Marco Ansaldo, La Stampa 18/6/2007, 18 giugno 2007
Stampa Articolo 18 Giugno 2007 Il regista oggi firmerà con i granata Infinito Corini un leaderal Toro I calciatori sono come le automobili: alcune percorrono 70 mila chilometri all’anno, spremute in autostrada, e altre di chilometri ne fanno 20 mila, tengono sempre sotto controllo il livello dell’olio e la pulizia dei filtri, e servono per portare la famiglia al mare una volta la settimana
Stampa Articolo 18 Giugno 2007 Il regista oggi firmerà con i granata Infinito Corini un leaderal Toro I calciatori sono come le automobili: alcune percorrono 70 mila chilometri all’anno, spremute in autostrada, e altre di chilometri ne fanno 20 mila, tengono sempre sotto controllo il livello dell’olio e la pulizia dei filtri, e servono per portare la famiglia al mare una volta la settimana. Eugenio Corini è un’ auto del secondo tipo, vecchiotta ma in buone condizioni. Al massimo ha giocato 40 partite in una stagione, mentre Pirlo con la Nazionale è arrivato a una sessantina. Insomma pensando di portarlo al Toro, Urbano Cairo ha fatto il conto della lavandaia: Corini il 30 luglio compirà 37 anni e sono molti. Però in vent’anni di carriera è andato solo 5 volte oltre le 30 presenze in una stagione e i due mesi in infermeria nell’ultimo campionato si spiegano con un infortunio stupido: avrebbe dovuto fermarsi, invece tirò la corda finché non si fermò contro il Milan. La conclusione è che per un paio di anni il centrocampista che a Palermo battezzarono «Il Genio», organizzando un inutile sit in per convincere Zamparini a rinnovargli il contratto, può tenere le chiavi del gioco granata meglio di altri. Novellino aveva sondato per Volpi, il suo fedelissimo: costava 4 milioni di euro. Liverani non ha il carisma del leader. «Abbiamo pensato di dare con Corini una risposta a tre domande - dice Cairo -: chi ha l’autorevolezza per guidare la squadra come vuole Novellino? Chi può far crescere i giovani sui quali punteremo? E chi è capace di realizzare gli otto-dieci gol che Corini segna più o meno tutti gli anni, tra rigori e punizioni? Per me è stata fondamentale l’osservazione che feci a Palermo, quando ci segnò un gol: all’ingresso in campo sembrava una squadra di militari e lui li comandava. Poca gente ha la sua personalità». Così la scelta si è compiuta. C’erano il Bologna, l’Atalanta, il Parma, il Siena e la Roma, con la quale Corini avrebbe finalmente realizzato il sogno di giocare in Champions League, un’avventura che gli manca insieme alla Nazionale che sfiorò nel novembre del 2002, chiamato dal Trap per giocare contro la Turchia. Si infortunò nell’ultimo allenamento. Alla fine ha prevalso il Toro. La firma sarà apposta oggi dopo l’incontro con Cairo a Milano per definire gli ultimi dettagli tra i quali c’è la durata del contratto perchè un anno è poco e bisogna mettere nero su bianco almeno l’opzione per il secondo. Quanto ai soldi, si parla di mezzo milione di euro ma crediamo che Cairo dovrà aggiungere qualcosa, altrimenti non si spiegherebbero le parole di Zamparini quando disse che il capitano rosanero se n’era andato rifiutando 800 mila euro. Il problema con il Palermo era un altro, la mancanza di fiducia, ma l’ingaggio sarà probabilmente più alto di quanto dice il Toro. Agli amici comunque Corini ha confidato che a convincerlo è stata l’idea di essere essenziale nel progetto di Novellino, mentre a Roma sarebbe stato un comprimario. Sono passati 17 anni da quando l’Eugenio arrivò a Torino la prima volta. Veniva dal Brescia, era il capitano dell’ Under 21 di Maldini: era la Juve di Maifredi, un capolavoro di stramberia e di leggerezza. Haessler, Baggio e Schillaci davanti, un centrocampo poco coperto. Partite strabilianti e disfatte epocali, più le seconde che le prime. Il Milan aveva Rijkaard, la Juve il giovane Corini. «Ci andai troppo presto e nel momento sbagliato», ha sempre ripetuto il bresciano. «A noi chiesero tutto e subito perchè lo scudetto mancava da cinque anni e il potere del Milan era imbarazzante. La Juve di Maifredi fu un bel sogno per mezza stagione e bruciò molta gente». L’esperienza durò un paio di anni. Cominciò la carriera da zingaro. Alla Samp fece poco perchè nello spogliatoio disse a Roberto Mancini che «se qualcuno facesse qualche gol in più e qualche colpo di tacco in meno andrebbe meglio». Il Napoli con Lippi, di nuovo il Brescia, il Piacenza, il Verona, finalmente il Chievo che sembrava il capolinea di ogni ambizione, a 28 anni, e invece diventò il trampolino della parte più esaltante della carriera. «A 25 anni - spiega - c’era chi pensava già che fossi finito. E mi fregava il pregiudizio molto italiano per cui chi ha i piedi buoni sia scarso nel contrasto e nell’interdizione perchè non ha voglia di sacrificarsi mentre poi si è visto che non tiro mai indietro la gamba (nove le ammonizioni nell’ultimo campionato, n.d.r.). In realtà ho pensato anch’io di abbandonare quando mi trovai per due volte in ospedale e con il ginocchio a pezzi e il rilancio mi sembrava lontano». Dodici anni dopo quei cattivi pensieri sarà ancora il faro del Toro. Per lui, che da ragazzo fece il garzone della sorella fruttivendola, scaricando casse ai mercati generali, e giocava al calcio la sera facendo l’aiuto-imbianchino di giorno, il tempo per lavorare sul serio, magari nella società di investimenti immobiliari che ha fondato con Toni, Perrotta, Bergomi e Beppe Baresi è ancora lontano. Stampa Articolo