Aldo Busi, Dagospia 19/6/2007. ATTENZIONE NON SI PUò PUBBLICARE SENZA IL PERMESSO DI BUSI. SUCCEDE UN CASINO, 19 giugno 2007
A differenza degli svergognati che conformano linguaggio e contenuti, e quindi ideologia, al luogo e al contesto in cui si rappresentano, io ho sempre e solo e ovunque un’unica parola, la mia, e in questo sta la sfida, che non posso fare altro che vincere di volta in volta
A differenza degli svergognati che conformano linguaggio e contenuti, e quindi ideologia, al luogo e al contesto in cui si rappresentano, io ho sempre e solo e ovunque un’unica parola, la mia, e in questo sta la sfida, che non posso fare altro che vincere di volta in volta. Chi mi critica per le mie presenze in televisione solo per il fatto che andando ovunque mi chiamino non sarei selettivamente figo, finge di ignorare che solo per i puzzoni sdegnosi esistono contenitori, televisivi e non, intelligenti o appropriati o di livello: l’intelligenza di base, di contesto, è solo supposta e perciò sempre millantata, quindi per essere sicuri la porto io, nessun’altra a parte la mia è comunque prevista e data per scontata, né da me né da chi mi invita (e lo sa, altrimenti evita). E per intelligenza si intenda anche eleganza, arguzia, cultura, indipendenza da partiti, fedi, sette, ghetti, coraggio e senso del rischio, autonomia intellettuale, volontà emotiva di non demordere di fronte a nessuno, preciso intento di rivolgermi alla società civile e ai suoi pragmatici dilemmi, mai e poi mai a una classe politica e ai benefici che si arroga con i suoi ideali demagogici, mai a un padrone o a un padronato di riferimento palese o occulto che sia. Di regola, non chiedo mai prima chi saranno gli ospiti con me e nemmeno voglio mi si porti a conoscenza delle domande che mi verranno fatte durante le riprese, preferisco essere imprevedibile anche a me stesso (con grande compiacimento dei miei avvocati per le querele che ciò talvolta comporta l’esserlo per terzi), e ogni tentativo di istruirmi preventivamente, specialmente se in diretta, naufraga nell’istante stesso in cui io dico al malcapitato redattore che questi suggerimenti è meglio se va a farli a sua sorella, e che tanto vale chiami non me ma uno qualsiasi dei tanti ventriloqui di suor Paola o di Corrado Augias, uno dei pochi che riesce a fare radio – mariana di sinistra - anche facendo televisione. A me non importa andare a parlare a un branco di Forza Nuova o a un selezionato parterre da Leoncavallo, cazzi loro, non è che cambierò le mie idee solo perché davanti ho gli uni o gli altri. Voi ne conoscete tanti di questa stoffa? Io neanche uno, a parte me. Forse è per questo che non mi chiamano mai per programmi Rai, perché io sono contro chi la governa dall’esterno, perché non voglio avere santi in paradiso cui rendere omaggio per essere lì, perché non c’è gusto a scherzare solo coi fanti e a lasciar stare i santi, perché se sono fisiologicamente contro la destra anche all’opposizione, sono contro la sinistra non appena è al potere e perché per me ogni prete, in tonaca o camuffato sotto abiti civili (un giudice, un politico, un prefetto, un insegnante, un poliziotto eccetera) è un impostore e un profittatore e non vedo l’ora di smascherarlo. Io non devo favori a nessuno perché a nessuno ne ho mai chiesto uno: non ho mai chiesto un premio, un’onorificenza, una prebenda, una recensione, una stampella, una scomunica ufficiale a chiare lettere (e mi spettava: invece sottaciuta anche quella) mai, preferirei morire di fame, preferirei restare inedito o addirittura nell’anonimato. Sarei connivente con Berlusconi solo perché al momento (da anni) partecipo alle sole trasmissioni Mediaset o perché i miei diritti letterari sono gestiti da Mondadori? Neanche per sogno: da un punto di vista politico, considero Berlusconi e i suoi linfatici valletti quanto di peggio potesse capitare all’Italia, mi fanno nausea Fini, la Mussolini, Calderoli, Bossi, Schifani, Dell’Utri, Bondi, Formigoni, Casini, Forlini o Follani (indifferentemente), Ruini, sì, ma non meno di Rutelli, Bertinotti, Mastella, Pecoraro, Diliberto, Binetti, Bindi, Prodi, D’Alema e il teppistico don Bagnasco di fresca nomina a capo della Cei il quale, dopo aver assimilato gli omosessuali ai pedofili e agli incestuosi, è già in piena demenza senile senza mai essere stato probabilmente altro da giovane e da giovanile. Per me basta che un politico baci una qualsiasi sacra pantofola o sacro anello o faccia anche solo una genuflessione davanti a un altare o al suo officiante ed è squalificato in eterno, per me un politico cattolico è una contraddizione in termini, esattamente come un politico ebreo o musulmano o uno scrittore gay o eterosessuale o comunista o cattolico o fascista: un politico e uno scrittore non hanno e non devono avere una tribù di appartenenza, si