Luigi Bignami, la Repubblica 19/6/2007, pagina 28, 19 giugno 2007
Per trovare antiche città scomparse prima che vengano distrutte o ricoperte da nuovi insediamenti, gli archeologi non partono più per viaggi avventurosi ma siedono davanti a un computer analizzando immagini che arrivano dai satelliti
Per trovare antiche città scomparse prima che vengano distrutte o ricoperte da nuovi insediamenti, gli archeologi non partono più per viaggi avventurosi ma siedono davanti a un computer analizzando immagini che arrivano dai satelliti. Nicola Masini, dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del Cnr di Potenza: «Esistono satelliti in grado di osservare la superficie del suolo con dettagli che scendono fino a 60-70 cm e a diverse "bande spettrali", ossia a lunghezze d’onda in grado di vedere anche nell’infrarosso. Poiché le strutture sepolte producono modifiche sul contenuto di umidità nei suoli sovrastanti o sull’accrescimento della vegetazione, caratteristiche che si evidenziano bene proprio nell’infrarosso, si capisce come le immagini satellitari siano diventate indispensabili alla ricerca archeologica». Con questo sistema, Masini ha di recente portato alla luce tracce di strutture sepolte appartenenti a villaggi medievali a Monte Irsi, ai confini tra Basilicata e Puglia; Tom Sever, archeologo della Nasa, ha scoperto canali per l’irrigazione scavati dai Maya in Guatemala nel 900 dopo Cristo per combattere un periodo di grave siccità; Sarah Parcak dell’Università dell’Alabama ha scovato in Egitto oltre 400 città, la più antica di 5.000 anni fa. Scott Madry, archeologo alla North Carolina University, dopo 25 anni passati sul terreno sta ora utilizzando Google Earth, il programma che permette di osservare la Terra da satellite attraverso Internet: nell’arco di pochi mesi, ha individuato un centinaio di aree nel nord della Francia che risalgono ad abitati celtici.