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 2007  giugno 19 Martedì calendario

MILANO

Il conto alla rovescia è iniziato. E stavolta non si tratta di oscuri vaticini di Nostradamus, o di sette esoteriche impegnate a decifrare manoscritti impolverati dal tempo. La fine del mondo si sta avvicinando, è il 2060 il punto di non ritorno. Parola di Isaac Newton.
Filosofo, matematico, fisico e alchimista, «padre» della legge di gravitazione universale, delle leggi del moto, in breve della meccanica classica, i suoi manoscritti – da domenica esposti nelle sale dell’università ebraica di Gerusalemme – svelano i pensieri più nascosti di colui che, prima ancora di aver spalancato le porte alla scienza moderna, è stato il trait d’union con i misteri del mondo antico: non a caso, il titolo scelto per la mostra è «I segreti di Newton». E il primo di questi segreti riguarda, appunto, la presunta «data di scadenza» del nostro Pianeta.
Per chi crede nelle coincidenze, non è un caso che quei fogli vergati dalla mano del grande scienziato siano finiti chiusi in una teca, tra le mura color sabbia della Città Santa, poco lontano da luoghi mistici come il Santo Sepolcro, il Muro del Pianto e la Spianata delle Moschee: quello che emerge da queste lettere, presentate al pubblico per la prima volta dal 1969, è l’aspetto sotterraneo della personalità di Newton, quello più legato alla religione e ai rituali alchemici. Ecco, quindi, il calcolo relativo alle origini dell’Universo, e quello – ben più inquietante – sull’Apocalisse: per definirne con precisione la data, lo scienziato britannico riprende in mano un frammento della Bibbia, dal libro del profeta Daniele. Secondo il suo ragionamento, tra la rifondazione del Sacro Romano Impero da parte di Carlomagno – la cui incoronazione risale alla notte di Natale dell’800 – e la fine del mondo dovranno passare 1.260 anni. L’Apocalisse, quindi, non avverrà prima del 2060. Saranno tempi, scrive Newton in una lettera datata 1704, in cui «si assisterà alla rovina delle nazioni malvagie, alla fine di ogni tristezza e sventura, al ritorno degli ebrei dall’esilio e al sorgere di un fiorente ed eterno Regno».
I manoscritti, acquistati nel 1936 durante un’asta di Sotheby’s da uno studioso di origini ebraiche, sono stati ereditati nel 1969 dalla Biblioteca nazionale di Gerusalemme; c’è da scommettere che ad esaminarli accorreranno non solo storici e scienziati, ma anche un pubblico non «specializzato », sedotto dal fascino del grande studioso che uscì trionfante dal confronto con le leggi della gravitazione e del calcolo infinitesimale, e fu invece sconfitto nelle sue ambizioni alchemiche, senza realizzare il sogno eterno della pietra filosofale. Lui, forse, alle domande e alle risatine dei curiosi d’oggi risponderebbe con parole ormai vecchie di tre secoli, eppure sempre attuali: «Non so come il mondo potrà giudicarmi, ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l’oceano della verità giaceva insondato davanti a me».