rivolgono al popolo di una nazione di cui amministrano i proventi collettivi (le tasse; il tempo impiegato a leggere) e per farlo il presupposto è non scambiare (non favorire) la propria parte esistenziale, sessuale, economica, religiosa, superstiziosa, elettiva ed elettrice, per il tutto che non lo è, tutto infinitamente più vasto e problematico e prioritario. Si evinca da ciò quanto mi fanno orrore quei politici che, invece di vantare un curriculum di comprovata competenza amministrativa e onestà, brandiscono come credenziali madonnine e crocifissi e fedi nella vita eterna e principi superiori, loro, poi, che da una vita sguazzano in una mancanza dei medesimi che più inferiore non si può. Faccio un esempio: se io, single, senza figli e omosessuale militante (il che significa che dell’omosessualità ho sempre prediletto più la militanza antifondamentalista per l’affermazione giuridica del diritto alla libera autodeterminazione intellettuale che non la sessualità, che do per insindacabile e intrinsecamente necessaria così com’è per ogni cittadino ferme restando le leggi sull’età del consenso), se io, dicevo, fossi in politica, mica mi concentrerei soltanto sui diritti dei gay nemmeno fossero tante foche monache da rinchiudere in un parco protetto, mi batterei piuttosto per la salvaguardia della famiglia con figli, vorrei asili e scuole all’avanguardia, ne creerei anche per i genitori analfabeti nel loro campo, promuoverei la bonifica del Moige e ne seguirei amorosamente la convalescenza, vorrei la tutela totale delle madri senza padri sia che desiderino abortire sia che non lo desiderino, farei l’impossibile per la promozione delle donne in politica e sceglierei quelle che donne rimangono, non quelle che si mascolizzano concettualmente sino a diventare più maschiliste degli uomini che già non scherzano, e considererei l’adozione non un privilegio di coniugi fortunati ma un obbligo sociale di chiunque si metta stabilmente insieme a un altro: vuoi tu coppia (omo o etero, convivente o sposata che sia) lo stato di famiglia con tutti i diritti economici ed erariali e pensionistici negati al singolo cittadino che rimane da solo e che per te e il tuo partner è fatto fesso a suon di contributi e balzelli vita natural durante? Bene, però ti fai carico dell’educazione e del mantenimento di un infante o bambino o minore senza genitori, e garantisci per il suo benessere psicofisico che ti piaccia o no e almeno sino alla maggiore età. Svuoterei di un bel po’ le carceri minorili e i campi rom, tanto per cominciare, perché, per esempio, prevederei anche l’adozione di un bambino e della sua mamma se entrambi abbandonati a se stessi; intendo dire che questi provvedimenti li inserirei in finanziaria, non resterebbero mirabili intenzioni con cui riempirmi la bocca e la panza. (Silvio Berlusconi - Foto U.Pizzi) Per me Berlusconi è un imprenditore di media ovverossia nulla moralità come i più, italiano furbacchione, cinico e paternalistico come tutti gli altri imprenditori in cui mi sono imbattuto da quando ho cominciato (prestissimo) a lavorare, con la differenza che lui, per quel che mi riguarda, è puntuale nei pagamenti (delle reali o supposte pressioni ideologiche di tutti loro imprenditori italiani, cardi travestiti da fiordalisi o grossi papaveri che siano, me ne sono fatto un baffo sempre, apertamente, a muso duro: io avevo, come tutti, bisogno di lavorare, ma prestavo la mia manodopera e il senso di responsabilità nella cura e nell’auspicabile redditività dei beni affidatimi, davo la mia parola che non avrei fatto mosse sottobanco o alle spalle di chi riponeva la sua momentanea fiducia in me, ma non mettevo in vendita né per poco né per tanto il mio preziosissimo e raro assetto nervoso e intellettivo, etico, suvvia, e ho mandato affanculo una Borsa e una sporta di datori di lavoro che ci provavano). Quando ho partecipato a programmi Rai in qualità di ospite, anche fisso, non godendo di corsie preferenziali, ho dovuto patire le pene dell’inferno per essere pagato (non parliamo poi della lentezza quasi giudiziaria nei pagamenti della Siae!); con Mediaset e Mondadori, in vent’anni e passa non c’è mai stata scadenza convenuta che non sia stata rispettata e onorata. Già che ci sono: se un sottoposto del gruppo Repubblica-L’Espresso avesse mai osato scrivere o esprimere contro De Benedetti un centesimo di quanto ho fatto brillare io contro il Berlusconi politico, adesso al massimo sarebbe a lavare i cessi gratis al manifesto. Io rispondo a un unico principio generale: gli imprenditori passano, io resto. O almeno resto me stesso: io sono la cima, non sono una banderuola sopra. Non ho complessi, nemmeno di inferiorità. E disprezzo chi trova un particolare compiacimento libertario nel mordere la mano che ti dà qualcosa, fosse pure per sfamarti mentre medita come