Sergio Romano, Corriere della Sera 19/6/2007, 19 giugno 2007
Il bersaglio principale del movimento no global è rappresentato dalle riunioni dei G8. Secondo i contestatori un numero limitato di grandi potenze non può arrogarsi il diritto di decidere le sorti del mondo intero
Il bersaglio principale del movimento no global è rappresentato dalle riunioni dei G8. Secondo i contestatori un numero limitato di grandi potenze non può arrogarsi il diritto di decidere le sorti del mondo intero. Essendo al soldo delle multinazionali, le decisioni prese in questi vertici rappresenterebbero dei soprusi nei confronti dei Paesi esclusi da tali riunioni. Ma se lo scopo dei G8 fosse effettivamente di utilizzare il potere politico per guidare dall’alto la globalizzazione, quale sarebbe l’alternativa? Un liberismo selvaggio, un capitalismo anarcoide senza paletti, un mercato globale senza regole, con l’unica fonte di potere rappresentata dal denaro e dal profitto. I rappresentanti dei Paesi partecipanti ai G8 per lo meno sono legittimamente e democraticamente eletti nei rispettivi Paesi; i no global dovrebbero riflettere su questo punto: vorrebbero veramente che a decidere le sorti del globo terracqueo fossero i vari Soros e Gates? Mauro Luglio mauromati@tiscali.it Caro Luglio, ma siamo davvero sicuri che il G8 diriga gli affari economici e finanziari del pianeta? Dopo avere letto la sua lettera sono andato alla ricerca di una conversazione che ebbi qualche anno fa a Cernobbio con Valéry Giscard d’Estaing e che apparve sul Corriere nel settembre 2001. Giscard, infatti, l’inventore di questo «club dei potenti». Prima di essere eletto alla presidenza della Repubblica francese, nel maggio del 1974, era stato ministro della Finanze e aveva assistito da quella poltrona alle due maggiori crisi economico- finanziarie degli anni precedenti: la morte degli accordi di Bretton Woods, quando il presidente americano Richard Nixon decise, nell’agosto del 1971, la fine della convertibilità del dollaro in oro, e il grande shock petrolifero provocato dalla Guerra del Kippur nell’ottobre 1973. Caddero così nel giro di pochi mesi i due contrafforti (valore stabile del dollaro e modesto prezzo del petrolio) che avevano sostenuto sino ad allora lo sviluppo delle maggiori economie mondiali. Fu questa la ragione per cui Giscard, un anno dopo la sua elezione alla presidenza della Repubblica, propose che i leader di alcuni Paesi si riunissero periodicamente per esaminare la situazione, scambiare opinioni e, se possibile, accordare i violini. Nelle sue intenzioni i Paesi avrebbero dovuto essere cinque: Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Stati Uniti. Ma l’Italia protestò contro la sua esclusione, conquistò l’appoggio degli Stati Uniti, riuscì a entrare nel club all’ultimo momento, con qualche limitazione, e spianò la strada in tal modo al Canada che la raggiunse poco tempo dopo. Nella storia dell’istituzione esistono quindi un G5, un G6, un G7 e, dopo l’arrivo della Russia, un G8. La prima riunione a sei si tenne al castello di Rambouillet nel novembre 1975. I capi di Stato o di governo (per l’Italia Aldo Moro) sedevano intorno a una tavola rotonda e ciascuno di essi aveva con sé tre collaboratori. Si occuparono soprattutto di nuove parità monetarie e fluttuazione delle valute parlando a braccio, senza troppo preoccuparsi del modo in cui le loro parole sarebbero state trascritte e riferite. La domenica mattina Giscard propose ai suoi invitati di andare a messa nella piccola chiesa di Poigny-la-Forêt, vicino al castello. Il giapponese preferì restare nella sua stanza, ma il presidente americano Ford, benché protestante, accettò di buona grazia, e i delegati presero posto, insieme ai fedeli del villaggio, di fronte a un vecchio parroco che dal pulpito, durante la predica, raccomandò loro di vivere in pace. Dopo la fine del vertice vi fu una conferenza stampa nel municipio di Rambouillet dove i grandi andarono a piedi, fra la curiosità degli abitanti. Non vi era, mi disse Giscard, nemmeno un fotografo. E infatti non esiste, per quanto io sappia, alcuna immagine di quella memorabile giornata. Questo, caro Luglio, accadde alla prima riunione del club. Secondo Giscard, il clima cominciò a cambiare un anno dopo quando la presidenza passò agli Stati Uniti e l’incontro ebbe luogo a Porto Rico con la partecipazione del Canada. Era cominciata la campagna elettorale per le presidenziali americane e Ford cercò di sfruttare l’avvenimento per una sfida che sarebbe stata vinta, comunque, dal suo avversario. Da allora abbiamo assistito a un continuo crescendo. Come in una specie di corsa al rincaro tutto è aumentato. Sono cresciute le delegazioni che ogni presidente porta con sé. cresciuto il numero dei giornalisti che debbono occuparsi dell’avvenimento. cresciuto il numero dei poliziotti che devono proteggere i leader. Sono cresciute le attese della pubblica opinione. Ed è progressivamente cresciuto, a cominciare dal vertice del 2000, il numero dei contestatori. Poco importa che il G8 non governi il pianeta. Poco importa che i contestatori rappresentino una piccola frazione dell’opinione pubblica mondiale. Poco importa che i giornalisti debbano arrampicarsi sugli specchi per raccontare ai loro lettori qualche notizia interessante. Nel grande circo del G8 i protagonisti dell’evento (leader, polizia, contestatori, stampa) si sorreggono a vicenda e sono tutti cointeressati alla regia di uno stesso spettacolo. Al vertice tedesco di Heiligendamm, i delegati al seguito dei potenti erano qualche migliaio, i poliziotti altrettanti, e i denari spesi per l’organizzazione dell’evento parecchie centinaia di milioni di euro. Raramente, nel corso della storia, sono stati impiegati, per così poco, tanto denaro e tante energie.