Mario Sconcerti, Corriere della Sera 18/6/2007, 18 giugno 2007
Adesso che come ogni estate tutte le squadre tornano a cercare grandi attaccanti, è bene ricordare le poche regole alla base della storia moderna del gol
Adesso che come ogni estate tutte le squadre tornano a cercare grandi attaccanti, è bene ricordare le poche regole alla base della storia moderna del gol. La prima è che il gol non è casuale, non nasce mai da solo, inutile cercare uno molto bravo se non ha squadra intorno. Più un attaccante determina è meno forte è la squadra. La seconda regola è cercare pochi fantasisti e molti attaccanti veri. Dal 1950 a oggi ci sono stati tanti giocatori estremamente tecnici, ma solo cinque sono riusciti a vincere anche la classifica cannonieri. Due si perdono nell’alba degli anni Cinquanta (Da Costa e Sivori), gli altri sono Rivera, Platini e Totti quest’anno. Gli altri cinquanta sono tutti attaccanti veri, centravanti praticamente di ruolo. La terza regola, più generale, ma quasi mai smentita, è che il livello del calcio di un Paese è direttamente proporzionale al suo livello di vita. Un Paese povero gioca un calcio povero, un Paese felice gioca un calcio felice. Noi portiamo nel calcio quel che siamo nella vita in quel momento. Questo principio così apparentemente poco tecnico è stato silenziosamente alla base di tutto il calcio. L’Austria diventa una grande squadra (il Wunderteam) solo una volta nella storia e lo fa negli anni Venti subito dopo cioè aver perso l’impero. La Germania diventa per la prima volta campione del mondo nel ’54 quando cerca di togliersi dalle spalle la guerra e Berlino è ancora divisa in quattro parti. Il calcio globale, il calcio dove tutti i ruoli sono liberi e intercambiabili, nasce negli anni Sessanta in Olanda quando già i movimenti giovanili si stavano preparando al sessantotto. Quale calcio, quale via al gol poteva allora trovare l’Italia che esce distrutta e poverissima dalla sua doppia guerra contro gli angloamericani e i tedeschi? Solo un calcio di rimessa, di risparmio, un calcio in cui si trasforma in piccola scienza l’arte continua di arrangiarsi. Si invertono i principi, non si vanno più a conquistare gli spazi sul campo facendo sempre più arretrare l’avversario. Lo si illude, lo si fa venire avanti e lo si colpisce alle spalle. Questo causa subito un crollo dei gol. Nel ’51 per vincere il campionato il Milan di Busini deve segnare 107 reti. L’anno dopo la Juve di Hansen ne segna 98. L’anno dopo ancora, l’Inter di Foni vince segnando appena 47 reti! Cos’è successo? successo qualcosa di sostanziale. nato il calcio all’italiana, cioè un calcio che ha cominciato a pensare molto a se stesso. L’Inter aveva preso l’anno prima Blason del Padova dove giocava in mezzo alla difesa ma con il numero 2. Non c’erano televisioni, c’era pochissima conoscenza. Preso il numero due Blason, l’Inter lo mette inizialmente dove giocano i numeri 2, cioè terzino destro, quindi non più a spazzare l’area ma sulla fascia contro avversari rapidi e agili. Blason, con la sua stazza, affonda subito. Foni fa un cambio le cui conseguenze arrivano fino a noi. Prende Armano, un’ala destra, e lo arretra a marcare l’ala avversaria, così da spostare Blason al centro libero da marcature. Da quella posizione Blason, che ha un piede potente e abbastanza sensibile, non solo spazza l’area, ma rilancia anche saltando il centrocampo. Il contropiede si afferma con un ultimo artifizio. Foni toglie Wilkes (detto «driblatutti») e lo sostituisce in mezzo al campo con Mazza, un giocatore semplice che gioca quasi solo di prima. Il gol diventa rapido, non è più frutto dell’invenzione di un singolo, ma comincia a essere costruito dal basso. Quando le grandi innovazioni partono dall’alto, producono quasi sempre una normalizzazione verso il basso. Messo nelle mani di tutti, il calcio all’italiana finì per essere quasi soltanto un contro-gioco. Helenio Herrera dieci anni dopo lo portò ai massimi livelli ma con protagonisti che nessun altro poteva avere. Così dagli 830 gol segnati nel ’53, l’anno di Foni, si scese sempre più precipitosamente verso il vuoto degli anni Sessanta-Settanta (8 volte sotto i 500 gol). Nel ’69 la Fiorentina di Pesaola vinse il campionato segnando solo 38 gol. Chinaglia e Riva vinsero invece gli scudetti di Lazio e Cagliari segnando da soli oltre il 50 per cento delle reti delle loro squadre. Il gioco all’italiana aveva portato la media gol per la prima volta sotto i 2 a partita (segnando un solo gol si vinceva quasi 7 volte su dieci), ma ottenne un risultato inaspettato. Dettò gli ingredienti di una squadra di successo, ruoli e caratteristiche precise. Un terzino che marca, uno che fluidifica, un centrale difensivo che comanda il gioco e uno che colpisce; un mediano davanti alla difesa, una mezzala che corre e