toglierti a tempo debito mille volte più di quanto non ti abbia dato: resta da riconoscergli il merito che intanto non sei morto di fame. La teoria marxista sulle masse defraudate che hanno il diritto di riprendersi il maltolto dai capitalisti e che nessuno ti dà niente che non sia già tuo non ha alcun fondamento nel mondo fattuale del lavoro non statalista, dove invece chi ha, se vuole si tiene tutto e, se ti dà, è perché si aspetta cento volte tanto in cambio, e tu lavoratore non puoi scegliere tra un amico buono e un nemico cattivo, ma solo tra due nemici, di cui uno ha bisogno di te e ti sfama e l’altro no e ti fa morire di fame, fosse pure per capriccio, invidia, mania di persecuzione, antipatia culturale eccetera. Io mi sono guadagnato l’università facendo l’interprete a un fascistone di produttore di collant, cui ho fatto guadagnare miliardi in cambio di un insignificante fisso giornaliero, che mi sfruttava, sì, e che mi prendeva sottogamba per le mie opinioni anticlericali e antifasciste ma che era preferibile a tutti i compagni di sinistra che uno con le mie idee, di sinistra, avrebbero voluto vederlo non laureato, ma morto stecchito all’istante. Se penso a una persona che per me è stata importante e cara, penso a lui, mica a Nenni o a Togliatti o a Berlinguer o a Ingrao o a Occhetto, che avrò persino votato ma dai quali, neppure indirettamente, ho mai ricevuto proposte di lavoro atte a farmi mettere assieme le briciole di una michetta (a proposito: non è una vergogna che esista oggi un governo di centrosinistra che non si avvalga di me? come minimo sarà di nuovo di sinistra farlocca, e clericale marcio come uno di destra). (Michele Santoro - Foto U.Pizzi) La volgarità che ho trovato in certe tavole rotonde tra accademici e intellettuali e giornalisti e politici rende anche Uomini e donne un florilegio di raffinatezze dialettiche e di democrazia e di pari opportunità tra i due sessi o più. Il narcisismo di Santoro e di Travaglio ad Anno zero, che pure riesco a incamerare con gusto i primi venti minuti per poi stramazzare di noia pur condividendo di tutto di più, non lascia spazio ad altra articolazione di ospite in studio, sembra che Santoro conceda la parola, in effetti è tale la sua ansia di assenza momentanea dal centro d’attenzione che non vedi l’ora di restituirgliela; considero molto più volgare Fabio Fazio e il suo Che tempo che fa che non Barbara D’Urso in Un due tre... stalla: essere intervistati da quel cultore dello spirito di patate è qualcosa di così inane e pretenzioso e finto fine (andare da lui è garanzia di appartenere all’eletta schiera degli idioti più illustri del sistema: sei cretino e nessuno te l’ha ancora detto? finirai a fare la tua bella figura in autopromozione da Fazio) che trovo infinitamente più dignitoso non dire niente o una sciocchezzuola en passant da Enrico Papi; davvero fa ridere e riflettere la Littizzetto con la sua satiriasi da cattolicona goliarda quel tantin che fa tendenza? I polli, non dubito; me no. Mica va al rogo una così, va in processione col suo bel cero gigante offertole dalla Pro Loco. Quanto a Porta a porta di Simona Izzo con anche Bruno Vespa, chi se ne frega di andarci o no? Mi risulta che non paghino, quindi non ci andrei mai, sarebbe ancora più immorale e trash. Io nella mia ormai triennale trasmissione Amici libri ho fatto passare informazioni, messaggi, convinzioni, ho infranto tabù che sarebbe stato impensabile mediare nella televisione del cosiddetto servizio pubblico: certo, ho avuto i miei scazzi e subìto alcuni tentativi di censura, tutti abortiti perchè io avevo già la maniglia in mano pronto ad andarmene sbattendo la porta e contro di me non possono niente neanche le cinture nere di catechismo a capo di ogni redazione televisiva, ho portato solo libri scelti da me, mai uno solo perchè raccomandato o suggerito, e tutti li ho trattati con linguaggio e modi miei. Se pressioni ci sono state io non le ho avvertite, giusto per non dare a nessuno la soddisfazione che potessi avvertire alcunché di una mentalità ormai parastatale. Insomma: se c’è stato un rompicoglioni all’interno della Fascino p.g.t. srl di De Filippi & soci sono io, e ho messo subito al suo posto chiunque osasse pensare di esserlo più di me. Detto questo, a me non piace discutere a vanvera: se sono presente io, il tono o lo do io o nessun altro. Capito questo, che le mie fondamenta le getto da me o niente da fare, poi posso anche mettermi a zerbino e persino trovare un senso all’insensato lavoro degli altri. Tanto, agroalimentare compreso, è difficile trovare un lavoro che non distrugge più di quanto costruisce. A proposito, ecco il dulcis in fundo che da un lustro faceva tanta gola alla pletora di giornalisti che mi ha chiesto un’intervista sui miei trascorsi televisivi defilippeschi, sempre rifiutata