Corriere della Sera 17/6/2007, 17 giugno 2007
PEZZI SUI VERBALI D’INTERROGATORIO DI STEFANO RICUCCI PUBBLICATI DAL CORRIERE DELLA SERA IL 17/6/2007
CAPPELLO
ROMA – I rapporti con i politici, le scalate finanziarie, i legami con i vertici delle banche. Nei verbali di interrogatorio firmati da Stefano Ricucci tra aprile e giugno 2006 ci sono i retroscena delle operazioni economiche che hanno segnato l’estate del 2005. Una su tutti: il tentativo di conquistare Rcs, di cui Ricucci è stato protagonista assoluto. Ma ora è lui a dire che la trattativa con i francesi di Lagardère fu avviata perché Ubaldo Livolsi, fedelissimo di Silvio Berlusconi, glielo aveva chiesto. E che Gianni Letta si era interessato personalmente. In una telefonata gli avrebbe detto: «Mi sembra che sia una strada buona, assolutamente di prestigio, questa operazione, perché mi sembra, se lei la vuole portare avanti la porti». E Berlusconi, pochi giorni dopo, confermò il via libera: so che lei sta andando avanti su quella trattativa, me l’ha detto il dottor Letta, ha detto mi sembra una cosa buona. Si scopre che anche Romano Prodi e alcuni uomini del suo staff ebbero contatti con uno dei «furbetti del quartierino». In particolare Angelo Rovati che andò nell’ufficio di Ricucci.
Ora l’inchiesta è chiusa, tutti gli atti sono stati depositati dai magistrati della Procura di Roma. E in quelle carte c’è l’evoluzione di uno stato d’animo che porta Ricucci a collaborare con i pubblici ministeri. Perché, spiega lui stesso nell’interrogatorio del 24 maggio, «io sto qua dentro da trentotto giorni... lei pensa che se io gli devo... Io gli dico tutto! Trentotto giorni qui dentro, non so, per me sono trent’anni, trentott’anni di vita... Lei non si rende conto che significa stare dentro il carcere... Io gli direi pure l’inverosimile! Pure quello che non so». Lo porta anche ad ammettere di aver fatto il doppio gioco, trattando con i francesi e avviando un negoziato parallelo attraverso Natalino Irti e Guido Rossi.
La lettura dei verbali evidenzia l’intreccio fra le tre scalate: quella di Bpi per conquistare Antonveneta, quella di Unipol per avere il controllo della Bnl e quella alla Rcs-Corriere della Sera. E mostra come i protagonisti alla fine siano sempre gli stessi. Mette in luce il ruolo avuto dal presidente di Capitalia Cesare Geronzi e dagli imprenditori che erano nel patto di sindacato di Rcs. Delinea i movimenti dell’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone che era alla guida del contropatto Bnl. Ricucci dice di essere stato massacrato. Riconosce i propri errori: «Ho dovuto chiedere scusa, tutto. Perché ho fatto degli sbagli e lo sto pagando, punto! Ho sbagliato nel fare questa operazione di Rcs, ho sbagliato nell’appoggiare Bpi sulla questione di Antonveneta. Ho fatto questi due errori, che devo fare? Però non è che ho... mica ho seviziato dieci bambine! Ho sbagliato da un punto di vista di scelta imprenditoriale ». Il suo unico obiettivo è quello di tornare libero. E per questo, sempre il 24 maggio, quasi supplica i magistrati: «Mi dite per cortesia quando mi rimandate a casa? Che posso inquinare? Manco il Tevere posso più inquinare io!».
Fiorenza Sarzanini
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l racconto dei retroscena della scalata Rcs comincia il 16 maggio nel carcere.