una che ragiona, e via dicendo. Questa esattezza finì per insegnare a tutti il segreto per vincere. Stemperò le gerarchie. Con il calcio all’italiana arrivano a vincere squadre nuove, diverse, città di provincia come il Verona, la Sampdoria, la stessa Fiorentina, la Lazio, il Cagliari, senza contare squadre come Atalanta e Vicenza che vincono la Coppa Italia. All’estero intanto, gli olandesi hanno affermato in tutta Europa il loro 4-4-2, un gioco che sembra negato agli italiani perché completamente a zona (mentre in Italia si segue il proprio avversario dovunque si sposti sul campo) e perché nega il trequartista, figura di giocatore a cui non sappiamo rinunciare. I primi «zonisti» (Vicini, Vinicio, Liedholm) vengono lapidati perché presi per dissipatori della prudenza italiana. I gol ricominciano a crescere però solo quando cade il veto sugli stranieri e tornano i fuoriclasse. Il primo è Platini. Vince per tre volte la classifica marcatori segnando 54 reti in tre anni. la Juve di Trapattoni, il massimo della gestione artigianale della partita, ogni partita una storia a sé. Il buon senso di Trapattoni, il suo modo di essere sempre dentro la vita e lontano dal genio, portano a compimento la lunga parabola del calcio all’italiana. Il titolo di campioni del mondo e la televisione a colori danno al calcio una popolarità diversa. Uomini e gol non sono più argomenti solo da maschi. Di un calciatore adesso ci si innamora come prima di un attore o di una stella rock. Questa sovraesposizione, questa specie di nuova responsabilità, cambia come sempre anche il modo di giocare. Serve più spettacolo, più trasgressione. il calcio di Sacchi e Berlusconi. Uno porta metodo, l’altro grandi investimenti e il tappo salta. un altro calcio, non si tornerà mai più indietro. Prima di Sacchi una squadra si allenava tre volte alla settimana. Con Sacchi si allena due volte al giorno. Sacchi blinda le sue squadre, il suo gioco è prima di tutto difensivo, aspetta in dieci l’avversario poi sposta di colpo in avanti la squadra come fosse la migrazione di un popolo. Un gioco nuovissimo e bellissimo che ha un difetto di fondo, non è ripetibile. Ma porta tutto il calcio avanti nel tempo, rovescia il concetto stesso di gioco. l’uomo che deve trovare lo spazio dove ricevere al meglio il pallone, non deve essere la palla a cercare l’uomo. L’Italia si spezza fra sacchisti e tradizionalisti, nella «confusione» i gol come sempre si moltiplicano. Quando il Milan chiama Sacchi (’87) si erano segnati 462 gol, per una media di 1,92 a partita. In poche stagioni aumentano del 48 per cento fino quasi a raddoppiare nel ’93 (858 gol). Sono gli anni di Maradona che è tutto il resto ma non un grande cannoniere. L’anno del primo scudetto del Napoli segna solo 10 gol, vince una sola volta la classifica marcatori con 15 reti, media decisamente bassa. L’estrema confusione causata dal passaggio delle invenzioni di Sacchi, trova il suo normalizzatore in Fabio Capello. un tecnico moderno, come Trapattoni ottimo costruttore di squadre e grande gestore di partite. Capello prende il buono di Sacchi (intensità ma non fanatismo) e lo fa diventare metodo tattico. Il suo Milan vince tre scudetti su quattro ma soprattutto si adatta ai tempi e alle situazioni. Vince il campionato con Van Basten che segna 25 dei 74 gol del Milan, ma lo vince anche segnando in tutto appena 36 gol (Massaro 11). Capello non fa il meglio in assoluto, fa quello che serve. Sa adattare gli uomini alle esigenze. Sacchi è stato un grande maestro, Capello un grande tecnico. A rilanciare ulteriormente i gol è stato l’arrivo dei 3 punti nel ’95. Attaccare di più è diventato necessario. Se con tutti pareggi una squadra prima si salvava, adesso retrocede. La differenza diventa subito evidente. Nei venti anni tra il Settanta e il Novanta, ben 12 volte era stata vinta la classifica marcatori con meno di 20 gol. Dal ’92 in poi, si è rimasti sempre sopra i 20 e ci si è assestati in media tra i 24 e i 26. La media gol-partita è stabilmente tra i 2,55 e i 2,70, a metà anni novanta si è tornati quasi a una media da tempi di Nordhal (2,80 contro 2,89). Nel frattempo è profondamente cambiato anche il ruolo del centravanti. Ha molti più compiti tattici. Non basta più il lavoro pulito alla Nordhal o alla Charles, cioè la continua, esclusiva ricerca del gol. Oggi il centravanti copre, fa avanzare la squadra, ha più doveri e meno metri a disposizione. Forse pure per questo è cambiato anche fisicamente. Il centravanti oggi è potenza, è forza. L’agilità è tutta del fantasista, non più dietro le due punte, ma seconda punta a sua volta. In compenso sono tornate le ali. Il 4-4-2 puro ha spostato il talento sulla fascia, raddoppiando le direzioni, destra e sinistra. I risultati sono molti gol. E l’idea è quella che andremo ancora avanti.