a chiunque e a qualunque testata (da anni non voglio più avere a che fare con i giornali italiani, mi sembrerebbe di venire ingabbiato in un museo di imbecilli polverosi visitato solo da polverosi imbecilli tra di loro): com’è Maria dal vivo? Davvero è... ? Davvero fa...? Davvero ha...? Qual è il tuo rapporto con lei? (Maria De Filippi) Maria De Filippi è l’imprenditrice più gentildonna che io potessi augurarmi di incontrare e, colmo per lei dell’ammirazione che nutro per tutti coloro che mi fanno fare ciò che voglio oltretutto pagandomi profumatamente e senza neppure osare tentare di suggerirmi che dire e che non dire, voglio essere imparziale fino in fondo: la signora De Filippi è non solo corretta e non solo con me, è generosa, non so se per natura o per calcolo ma certo sa, come me, che la prodigalità nel management rende tanto di più dell’avarizia sospettosa e della fiscalità pretestuosa, è puntuale e rispettosa con tutti i suoi collaboratori, anche con quelli che non le piacciono ma di cui apprezza l’apporto professionale, è gentile, persino affettuosa, di un aplomb strategico sempre, non conosce l’arroganza e non si dà arie di alcun genere con alcuno, intorno alla sua società di produzione non circola un solo centesimo in nero, il catering cui la Fascino provvede quotidianamente per tutti i lavoratori è quanto di più variegato e sfizioso si possa immaginare, non ho mai sentito in quattro anni lamentarsi un solo impiegato per una busta paga in ritardo o indebitamente alleggerita, non c’è alcun mobbing (lì o marci o crepi ma nessuno ti fa lo sgambetto); Maria De Filippi arriva a dare ingaggi a persone del tutto superflue o inutili sapendolo (se un artista cade in disgrazia o ritorna il nulla che era, lei fa una cosa che io non farei mai: gli dà un seconda e una terza possibilità, praticamente lo mantiene a vita, ma non lo fa per debolezza: proietta se stessa, all’apice del successo, nel frangente della disgrazia toccata ad altri, non riesco a spiegarmi altrimenti questo suo masochismo filantropico); i ragazzi e le ragazze di Amici vivono praticamente dentro un cordone sanitario, che io ho ulteriormente rafforzato con la mia venuta suggerendo per esempio che se un insegnante di ballo si attardava un attimo di troppo su una chiappa o un seno di un allievo o di un’allieva andava licenziato in tronco; sono sorvegliati giorno e notte, c’è un presidio medico ventiquattro ore su ventiquattro, e ci sono principi imprescindibili di comportamento tra docenti e alunni i quali, per esempio, se si incontrassero fuori dagli studi nel giorno di riposo si devono salutare ma non possono per nessuna ragione fermarsi a scambiare non dico quattro ma una sola chiacchiera, figuriamoci darsi un appuntamento, verrebbero cacciati via entrambi seduta stante; quindi la scuola di Amici porta con sé, nel suo statuto, una garanzia di moralità di base severa e non ipocrita (gli allievi, tutti maggiorenni, possono farne di ogni colore tra di loro e tentare approcci particolari con i docenti, perché capita anche questo, ma per nessuna ragione o sragione al mondo è mai successo che un insegnante si lasciasse irretire e il contrario è impensabile, sarebbe visto come un vero e proprio tradimento dell’intero gruppo di lavoro o il fioretto di uno psicolabile da internare subito). (Amici di Maria De Filippi - Foto La Presse) Dimenticavo: io non sono un assiduo della signora De Filippi, la conosco più per sentito dire che di persona, in quattro anni l’avrò incontrata per caso un sette volte in spazi comuni a Cinecittà per un totale di ventuno minuti a fare tanto e abbiamo pranzato insieme volutamente, ma con altri, tre volte in tutto, e nemmeno la sento al telefonino, io non chiamo lei e lei non chiama me, lo spudorato e lo sbrodolone di sentimenti di appartenenza non richiesti sarei io, se lei me lo permettesse, mi devo accontentare di volerle bene da lontano, dapprima ci soffrivo perché vedevo un rifiuto, come a dire, mi vai bene televisivamente ma umanamente ognuno a casa sua, fino a che non ho scoperto la cosa più strabiliante di tutte: è una timida che si fa un palinsesto di scrupoli! Oltre al fatto che non deve avere avuto né avere una vita facile e che per la sua stessa sopravvivenza deve diffidare di ogni cordialità troppo irrazionalmente espansiva (immagino: prendo spunto dalla mia di diffidenza). Ora uno pensa, Busi dice così perchè è tutto nel suo interesse: ma io non ho interesse alcuno, e non ho alcun debito di alcun tipo nei suoi confronti e non posso nemmeno pensare di potermi allargare televisivamente più di così, non ho tutta questa baldanza di scorta, la vita stessa ormai mi sembra tutto tempo rubato al sonno! Maria De Filippi è stata l’unica a rischiare davvero del suo con me o l’unica delle cui proposte io non diffidassi rifiutandole d’istinto perché