Obiettivo: entrare nel «salotto»
«Fino all’11 aprile avevo il 5,60 per cento. Dall’11 aprile al 10 giugno non feci altro che convincere il professor Natalino Irti ad assumere l’incarico, perché non lo voleva assumere, di una mia consulenza per farmi entrare nel patto di sindacato perché lui era già membro del consiglio di amministrazione di Rcs, nominato come consigliere indipendente da Telecom, da Pirelli, da Tronchetti. Gli dissi: "Guardi professore, mi faccia la cortesia, lei mi deve... io devo entrare, vorrei entrare nel patto. Se riesce a parlare con il dottor Tronchetti, un po’ Gnutti se riesce a parlare con il dottor Tronchetti, un po’ io riesco a parlare attraverso Ripa Di Meana con Capitalia, un po’ Gnutti riesce a parlare con Lucchini che è il suo vicepresidente in Hopa... Il mio obiettivo è sempre stato quello di entrare in quel salotto, come ho fatto anche nel 2001 in Hopa. Cioè la mia non è mai stata un’intenzione ostile. Certo tutti l’hanno preso come se fosse ostile e posso capire pure perché, ma io ho sempre parlato con persone... anche con Vittorio Ripa Di Meana stesso, con il dottor Geronzi ne parlai. Il mio unico obiettivo era convincere questi tre soci grossi: Montezemolo, Tronchetti e Della Valle. Lo sa quante volte io ho parlato con Della Valle di questo ragionamento prima che ci litigai?».
P.M.: «Fino al 2 agosto lei ha comprato Rcs».
RICUCCI: «Dal 15 luglio in poi ho ricomprato il due per cento e il due e venti per cento per superare il venti per cento, per avere la possibilità di convocare l’assemblea ordinaria che c’ha un valore diverso dalla partecipazione... tanto dal 17 e 70 al 20... non è che ho speso... ho speso 25,30 milioni di euro, non è che ho speso 200 milioni di euro».
P.M.: «Questi contatti con il professor Rossi ci sono stati?».
RICUCCI: «Io personalmente mai, sempre il professor Irti».
La telefonata con Letta
Durante l’interrogatorio del 5 giugno 2006, Ricucci entra nei dettagli della trattativa per il controllo di Rcs. «La terza cosa ma è che non è per terza per... per ultima ma era tutto contestuale questa cosa qui, cioè questa trattativa era partita di uscita mia, o l’entrata nel patto era tra giugno e luglio... da quando ho superato il 15 per cento in poi era diventata una cosa più importante».
P.M.: «Come iniziò la trattativa Lagardère?».
RICUCCI: «La trattativa Lagardère non è che una mattina... Lagardère... fu Lagardère a contattarmi a me, attraverso Alejandro Agag che io non conoscevo assolutamente e che mi ha prese... che me l’ha presentato Livolsi è un amico intimo di Berlusconi... tant’è che il testimone è Berlusconi. Cioè nel suo matrimonio insomma... Berlusconi, Casini e lui sono mo... perché lui stava nel Partito Popolare Europeo».
P.M.: «Anche... Agag...»
RICUCCI: «Quindi Agag chiama Livolsi che era notoriamente il mio advisor: "Tu conosci Ricucci? – dice – "certo che lo conosco...", cioè io ho il mio amico Arnauld Lagardère che è amico di Alejandro Agag che è molto interessato a investire in Italia nel settore in questa... gli piacerebbe molto avere un contatto con... con Ricucci, visto che è un uomo importante. Che cosa fa Livolsi? Chiama Letta, Gianni Letta, per farsi accreditare questa operazione, questo è vero... è vero perché una volta Livolsi quando mi spiegò... mi telefonò: "Guarda mi ha contattato Alejandro Agag per fare... Io per fare questa cosa ho bisogno che prima ne parli col dottor Letta, ho detto benissimo, ho detto vai te... vai a parlare perché io non lo conosco". Quando è andato... siccome Livolsi due volte alla settimana viene a Roma il martedì e il mercoledì mi sembra e quando mi telefonò era una se... un fine settimana, mi disse: "Io vado, ho preso l’appuntamento... in settimana che io arrivo a Roma, vado dal dottor Letta e poi se lui è d’accordo nel portare avanti questa trattativa ti chiamo e ti confermo se cominciamo a fare questa trattativa". Andò dal dottor Letta, me lo passò al telefono, e questo era ai primi di giugno, metà giugno e il dottor Letta mi disse: "Mi sembra che sia una strada buona, assolutamente di prestigio, questa operazione, perché mi sembra, se lei la vuole portare avanti la porti. Mi sembra una cosa percorribile, e in più le posso fare... le posso chiamare anche il mio omologo francese, il mio... cioè il Letta francese per dare... per dare a voi come azienda un accredito, non so se... ho detto bene". Ho detto la ringrazio e poi mi ha ripassato Livolsi adesso... lui mi disse pure il nome di chi... chi era questo omologo suo... il Letta francese, che io non me lo ricordo adesso sinceramente, però è facile sapere chi è. Questa è l’unica volta che io ho parlato con Letta al telefono, me lo passò Livolsi che era... penso a Palazzo... o a Palazzo Grazioli adesso non so dov’era. Livolsi lo incontrai una sera sempre a Roma dopo questo incontro che lui fece col dottor Letta e mi disse che Letta aveva telefonato al suo omologo francese e aveva dato questo accredito per... Lagardère non ci conosceva come azienda e fissammo l’appuntamento a Parigi e andammo a Parigi e da lì iniziò questa... ecco, volevo precisare questo, come era nata questa cosa di Lagardère insomma...».
