Laura Laurenzi, la Repubblica 21/1/2007, 21 gennaio 2007
LAURA LAURENZI
In pochi anni, chi l’ avrebbe mai detto, il cappuccino è diventato una bevanda glamour. é attorno a un cappuccino fumante che si riuniscono e si scambiano le loro piccanti confidenze Carrie e le sue amiche di Sex and the city. è il cappuccino la bevanda che la perfida Miranda pretende dalla segretaria-schiava nel Diavolo veste Prada. Soltanto una moda? No, sicuramente molto di più. Nella sua versione global - fortemente osteggiata dal purismo dei gastronauti - il cappuccino si è ormai attestato come un drink di culto, in ogni ora e in ogni luogo. Ha soppiantato il più volatile tè, ha surclassato le tisane, salutari ma un po’ troppo alternative, ha riempito vuoti dietetici nei molti, soprattutto nelle molte, che vogliono perdere peso. Intendiamoci: non è una bevanda light. Ma quante modelle e quante star raccontano di arrivare fino all’ ora di cena con soltanto un paio di cappuccini nello stomaco. La prima fu, ere geologiche fa, Mina, che dimagrì tornando meravigliosa a suon di cappuccini. Perché il cappuccino riempie e spesso è addirittura indigesto: quindi sazia, toglie la voglia di mangiare, distrae. Paradossalmente nella nostra memoria storica è legato all’ idea di digiuno o, meglio, di sciopero della fame: quello, seriale-plateale, di Marco Pannella, che smetteva completamente di alimentarsi concedendosi però frequenti cappuccini rinvigoriti da un numero imprecisato di cucchiaini di zucchero. Dall’ ora in cui il tuo prossimo sorseggia il cappuccino riconosci la sua nazionalità, o almeno vai per esclusione. Un italiano non lo ordinerebbe mai dopo le dieci del mattino. Chi conclude un lauto pasto, anche serale, con un cappuccino tripla schiuma tendenzialmente è un cittadino degli Stati Uniti, o un tedesco (e comunque ha uno stomaco di ferro, in Germania lo bevono anche con le salsicce e i crauti). Noi dopo mangiato siamo tradizionalisti; la canzone dice: spaghetti, pollo, insalatina, una tazzina di caffè. Mica un cappuccino. E poi di che tipo? Frappuccino, marocchino, macchiatone: l’ offerta è caotica e immensa. Se in America c’ è addirittura la Pepsi Cola al sapore di cappuccino, noi ci manteniamo fedeli alla tradizione. O meglio: guardiani della ricetta codificata. Ma l’ Italia è anche il paese di bengodi - di tutto di più - in cui possiamo ordinare in mille modi possibili un cappuccino. Doc naturalmente. Soltanto da noi camerieri e banchisti riescono a esaudire senza battere ciglio tante richieste diverse, e ad approntare elasticamente tante varianti possibili: al vetro, corretto, bollente, tiepido, senza schiuma, ristretto, scurissimo, decaffeinato, con una spolverata di cacao. E a proposito di cacao, quella di decorare il candido materasso schiumoso che galleggia sulla tazza del cappuccino con schizzi di cacao liquido è diventata per molti camerieri italiani un’ arte: spighe, rose, margherite, cuori se la cliente è avvenente, persino frattali, vortici, paesaggi, profili, ritratti, e a Natale il presepio. Se il neo-cappuccino può essere chic, è però anche una bevanda interclassista e fortemente democratica, un lusso che si concedono in molti. Bevanda consolatoria, il cappuccino rappresenta la pausa aziendale che non si nega a nessuno, la micro-autogratificazione quotidiana da concedersi sia in solitaria che in gruppo. E quando non è possibile sciamare al bar c’ è sempre la macchinetta, vedi l’ epopea dei travet narrata nella sit-com Camera Cafè. Si socializza, ci si lamenta, si tresca, si tessono alleanze, amori e pettegolezzi più tuffandosi in un cappuccino che non davanti a un freddo aperitivo o a un aristocratico tè.