l’intento era quello di assoldarmi per asservirmi: come potrei non esserle grato, soprattutto intellettualmente? Io con lei non ho subito castrazioni, moniti, lamentele, ricatti emozionali per segarmi e piallarmi a un’immagine e somiglianza altre dalle mie, ci hanno tentato i suoi collaboratori, subito da lei messi a tacere non appena messa al corrente. Filtrando alcuni dei veleni più ricorrenti negli stereotipi che mi sono visto ritorcere contro da destra e sinistra in questi anni per me felicemente defilippeschi, lo so che anche lei ”è sovrastruttura, che fa parte, con le sue trasmissioni, del sistema di dominio e di oppressione corrente delle masse più vilipese culturalmente ed economicamente del paese” (con grande gaudio e consenso plebiscitario delle medesime, aggiungerei io), e che certamente non è nei suoi propositi e nelle sue capacità migliorarne le condizioni, ma queste masse non le ha create lei, se le è ritrovate fatte e finite e le ha sapute ottimizzare, né più né meno dei più che, contrariamente al comune buonsenso, si sentono tanto migliori di lei e che ne parlano come se inoculasse infezioni mortali allorché, quanto a probità, non sono degni neppure di baciarle l’orlo dei jeans. Io non sono stato omologato e non sono omologabile al mongolismo da televisione per cui se fai la Rai devi essere filogovernativo e se fai Mediaset devi essere filoberlusconiano e quindi un po’ filoberlusconiano d’anticipo comunque, non era negli intendimenti di De Filippi un tale fine semplicemente perché non è una scriteriata megalomane, ha solo avuto l’estro di rivolgersi a me dopo che magari avrà dovuto a malincuore rinunciare a Alessandro Baricco o a Daria Bignardi, più di me costituiti per costituzione e istruiti per istruzione a uso e consumo del finto chic, cioè del solo chic televisivo ammissibile, quello delle idee condivisibili e già precotte, e che a loro, a differenza di me, viene spontaneo perché non hanno scelta. Maria De Filippi è, ripeto, un’imprenditrice, non è una mecenate, ed è davvero troppo sinceramente umile per aver potuto pensare di fare del mecenatismo a me: mi ha messo alla prova, funzionavo, mi ha trattenuto. Però bisognava arrivarci a me; perché nessun altro ci ha pensato prima? Lei ha della costanza e pertanto non si scompone, si permette il lusso di avere degli slanci e dei colpi di testa: nemmeno in televisione si fanno i soldi coi soli pregiudizi, un po’ di visionarietà non di mestiere ci vuole. Lei è una delle tante rotelline dell’ingranaggio il quale è quel che è, eppure questa sua rotellina a un certo punto è impazzita e ha puntato su di me non per schiacciarmi o mettermi in castigo ma per mettermi in risalto come poteva: perché lei sì e nessun’altra no? Questa è l’unica domanda da porsi, non strologare sul perché io provi tanta simpatia per lei come se improvvisamente mi fosse andato di volta il cervello e fossi preda della sindrome di Stoccolma: provo simpatia per lei perché se la merita e perché provare simpatia per lei rende più simpatico anche me nei miei stessi confronti, nella lealtà che devo innanzitutto a me stesso. Lei mi ha fatto coraggio anche allorché volevo mollare perché, a seguito di un incidente stradale di cui sono stato vittima, ero ingrassato di undici chili e mi vedevo brutto e viscido e stremato più del solito. Perché mai adesso o in futuro dovrei darle dell’aguzzina manipolatrice di coscienze giovanili per farmi bello e sfasciatutto secondo il canone italiota dell’anarchico prima servizievole e poi ingrato e dire, come insistono i suoi acerrimi e irragionevoli detrattori, che con me l’onore è stato tutto suo e che tutto ciò che fa lei in televisione è geneticamente contrario a quanto sono e ho scritto io? L’onore è stato a dir poco reciproco, ha rischiato più lei con me che io con lei. E a me in quanto Scrittore non ha mai dato una spinta nessuno, nemmeno gli editori che mi hanno pubblicato, perché avrebbe dovuto farlo lei? Lei fa televisione, mica editoria o carta stampata, non credo abbia mai letto neppure una pagina di mio, la Famosa. E con ciò? Forse che io guardo i programmi che fa lei o li incenso? Ma se non guardo nemmeno quelli che faccio io per evitare di farmi pena! Io mi ribello con tutte le viscere ai troppi che vorrebbero da me un disprezzo di principio, un disprezzo di classe come se io fossi Cappuccetto Rosso Che e lei il Lupo Cattivo Pinochet, come se io, avendo attraversato indenne il bosco irto di pericoli, dovessi tornare indietro da cecchino per abbatterlo dopo, visto che non l’ho fatto prima perché ero troppo preso a schivarne fauci e artigli. Dirò invece che io non ho visto fauci tali da mettere in mostra le mie, perché così è stato ed è: nessuno ha fatto brandelli delle mie pubescenti carnine, ed è stata più la merendina che Maria ha condiviso con me che non quella