L’incontro con Berlusconi
Nell’interrogatorio del 24 maggio, riferendosi a Berlusconi, Ricucci aveva raccontato: «L’unica volta l’ho incontrato il 22 giugno 2005 all’inaugurazione dell’auditorium della Confcommercio... Ci appartammo in sette, otto persone in foresteria. C’era Billè, io, Carletto Sangalli l’attuale presidente di Confcommercio, Paolucci il presidente di Microsoft e Resca consigliere dell’Eni ed ex commissario della Cirio. E quindi mi parlò, Berlusconi mi fece una battuta, mi ricordo ancora adesso. Dice: «Lo sa perché ce l’hanno tutti con lei? Perché io e lei ci accomuna una cosa, ci piacciono a tutti e due le belle donne». Punto. Io tante volte cercai... Guardi io Berlusconi non l’ho mai votato, io ho sempre votato... comunque Berlusconi lo stimo come imprenditore, come politico per me non vale niente, quindi... Però voglio dire, finché è presidente del Consiglio è presidente del Consiglio». Il 5 giugno il ricordo appare più preciso. «Berlusconi mi disse: "Beh, poi so che lei sta andando avanti su quella trattativa, me l’ha detto il dottor Letta, ha detto mi sembra una cosa buona"».
Un via libera dunque che in seguito spinse Ricucci a cercare un altro contatto diretto. E così ne spiega i motivi: «Il mio unico contatto per potere... era con Livolsi o Romano Comincioli, perché Romano Comincioli lo conosce molto bene sono amici di infanzia... a Livolsi però io non avevo mai detto della mia trattativa riservatissima che avevo iniziato con il professor Rossi e Irti. Livolsi non l’ha mai saputo, mai. Quindi io volevo dire a Livolsi ehm... volevo dire a Berlusconi "Guarda che io... perché io gli dissi... Livolsi ci ha delle... neanche Livolsi sa determinate cose" e io gli volevo dire "guarda che se noi, se io porto avanti la trattativa con Lagardère tu devi sapere che io ho anche quest’altra trattativa no, tu devi... perché in questo mondo se tu crei... si crea poi il caos come poi è successo, perché è successo? Perché Lagardère quando io andai a Parigi attraverso Lagardère in Francia, è un po’ come la famiglia Agnelli in Italia, non so se... anzi il vecchio Lagardère erano amici storici della famiglia Agnelli, insomma, e hanno un forte legame, molto forte, con Mediobanca, Fiat e quant’altro e in più Arnauld Lagardère, il giovane, perché il papà è morto è molto amico di Elkann, Montezemolo, e attraverso l’azienda Dassò sono soci del patto di Mediobanca, tant’è che allora Lagardère mi disse: "Io prima di chiudere questa operazione io devo parlarne con i miei soci Dassò e con Tarak Ben Ammar e infatti entrò dentro anche Tarak Ben Ammar che è l’uomo che fa da congiunzione tra la Francia e l’Italia in tutto questo... in tutti gli investimenti francesi, rappresenta circa il 20 per cento nel patto di Mediobanca Tarak Ben Ammar che è molto amico sia del gruppo Lagardère, ma anche molto amico del gruppo di Berlusconi... insomma è una persona molto vicina, tant’è che Letta disse di parlarne anche a Tarak Ben Ammar, quando il dottor Arnauld Lagardère parlò con Fiat... Montezemolo e Elkann e contestualmente c’era l’altra trattativa aperta con Rossi e Irti queste cose... si crearono degli scontri fortissimi, ecco perché è successo tutto questo caos. Tutto questo è successo tra giugno e luglio, in quel momento preciso c’erano tre aspetti deboli in questa aria del patto Rcs. C’era il rinnovo del convertendo Fiat, c’era il rinnovo del gruppo, il patto Pirelli-Telecom, Olimpia e c’era il rinnovo del patto Capitalia. Non so se voi avete inquadrato un po’ il patto Rcs-Mediobanca come funziona ».
