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 2007  giugno 18 Lunedì calendario

Il nome è cambiato diverse volte, ma di Partito democratico (Pd) si discute ormai da circa dodici anni, ossia da quando - a metà degli Anni 90 - Prodi ebbe l’idea di fondere in un unico soggetto politico gli ex democristiani e gli ex comunisti

Il nome è cambiato diverse volte, ma di Partito democratico (Pd) si discute ormai da circa dodici anni, ossia da quando - a metà degli Anni 90 - Prodi ebbe l’idea di fondere in un unico soggetto politico gli ex democristiani e gli ex comunisti. Ora sembra che il «travaglio» sia giunto a un punto di non ritorno: o riescono a scodellare questo benedetto partito il 14 ottobre di quest’anno, oppure, verosimilmente, il Partito democratico non nascerà mai. Nel frattempo, però, mentre l’attenzione dei media è concentrata ossessivamente sulla nascita del Pd, quasi di nascosto, nelle pieghe della politica italiana sta prendendo forma un’altra creatura politica, che i giornalisti hanno già battezzato «la Cosa rossa». Al riparo dalle curiosità dei cronisti politici - quotidianamente impegnati a raccogliere ogni minimo segno di vita di Prodi-Fassino-Rutelli - la Cosa rossa potrebbe anche formarsi molto rapidamente, forse addirittura prima che nasca (sempre che nasca) il pluri-annunciato Partito democratico. Giusto ieri Bertinotti, all’assemblea costitutiva della Sinistra europea, ne parlava come di una necessità «non più rinviabile». E con piglio vagamente dannunziano-futurista infiammava l’animo dei delegati: «Voi sapete certamente, in questo momento, molto meglio di me cosa fare e come farlo. Io vi invito soltanto a farlo: fatelo!». Ma che cos’è, esattamente, la Cosa rossa? Allo stato attuale, è il progetto di riunire sotto la medesima bandiera almeno quattro forze politiche: i due partiti comunisti (Rifondazione comunista e Comunisti italiani), i Verdi, e infine la cosiddetta Sinistra democratica, ossia la minoranza Ds che non ha alcuna intenzione di entrare nel futuro Partito democratico. Ho detto «almeno» quattro forze politiche, perché fra i promotori della nuova formazione circolano anche idee più ambiziose, come quella di riuscire a rappresentare chiunque - per una ragione o per l’altra - si collochi «a sinistra» del Partito democratico: girotondi (giustamente) indignati con la nomenklatura Ds-Dl, movimenti no global fieramente avversi al mercato, socialisti depressi per la «deriva clericale» del nuovo partito. Insomma un progetto piuttosto largo, che quasi certamente farà scomparire la parola «comunismo» dalla denominazione del nuovo soggetto, sostituendola con qualcosa di meno compromettente e più generico, tipo «Sinistra alternativa», oppure «A sinistra». Perché, dopo anni e anni di divisioni, i piccoli partiti di sinistra stanno pensando a federarsi in un unico soggetto politico? Una prima ragione, probabilmente, è la speranza di raggiungere la massa critica necessaria a trattare da pari a pari con il futuro Partito democratico, bloccandone la pretesa di guidare la sinistra (il sogno del «timone riformista»). A giudicare dai sondaggi, la speranza non è infondata, visto che il Partito democratico è attualmente accreditato del 20-25% dei consensi, mentre la Cosa rossa potrebbe anche superare il 15. Una seconda ragione è la paura del referendum Segni-Guzzetta. Se i partiti non riescono a trovare l’accordo su una nuova legge elettorale e il referendum dovesse avere successo, il nuovo partito di sinistra «alternativa» non avrebbe alcuna difficoltà a superare la soglia di sbarramento del 4%, mentre nessuna delle sue componenti ci riuscirebbe da sola (eccetto, forse, Rifondazione comunista). A quel punto Verdi, Comunisti italiani, Socialisti, Girotondi, Liste civiche nazionali, tutti quanti dovrebbero scongiurare il Partito democratico di ospitarli in una lista unitaria, ma non potrebbero negoziare da una posizione di forza perché nessuno di essi sarebbe in grado di sopravvivere da solo. Ma c’è anche una terza e più nobile ragione che spinge a costituire una forza politica di sinistra alternativa. La Cosa rossa è anche il tentativo di reintrodurre un po’ di «passione» e di «sentimenti» (parole di Bertinotti) nelle fredde alchimie della politica dell’Unione o, se preferite, è il tentativo di dare una risposta politica e organizzativa al disorientamento del popolo della sinistra. Una parte degli elettori dell’Unione pensa che Prodi abbia tradito le promesse; che il suo governo abbia ben poco di sinistra e quasi niente di laico; che - sulla questione morale - vi sia ben poca differenza fra nomenklatura di destra e nomenklatura di sinistra; che il Partito democratico stia nascendo in modo non democratico, per non dire oligarchico. Soprattutto, quegli elettori sono convinti che in materia di costi della politica, lottizzazioni, attaccamento al potere, Prodi e i dirigenti del Pd siano (ancora) più invischiati di quanto lo siano i politici della sinistra massimalista: non a caso sono stati proprio Salvi e Villone, due esponenti della Cosa rossa, i primi a descrivere analiticamente i mille meccanismi con cui - dopo Tangentopoli - la politica ha ricominciato a occupare le istituzioni secondo modalità legali, ossia al riparo dall’azione della magistratura. Ed è stato il ministro Mussi, ossia il capo dei fuoriusciti dai Ds, a proporre (per ora inascoltato) il dimezzamento del numero dei ministeri, a costo di perdere il proprio. Naturalmente si può essere d’accordo o no con l’analisi della società italiana che gli esponenti della Cosa rossa propongono (personalmente la ritengo errata). E si può star certi che molti di essi bluffano, quando danno a credere che sarebbero pronti a tagliare poltrone-carriere-gettoni-prebende anche in casa propria, e non solo in casa di Rutelli e Fassino. Ma è difficile non riconoscere che essi cercano di rappresentare convinzioni e interessi realmente presenti fra gli elettori e, almeno su un punto, hanno perfettamente ragione: né Prodi né la dirigenza riformista dell’Unione paiono determinati a metter mano davvero a quella riforma della politica che, da tanti anni, i cittadini aspettano invano. Stampa Articolo