che io ho spartito con lei. Se qualcuno è andato in soccorso dell’altro, se proprio la si vuole mettere in modo così manicheo, è stata lei nei miei confronti. Perché adesso c’è tutta una sarabanda di gente che grida allo scandalo quando, invece di attenermi all’aria di sufficienza dei meschini che salva capra e cavoli facendo sprofondare l’orto, le tributo apertamente il mio rispetto? (Daria Bignardi - Foto La Presse) Io non sono circumnavigabile in quanto occupatore occasionale di un elettrodomestico con schermo che si accende e spegne, fare o guardare televisione per me non è più influente che fare un centrino a uncinetto o contare le pecorelle, alternandole con le emorroidi, per addormentarmi: io non faccio e non vedo solo televisione, io passeggio, faccio le spese, cucino, vado a mostre e musei di tutta Europa come altri prendono il bus, sfoglio riviste e giornali in quattro lingue straniere per seguire gli andazzi di mezzo mondo, prendo lezioni di greco antico, sono un viaggiatore nato, leggo di media sei ore al giorno e quando scrivevo, cioè fino a cinque anni fa, scrivevo normalmente dodici ore al giorno tutti i santi giorni per mesi. Non è che io abbia smesso di scrivere perché faccio televisione e sono stato plagiato da Maria De Filippi, faccio televisione perché, non volendo scrivere più romanzi, dovevo pur impiegare il tempo facendo qualcosa, tanto valeva facessi televisione, visto che ti pagano di più che non a coltivare dalie o a portare a spasso cani, e il Fisco può vantare un raro allocco di contribuente totale. La televisione è una malattia solo per chi fa o guarda solo quella e solo attraverso quella dà un’interpretazione della società e si dà un riflesso identitario. Io penso, per esempio, che non c’è peggiore malocchio che augurare a uno di fare il critico televisivo: prendete Aldo Grasso e i suoi quotidiani contorcimenti pentecostali per darsi uno straccio di status intellettuale malgrado il mestiere che fa, ovvio che morirà di cancro in men che non si dica. (Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli - Foto U.Pizzi) Dileggiato e rimosso in quanto Scrittore dai media, dai giornali, dai patrii leccaculisti accademici e istituzionali, odiato da destra e sinistra, laici e confessionali, etero e gay, Maria De Filippi mi chiama, dopo un breve rodaggio in cui insegno retorica o l’arte di porgere la parola ovvero il dono della sintesi nell’incisività agli alunni di Amici, e mi propone una cosa da lei ideata (i libri in televisione, niente di meno) che si rivela un portento, un trionfo anche suo, e io dovrei pure fare lo schizzinoso? Ma tanta manna! Con tutte le beghe, anche giudiziarie, le censure piovutemi addosso da giornali nazionali coi quali ho tentato a suo tempo di collaborare, anche gratis, visto che tanto vantavano libertà di stampa e che tutti, indistintamente, si sono rivelati stampelle di regime con bavaglio e scolorina incorporati? E il fatto stesso che se io, non un ego qualunque, voglio rendere pubblica una testimonianza come questa lo debba fare tramite un sito Internet, non la dice lunga sulla pochezza sostanziale di un Paolo Mieli direttore del Corsera, di un Ferruccio De Bortoli direttore del Sole 24 Ore, di un Ezio Mauro direttore della Repubblica e di tutta la restante baracca coi burattini? Sarà perché sono in difetto io o non sarà perchè tutte queste anime belle in grisaglia senza un capello fuori posto non sanno fare il loro lavoro o lo fanno male per quieto vivere? Se qualcuno volesse proprio fare una critica a qualcuno per avermi imbambolato o traviato o usato male o messo all’opera per losche intenzioni, prima di farla a lei c’è una lista d’attesa lunga da qui al Santo Uffizio che attraversa i giornalisti italiani e finisce con il medio timore di Dio di ogni gesuitico che ne diriga non tanto le notizie quanto gli omissis con cui arriva a fine mese e al cavalierato che non si nega a nessuno, basta si limiti a restare in sella senza infamia e senza lode e senza perdere le staffe, proprio come su un catafalco ad memoriam. Non capisco i coccodrilli in morte di un giornalista o di un direttore di giornale italiano: forse perché arrivano sempre fuori tempo e andrebbero fatti loro ancora in vita – in vita si fa per dire. (Ezio Mauro - Foto U.Pizzi) Uno Scrittore, ma anche un semplice aspirante assessore, impara di più stando un’ora in uno studio televisivo che frequentando un seminario sugli angeli di Massima Caciara & C. Tra un invito a cena a base di tartufi e tartufo di Scalfari o di Scalfaro e un panino e cicoria saltata in padella con De Filippi non avrei un istante di dubbio da un punto di vista non solo intellettuale ma anche del prestigio mondano: perchè lei ha una conoscenza del mondo e delle cose umane che congloba Scalfari e Scalfaro, questi due la escludono dal loro orizzonte per