Ricucci fa il quadro della situazione e delle alleanze. Sostiene che «in Rcs c’è un’area di centrodestra molto debole e c’è un’area di centrosinistra molto forte, l’area di Tronchetti si è spostata... si è spostata più verso l’area di centrodestra». E proprio in questo quadro aggiunge: «Io immagino che il dottor Lagardère l’avrà detto: "Io ho ricevuto una telefonata dal dottor Letta tramite l’omologo del... il sottosegretario alla presidenza di Chirac, quindi si è creato questo caos».
Il segreto con Rossi e Irti
P.M.: «Perché era venuto fuori?».
RICUCCI: «Si è creato questo... come debbo dire, involontario, perché io non avevo detto nulla né a Lagardère, né a Livolsi, né a nessuno che io avevo invece contestualmente iniziato anche un’altra operazione che era quella di vendere la quota al patto e tenermi il 4/5 per cento e entrare nel patto. Quindi questa cosa io l’avevo tenuta assolutamente segreta, tant’è che c’era un patto di riservatezza molto forte che aveva fatto il professor Irti con il professor Rossi e quant’altro, quindi si è creato proprio, si è creato, involontariamente no che l’ho creato volontariamente, si è creato questo, questo... incidente come debbo dire, si so’ creati dei malintesi forti...».
P.M.: «Io vorrei capire meglio qual era la necessità di un accredito».
RICUCCI: «Se tu non hai un accredito, non è che la Magiste è un’azienda che tu puoi... devi essere accreditato, devi essere... non è che Lagardère conosce Magiste, conosce Stefano Ricucci ».
P.M.: «Ma perché cercare un accredito proprio da Letta e perché sperava che Letta poi...». RICUCCI: «embeh, ma il partito... Lagardère è notoriamente amica del gruppo di centrodestra, il governo di centrodestra ehm... il dottor Letta non è uno che... se te deve di’ de no te lo dice subito, non ti dice sì e poi non lo fa...».
P.M.: «Vorrei capire, a un certo punto lei ha paura che le due trattative, ci sia un corto circuito, che si venga...».
RICUCCI: «C’è stato un corto circuito... adesso posso dirlo. Io non mi ero attivato soltanto con il dottor Letta, o tramite Livolsi, o con Berlusconi attraverso Romano Comincioli. A Comincioli gli dissi: "Cerca di farmi incontrare il presidente perché io gli devo dire che ho queste due... ma non lo dissi neanche a Comincioli gli ho detto io gli devo dire delle cose che Livolsi non sa».
P.M.: «E che c’entra Berlusconi?».
RICUCCI: «Berlusconi rappresenta... ma il presidente del Consiglio del Paese, come che c’entra? ».
A questo punto Ricucci rivela i suoi contatti con Romano Prodi e con il suo staff. «Il presidente del Consiglio del paese non può... è come se adesso vado a parla’ con Prodi, come... Prodi mi da... io cercai anche il professor Prodi attraverso Angelo Rovati che è un mio amico, Angelo Rovati mi ha chiesto... tant’è che una volta venne in ufficio da me Angelo Rovati con il dottor Costamagna che è notoriamente un prodiano, ma il professor Irti stesso, lo stesso Irti è il consulente di Prodi, eh, il professor Irti... tant’è che l’8 luglio mi chiamò Prodi».
Contatto con Prodi e Rovati
P.M.: «Ma il presidente del Consiglio viene a sapere che lei ha due trattative...».
