Vincenzo Visco, La Stampa 19/6/2007, 19 giugno 2007
Caro direttore, un articolo su La Stampa dell’11 giugno interviene nel dibattito sugli studi di settore con considerazioni che meritano alcune puntualizzazioni
Caro direttore, un articolo su La Stampa dell’11 giugno interviene nel dibattito sugli studi di settore con considerazioni che meritano alcune puntualizzazioni. In verità l’intero articolo si basa su un equivoco. Rimosso l’equivoco, cade l’intero ragionamento, e cioè che gli studi di settore siano uno strumento per definire ex ante il reddito presunto e le imposte che «in via definitiva» i contribuenti dovrebbero versare. Non è così, non è mai stato così, e le leggi che regolano gli studi dicono tutt’altro. Gli studi di settore, infatti, sono stati concepiti come uno strumento di ausilio all’accertamento per l’amministrazione, e come criterio di riferimento per i contribuenti che possono confrontare la loro situazione con quella di altri che si trovano nella stessa condizione. Non sono né una forma di catastizzazione del reddito, né una «minimum tax», anzi furono concepiti proprio per superare la «minimum tax». In altre parole, i contribuenti sono tenuti a dichiarare il loro reddito vero e gli studi di settore vengono utilizzati per verificare se le dichiarazioni sono attendibili o meno. Questo è il contesto giuridico e fatturale in cui ci troviamo e su cui è opportuno ragionare. Gli studi di settore «sono realizzati tramite la raccolta sistematica di dati presso l’universo dei contribuenti: sia quelli di carattere fiscale, che quelli di tipo "strutturale"... vengono... rilevati gli acquisti di beni e servizi, i prezzi medi praticati, i consumi di materie prime, il capitale investito, l’impiego di manodopera e di beni strumentali e la localizzazione dell’attività... Questi elementi» sono utilizzati per individuare con tecniche statistiche affidabili «i ricavi che con massima probabilità possono essere attribuiti al contribuente, considerando anche fattori che potrebbero determinarne una limitazione (per esempio orari di attività, situazioni di mercato)» (M. C. Guerra - LaVoce.info). Quindi nessuna imposizione, nessuna coercizione, nessun inasprimento specifico della tassazione nei confronti del «lavoro autonomo», ma semplicemente la manutenzione di uno strumento di riferimento per il lavoro ordinario dell’amministrazione e per i comportamenti dei contribuenti che negli studi di settore trovano in realtà, una tutela (un limite) nei confronti di possibili eccessi di zelo da parte dell’amministrazione. Va anche ricordato che l’elaborazione degli studi fu decisa proprio perché la trasformazione dell’economia industriale in economia di servizi, la nascita di nuove attività e nuovi lavori, la crescita delle attività indipendenti, richiedevano, in un fisco di massa, strumenti più pratici e soprattutto più flessibili di quelli tradizionali. Infine, gli studi di settore sono per loro natura in grado di distinguere tra vecchie e nuove attività in quanto queste ultime producono inizialmente soprattutto costi e non ricavi. Lo strumento tuttavia è complesso e delicato. La sua manutenzione deve essere continua; ciò non è avvenuto negli ultimi cinque anni, ed è quello che si cerca di fare ora. Infatti ci troviamo di fronte a situazioni in cui non viene dichiarata l’esistenza di beni strumentali ma si deducono ammortamenti; di magazzini che crescono regolarmente anno dopo anno; di venditori di pesce fresco che dichiarano stock di merci in magazzino che sarebbero eccessivi anche per un venditore di pesce congelato, e così via. Ciò nonostante, esclusi i contribuenti marginali cui gli studi di settore non si applicano, circa la metà dei contribuenti risulta in regola (congrui e coerenti); questi contribuenti dichiarano già oggi un reddito di 4-5 volte più elevato di altri contribuenti che si trovano in identiche situazioni per attività svolta, zona geografiche e dimensioni aziendali. Il sospetto che tale diversità di comportamento non sia sempre giustificata appare legittimo (evasione), così come ragionevole appare riservare a questi contribuenti un’attenzione maggiore da parte dell’amministrazione in sede di accertamento, come incentivo a produrre dichiarazioni più fedeli. Un’ultima notazione: se si guarda la società italiana partendo dai dati fiscali, si può verificare che esistono 40,5 milioni di contribuenti, 20,5 sono lavoratori dipendenti, 16,5 milioni pensionati, 1,6 milioni di lavoratori autonomi, 2,3 milioni imprese individuali, 800 mila sono società di capitale. Molti contribuenti hanno più di una fonte di reddito. I contribuenti cui si applicano gli studi di settore sono 3,2 milioni. evidente quindi che in termini numerici la rilevanza del mondo delle partite Iva è molto inferiore alla sua rilevanza politica. Inoltre non sembra che negli ultimi anni il loro numero sia aumentato di molto. Concludendo, far discendere il disagio del Nord, che esiste ed è molto preoccupante, dal fatto che si chieda a circa 1,4 milioni di contribuenti di versare, come dovrebbero e potrebbero, 100-200 in più al mese di tasse evase, appare sicuramente eccessivo. Così come è sorprendente il fatto che a preoccuparsi di tenere desto un dibattito in buona misura strumentale, siano gli stessi che periodicamente si indignano nel verificare gli irrisori livelli di reddito che dichiarano alcune categorie di contribuenti, e che La Stampa ha richiamato anche di recente. * viceministro all’Economia Stampa Articolo