semplice bottino politico», spiega. E’ in ballo una resa dei conti che si vorrebbe definitiva con l’eredità comunista, il grande gioco della «lustracija». Si è cercato con nuove leggi (sostanzialmente bocciate dalla Corte Costituzionale) di costringere quanti rivestono una funzione pubblica, intesa però in senso molto estensivo, a dichiarare di non aver mai avuto rapporti con la polizia comunista; si sono diffusi gli elenchi di chi ebbe contatti con i servizi segreti. Anche questa operazione è stata parzialmente bloccata, ma non ha risparmiato, per esempio, Ryszard Kapuscinski, il grande scrittore e inviato di guerra da poco scomparso, molto amato in Patria e all’estero. Qualche giorno fa, Claudio Magris, che parlava di lui su invito dell’Istituto italiano di cultura, ha trovato, a mezzogiorno di un normale giornata lavorativa, una Biblioteca Nazionale straripante di folla. «La verità sul regime comunista non è la conta dei delatori veri o presunti - dice Modzelewsky -. Quegli elenchi, poi, sono stati a lungo nelle mani degli stessi comunisti, durante il periodo della ”semidemocrazia”. Sono solo mezzo veri, quindi falsi». E allora a che cosa servono? «Ad attaccare le élites, dagli intellettuali agli imprenditori alla Chiesa stessa, che dopo la morte di Wojtyla non è più intoccabile». Non è un problema di verità, insiste; non riguarda il passato ma il presente. «Il mito di Solidarnosc è sopravvissuto a se stesso. Il sentimento generale è stato: abbiamo vinto, sì, ma io ho perso. La vittoria era dunque rubata. Chi erano i ladri? Il governo attuale ha risposto proponendosi come lo sceriffo. Colpisce soprattutto quelli ritenuti colpevoli del malessere popolare, e quindi le élites». Modzelewsky vede un Paese profondamente spaccato dove la Polonia popolare, ancora povera, e quella moderna non riescono né a parlarsi né a capirsi. Il resto, per esempio i dossier, è soprattutto «spettacolo politico». Ma tutto questo ha qualcosa a che fare con Bruxelles? Certo, risponde Libera. «A me l’attuale governo non piace, ma non è un monolite. E’ anzi una coalizione innaturale, dove i nazionalisti del ministro dell’Istruzione Roman Giertych non amano affatto l’Occidente, e il ministro dell’Agricoltura Andrzej Lepper, ex comunista, populista, è addirittura filo-sovietico». Il premier fa l’equilibrista: li lusinga e tenta di irretirli. Lascia che il ministro dell’Istruzione chieda il bando, nella scuole, per grandi classici come Kafka o Dostoevskij, in nome di libri più cattolici e più «polacchi», e intanto fa la voce grossa a Bruxelles. «Sono personaggi pericolosi - conclude Libera -, ma con i Kaczynsky al potere restano constrastabili. Certo, si paga un prezzo. Forse troppo alto». La gente, intanto, va per la sua strada. Da sei anni spopola nelle librerie e sul web un interminabile caso letterario. E’ un romanzo d’amore scritto da un ingegnere informatico, Janusz Leon Wisniewski, che si intitla «Solitudine sul web» e narra tra ampie digressioni filosofiche e scientifiche una storia d’amore in qualche modo inappagata, fiorita e cresciuta attraverso uno scambio di mail. E’ una storia di persone di successo, cosmopolite, moderne; è diventata un film che nell’autunno 2006 ha rappresentato l’evento polacco per eccellenza. E con la «lustracjia», la tradizione, il nazionalismo, l’orgoglio e la frustrazione non sembra aver nulla a che fare. Mario Baudino