partito preso, per snobismo, per ideologia, per furberia, per passatismo, per antiquità, per un nostalgico, dannunziano concetto di modernità da cui la Signora della Tivù Spazzatura è monda dalla radice dei capelli a quella del pube. Inoltre, a differenza di loro e delle loro testate e testone, Maria De Filippi è amata da milioni di poveri cristi e miserrime criste perché sa parlare il loro linguaggio sentimentalistico, semianalfabeta, semplice e costruito a un tempo, sa lenire per un momento i loro affanni, sa divertirli e intrattenerli, sa dare un briciolo di oblio e di illusione da disgrazie senza fine da secolare stordimento pregresso. Saprebbe anche rigirare il coltello nella piaga, se dall’altra parte dello schermo televisivo ci fosse un briciolo di volontà di ribellione, ma non c’è e lei non può essere ritenuta responsabile di cinquant’anni buoni di democrazia cristiana e di duemila anni di cattolicesimo delinquente. Certo, è connivente, mica è una rivoluzionaria, ma siamo sempre al punto e a capo di prima: c’è forse qualcosa di veramente innovativo nel modo di essere imprenditori in Italia? Esistono imprenditori italiani che non si rassegnino alla furbizia e che sappiano restare intelligenti nel tempo senza affondare? Insomma: è chiaro che Maria De Filippi finisse per essere stimata da me, è lei la prima a denunciare, con insolita schiettezza, che è ciò che appare, che non lancia la pietra per poi nascondere la mano, che è la negazione stessa dell’ipocrisia: non si dà meriti di edificazione delle menti e fini subliminali, è tutta terra-terra, non intende far balenare messaggi salvifici che neppure saprebbe contemplare, e, a differenza della maggior parte dei capitalisti italiani, non chiede protezionismi né delibere ad hoc né sgravi fiscali ad personam: sta in piedi grazie alle sue gambe e alla sua tenacia, e se anch’io posso contribuire con una falange a tanta forza d’impresa in una donna italiana, ne sono lieto. Non produrrà acqua di giglio immacolato che monda dai peccati del mondo e dell’ignoranza atavica, ma neppure gli altri non scherzano e anzi fanno peggio, perché spacciano prodotti peggiori del suo ma ne falsano l’etichetta, accampano ingredienti che non ci sono e finalità campate più in aria che nell’etere. Maria De Filippi no: lei denuncia ciò che produce per ciò che è. E’ sotto gli occhi di tutti. La si può spegnere e neppure accendere, se si vuole, ma non è che trovi tanta alternativa dall’altra parte: è la televisione, bellezza! La televisione è televisione ovunque ti sintonizzi – il problema, dunque, sei tu e di come scegli di ammazzare il tuo tempo mentre lui ammazza te, non essa - ed è sempre sciocca, specialmente quella che, non sapendo essere sciocca ad arte, pretende di essere intelligente di proposito. Personalmente, anche se il mio consumo settimanale di tubo catodico sarà di circa tre ore fulminei coccoloni inclusi, non posso dire se guardo o no la televisione, perché se l’ho guardata non sono poi in grado di dire che cosa ho visto, devo proprio concentrarmi, guardarla al fine di ricordarmi grossomodo quanto ho visto e poi sforzarmi di separare quanto apparteneva alla pubblicità, spesso soverchia, quanto al programma di contorno, per esempio se ne sono richiesto da una produzione per esprimere un giudizio tecnico. Un decennio fa ho scritto la cosa definitiva sulla televisione, cito a braccio: ”Non dire che in televisione è successo questo o quest’altro: non succede niente in televisione, è successo tutto a te”. Nessuno dei conoscenti che frequenta la mia casa si sognerebbe mai di avviare una conversazione su cosa e su chi ha visto in televisione la sera prima, sgranerei gli occhi dallo stupore e subito dopo gli aprirei la porta. E’ la televisione che si sintonizza su di te, mica viceversa. Saperlo fa parte dell’abc delle buone maniere discorsive, e in casa mia non voglio vanvere di sintonizzati di sorta. (Maurizio Costanzo - Foto U.Pizzi) Maria De Filippi è una diversa affascinante, non fosse perché, non avendo misteri di alcuna sorta, non cessa di fartene elaborare uno, perché essendo quel che è e basta non puoi fare a meno di dare un’interpretazione a tutto ciò che la riguarda e che non ha altra interpretazione che quella decisa e data da lei. Avrà anche lei, le auguro, le sue piccole traveggole umane e private come chiunque, ma in sostanza non è persona che ne nasconda un’altra o tutt’altra. Non è la tipica carogna di successo come chi per arrivare a un traguardo ha immolato se stessa, è una donna buona, non rancorosa, con delle sfumature di maliziosa innocenza o di spiritosa ingenuità da far accapponare la pelle – come quando, a una tavola con suo marito Maurizio Costanzo, per fare un esempio di svista grossolana e di errato calcolo delle probabilità (di farla franca, suppongo) si mette a parlare delle