Danilo Taino, Corriere della Sera 17/6/2007, 17 giugno 2007
«Sono le tasse, stupido», direbbe un Bill Clinton italiano. Cioè un politico con un naso in grado di fiutare cosa sta succedendo nella società
«Sono le tasse, stupido», direbbe un Bill Clinton italiano. Cioè un politico con un naso in grado di fiutare cosa sta succedendo nella società. Al Nord, ma non solo. Se, infatti, in un sondaggio, si chiedesse ai cittadini qual è il singolo, più pressante problema del Paese, la maggioranza risponderebbe quasi certamente «la pressione fiscale». Il guaio è che la stessa risposta di rado arriva dai politici, della sinistra ma anche della destra, e dalle classi dirigenti. E, probabilmente, questa differenza sta alla radice della crisi della politica e delle organizzazioni che dovrebbero intermediare la società: chi pensa di poter guidare l’Italia lo fa senza capirla; anzi, con la presunzione poco candida di saperla più lunga degli italiani stessi. La teoria dominante nei dibattiti economico, politico e sindacale è che le tasse non si possono tagliare almeno fino a quando il debito pubblico rimarrà alto e l’evasione fiscale non verrà battuta. In pratica, mai. La teoria, però, è falsa, sostiene Oscar Giannino in un saggio appena mandato in libreria da Mondadori, Contro le tasse (pagine 132, e 12). «Abbattere le imposte si può, si deve, e non è affatto di destra», recita il sottotitolo: non si tratta, infatti, di un mero esercizio matematico – se abbasso le aliquote entrano meno soldi nelle casse pubbliche e devo ridurre i servizi ”; è qualcosa che investe l’intero rapporto tra la società e lo Stato, il sistema di Welfare, l’economia, la libertà e anche la ricchezza di chi oggi è più povero. Non che il dibattito sull’esagerato prelievo fiscale italiano sia una novità. Come minimo, fu introdotto dalla Lega Nord all’inizio degli anni Novanta ed ebbe un ruolo non da poco nel creare le basi di consenso alla stagione di Mani pulite. Ma il fatto clamoroso è proprio questo: in 15 anni, ciò che lo Stato preleva da cittadini e imprese è aumentato, nonostante sia Berlusconi sia Prodi abbiano promesso alleggerimenti. Non solo: parlare di taglio delle tasse come prima azione da compiere continua a essere considerato una pazzia. Giannino, invece, porta argomentazioni ed esempi esteri – americani, ma non solo – per dimostrare che ridurre significativamente l’imposizione fiscale è l’inizio di un processo di riforma liberale, il primo passo da fare, non la conclusione di un percorso che prima dovrebbe ridurre la spesa pubblica, abbassare il debito, recuperare l’evasione e solo a quel punto tagliare le tasse. Il convincimento è lo stesso che guidava Ronald Reagan negli anni Ottanta: più soldi affidi allo Stato, più lo Stato ne spende. Se vuoi costringerlo a spendere meno e a ridurre la sua invadenza nell’economia e nella vita dei cittadini, affamalo. Tagliagli i viveri. A provare la bontà di questo approccio, ci sono due evidenze. Una è che, in effetti, più soldi hanno i governi, più ne spendono: lo sconcertante «caso tesoretto» ne è l’ultimo esempio. L’altra, in positivo, sta nell’elenco di casi internazionali, che Giannino racconta, nei quali la riduzione delle tasse è stata l’inizio di fasi di benessere generalizzato per i cittadini; senza, tra l’altro, che le entrate fiscali ne soffrissero. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti. Nel dopoguerra, le aliquote massime sui redditi alle persone le hanno tagliate John Kennedy e Reagan, in ambedue i casi con risultati positivi per la crescita economica, per il benessere anche delle classi meno ricche e senza danni al bilancio pubblico. I criticatissimi (in Europa) tagli effettuati da George W. Bush – figlio di un presidente che non fu rieletto perché aveva rotto la promessa di non alzare le tasse – hanno provocato un risultato «spettacolare» che «dà ragione su tutta la linea a noi liberisti», scrive Giannino: le imposte federali americane hanno raccolto nel 2006 un extragettito (un tesoretto non previsto, direbbero i politici italiani) di 89 miliardi di dollari, cifra che quest’anno supererà probabilmente i 120 miliardi. che un prelievo fiscale più basso stimola l’economia, e quindi le entrate nelle casse dello Stato aumentano anche se le aliquote calano. Dunque, l’argomentazione secondo la quale il debito pubblico da onorare e il Welfare State da sostenere impedirebbero una forte e immediata riduzione delle tasse non tiene. E quella che vorrebbe aspettare di recuperare l’evasione fiscale prima di abbattere il prelievo è, secondo Giannino, la semplice ricerca di un «millantato nemico» al quale dare colpe che in realtà spettano ad amministrazioni pubbliche che si impossessano della metà del Pil del Paese (e non vogliono rinunciarvi). Il saggio, però, non si limita a dimostrare che tagliare le tasse si può. Spiega anche che questo è il primo passo per una rivoluzione liberale, nel senso che ogni euro in meno allo Stato è un euro in più all’economia privata, che vada in consumi oppure in investimenti. Che è il modo per rendere attraente l’idea di lavorare di più. Che è l’inizio di un modello economico e sociale diverso, nel quale sono i cittadini a scegliere come impiegare il loro denaro e la questione non è lasciata alla benevolenza di politici, partiti di sinistra e di destra, lobby, sindacati. Con ciò Giannino spiega anche come mai le classi dirigenti italiane non la pensino affatto come lui.