RICUCCI: «Dottor Cascini, se uno... se uno deve andare... se uno vuole entrare in Rcs deve avere dei consensi politici, ma questo per... a destra e a sinistra... Alfonso Pecoraro Scanio il 12 luglio perché lo... perché anche lui è importante. Nicola Latorre che io volevo parlare con... anche il dottor D’Alema, tutti... cioè se tu non hai un consenso politico non entri dentro Rcs ... puoi avere pure un miliardo.., tre miliardi di euro...».
I suoi tentativi di tessere queste relazioni, Stefano Ricucci li racconta quando gli chiedono conto di un biglietto d’auguri mandato a Berlusconi. «Ma mica solo a lui, pure al governatore, ma mica lo conoscevo prima. Poi l’ho conosciuto nel 2005 il governatore...».
P.M.: «Però gli faceva gli auguri di compleanno? Cioè lei ha le date del compleanno di tutte le persone importanti?».
RICUCCI: «La mia segreteria... il governatore è nato lo stesso giorno dopo, l’11 ottobre, voglio dire... Ma mica solo a loro, pure a D’Alema glieli ho fatti, cioè pure a Fassino, pure a Prodi l’8 luglio mi ha telefonato, mi ricordo come se fosse adesso. Alle ore 15.30, io stavo in banca, per farmi gli auguri del matrimonio perché io avevo chiesto a Prodi se mi poteva fare un accredito dentro al patto attraverso Bazoli. Angelo Rovati, me l’ha portato Rovati... quel signore alto...».
Il piano Lagardère
Ricucci illustra anche quale fosse il futuro del gruppo Rcs.
RICUCCI: «Lagardère voleva comprare la mia quota...».
P.M.: «Per farci che?».
RICUCCI: «Per poi lanciare l’Opa... C’erano tre aree che erano molto deboli in quel momento... sicuramente uno molto debole era il 10 per cento di Fiat, in quel momento la Fiat era crollata, era a 5 euro, 4 euro e mezzo, se uno lanciava un’Opa a 5 euro e mezzo a 6 euro la partecipazione del 10 per cento di Rcs che ha Mediobanca, che ha Fiat in Mediobanca valeva 500 milioni di euro. Da un punto di vista azionario come faceva Fiat a non accettare una cifra del genere, quando le banche che fanno parte del patto Rcs sono quelle che devono fare il convertendo in Fiat. A questa cosa qui, non è che... poi io non so... Io sinceramente dottor Cascini non ci ho mai parlato con Tarak quindi, però immagino che Tarak sia la persona che... siccome era una persona di fiducia all’interno del patto di Mediobanca e di Rcs ed è contestualmente una persona di fiducia anche dell’area di centro destra... possa essere stata la persona più giusta per poter mediare queste due... queste due richieste».
P.M.: «E oltre al prezzo di che cosa avete discusso con Lagardère?».
RICUCCI: «Ma di tutto... di tutto il piano industriale, per esempio Lagardère mi disse, c’era anche un altro aspetto che era molto importante, era tutto il discorso di come scorporare... io infatti questo me lo so’ segnato, quando... anche in agosto quando andò avanti questa trattativa c’era tutto il discorso di Rcs Periodici, Rcs Libri perché a loro interessa molto ehm... Rcs ha la parte libri molto forte in Francia che è la Flammarion e a Lagardère interessava molto questa... tant’è che loro... dissero se a limite non troviamo un accordo... nel distribuire tutto il gruppo Rcs attraverso un’Opa possiamo comprare soltanto la quota tua e fare uno scambio azionario in modo tale che Rcs ci cede Rcs Periodici che noi possiamo fonderla con il nostro gruppo».
Il rifiuto di Caltagirone
Ricucci racconta il tentativo di convincere Francesco Gaetano Caltagirone a entrare nell’operazione Rcs.
P.M.: «Che gli ha detto a Romano Comincioli? ».