sventure e dei mea culpa seguiti all’iscrizione alla P2, con lo stesso tono con cui una fanciulla bendata estrae i numeri della tombola e li annuncia ad alta voce per la gioia e la suspense dell’inclito pubblico, una decina di commensali pronti a sprofondare sotto il tavolo dall’imbarazzo o dalla ridarella. Conoscerla significa esserne stregati, anche perché non ti fa perdere tempo: o sì o no e subito. Illude meno lei di Rossana Rossanda e di Maria Qualcosa Parsi messe assieme, e lei non fabbrica mostri: se li ritrova già fatti, a decine di migliaia, da questa scuola, da questo precariato, da questo spaccio, da queste famiglie disastrate, da questa chiesa, da questo razzismo, da questa misoginia, da questo bullismo, da questa sessuofobia, da questa politica. Da questa politica di uomini di sinistra perfettamente intercambiabili con gli uomini di questa destra, che come i ladri di Pisa di notte vanno a rubare insieme e di giorno litigano per spartirsi il bottino. Basterebbe non guardare De Filippi con i paraocchi del pregiudizio e salterebbe fuori che è solo una provocatrice fatta e finita: guardate l’Italia che rappresenta - cioè l’Italia al 99%, che consuma e che vota e che, infine, determina anche l’élite che dovrà governarla -, vi sembra che lei la tarocchi, che la faccia sembrare ciò che non è a fini di audience? Non c’è trucco, non c’è inganno; al massimo della manipolazione ci sarà un gioco di montaggio, che comunque non può scegliere che tra la zuppa in primo piano e il pan bagnato a tutto campo. Come con i congiuntivi: mi ha confidato che, se talvolta ne azzecca uno, è per non perdere le simpatie di chi li sbaglia tutti. Prova tu ad attaccarla faccia a faccia: nemmeno puoi immaginare quante frecce abbia al suo arco, solo che, come i veri lottatori, le sa risparmiare; ma se decide di colpire non mancherà il bersaglio. (Maria De Filippi) E tuttavia, dopo quattro anni di collaborazione una settimana fa la incontro per il terzo o quarto pranzo in tutto, penso che sia per un commiato professionale, io avrei una mezza idea per la cui realizzazione devo escludere di potere fare altro, ma l’idea è davvero mezza, in verità è un pretesto per non fare proprio un bel niente, né televisione né altro, diciamo che sono stufo di dover rendere conto della mia vita al primo che mi riconosce per strada, è da due stagioni che tento di andarmene da Amici o in cambio della mia permanenza di avere, oltre al contratto ormai assodato, una dimostrazione di affetto, di desiderio di avermi non solo per la mia professionalità ma per le mie mattane, è che talvolta ho anche voglia di sentirmi amato oltre a quella di sentirmi utile e utilizzato (l’ultima volta che la mia civetteria le ha dato l’occasione per sbarazzarsi di me senza colpo ferire è stato due anni fa, le avevo appena chiesto se potevamo considerare chiuso il nostro felice connubio lì a dicembre senza che io riprendessi a gennaio e lei per tutta risposta ha lasciato passare mezz’ora e poi mi ha mandato in camerino il sarto con i più preziosi tessuti sul mercato per il guardaroba di primavera. Se non è classe questa! Chi mai mi ha dimostrato tanta delicatezza, e determinazione di non perdermi?). Be’, parliamo di figli, del suo adottivo, concordiamo in fatto di perbenismo pedagogico come due apprensivi uteri teutonici, poi mi chiede a bruciapelo, senza dirmi prima cosa ne pensa lei, di esprimere giudizi o di qui o di là su certi personaggi e persone della massima influenza, in pratica di dire se questo o quello è uno stupido o un intelligente, non è certo una scampagnata per me, anche perché ognuno è stupido a modo suo e, secondo me, per essere intelligente deve esserlo o esclusivamente come lo sono io o non lo è, quindi articolo ogni giudizio spiegando per filo e per segno perché uno è sicuramente stupido e perché quell’altro non può essere intelligente che a modo suo, quindi perché non lo è: be’, lei aveva fatto i miei stessi percorsi scientifici ed era arrivata alle stesse conclusioni arbitrarie! L’ho adorata, migliore commiato non potevo augurarmi, sicché quando le ho detto, ”Be’, grazie di tutto, allora adesso posso considerarmi libero”, lei ha risposto, ”Sì. Fino a settembre”. Che è poi tutto quello che volevo sentirmi dire. E da lei, da nessun altro che da lei, l’unica persona integra che, per malia di quale calcolo non so, in questo paese di troie di regime abbia saputo portare al suo mulino, sì, ma anche a un sacco di italiani almeno un refolo della mia intelligenza senza guinzaglio, senza destino, senza ascolto. Aldo Busi P.s.: il presente articolo, a titolo gratuito, può essere ripreso da qualsiasi altro sito, integralmente, e testata giornalistica, per brani, ma non può essere stampato in supporto cartaceo senza previa richiesta e cessione dei diritti editoriali Dagospia 11 Aprile 2007