RICUCCI: «Se poteva, attraverso Berlusconi, telefonare a Caltagirone per cercare di convincerlo a prendere una quota del 4/5 per cento, perché lui ci aveva una quota sotto al 2 per cento, ce l’ha sempre avuta Caltagirone, ho detto però, Caltagirone la può compra’ al 4/5 per cento di Rcs, per lo meno il 5 per cento, siccome io mi ero impegnato con il mondo francese, con Lagardère di portare per lo meno con me 4/5 personaggi... al di fuori del patto. Loro avevano individuato nella Bpi, in Caltagirone, in Statuto e in Coppola e me, e già in 5 potevamo avere un 25 per cento no, non so se... il 30 lo avrebbero ritirato loro, che poi si sarebbero ridistribuiti con il... con una parte del patto a discapito di altri, cioè chi è che si doveva tirar fuori in questo disegno... Fiat, Romiti, Bertazzoni, Quadrino, tutti quei, quote minimali, non so se, mica Mediobanca, Banca Intesa e Generali, quelli no, ma per carità. Nè Tronchetti, ma sicuramente la Fiat in quel momento valeva 5,00 euro, ci avevano bisogno di soldi, le banche che dovevano essere... gli dovevano convertì le azioni perché la Fiat non glie’ vo’ rida’ i soldi co’ 3 miliardi di euro, se gli dai 500 milioni di euro per la partecipazione, dovrebbero accettarlo no, che fa, dice no io la mia quota di partecipazione a Rcs non la vendo, però voglio pure le proprietà di 3 miliardi le azioni Fiat, ma come cioè.., in quel momento era un... era importante. Non so se mi ha capito il senso politico di questo... Io con Caltagirone ho parlato sia prima che dopo, soltanto che lui tra il prima e dopo si è venduto il 2 per cento. E io lì ci rimasi male, quando lui ha fatto questa cosa, perché lui mi aveva fatto mezzo capire che poteva starci. E lui mi dice: "Però io quando ho pigliato ’sta partita Bnl, ne riparliamo"».
P.M.: «E quindi ha chiesto a Berlusconi di fare da intermediario, ha chiesto a Comincioli?».
RICUCCI: «A Comincioli dovrebbe esse... cioè non è che gli ho chiesto per telefono, gli ho chiesto, vorrei avere questo appuntamento perché vorrei chiedere a Berlusconi se poteva, se mi può fare questa cortesia di fare... di chiamare l’ingegner Caltagirone per potermi dare una mano su questa operazione qua. Se si poteva prendere per 10 meno il 5 per cento, il 4/5 per cento della quota di Rcs».
P.M.: «E lei sa se è stato fatto qualche passo verso Caltagirone?».
«No... non c’è stato l’appuntamento con Berlusconi».
***
ROMA – La cordata con Francesco Gaetano Caltagirone, la trattativa con Consorte, ma soprattutto i personaggi che si muovevano nell’ombra dell’affare Unipol-Bnl vengono raccontati da Stefano Ricucci in diversi interrogatori. Davanti ai magistrati l’imprenditore romano rivela il ruolo delle banche, l’interesse dei politici che aveva ascoltato quasi in diretta, oppure intuito, e i suoi rapporti con gli ufficiali della Guardia di Finanza che gli avrebbero «soffiato» notizie sull’inchiesta in corso e ai quali lui stesso avrebbe raccontato i retroscena dell’operazione. L’indagine non è chiusa. Una informativa del nucleo Valutario della Guardia di Finanza ha infatti evidenziato sospetti di aggiotaggio sul titolo Bnl e sotto inchiesta sono finiti i movimenti dei contropattisti.
Nell’interrogatorio del 16 maggio 2006, in una saletta di Regina Coeli dov’è l’immobiliarista detenuto, il pubblico ministero chiede proprio conferma di alcune confidenze che Ricucci avrebbe fatto a un investigatore della Guardia di Finanza.
P.M.: «La domanda è molto semplice: lei a Carano (ufficiale della Gdf, ndr), su Unipol-Bnl che cosa ha detto?».
RICUCCI: «Io ho detto che abbiamo fatto la trattativa con Unipol, ma l’ha fatta soprattutto l’ingegner Caltagirone... Quindi l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone che ha detto che Unipol era interessata a rilevare le nostre quote e quindi questo gli ho raccontato. Ma voglio dire, poi c’era Consorte, e Sacchetti che notoriamente è vicino al mondo politico di sinistra (...)».
P.M.: «Carano dice di aver saputo da lei che i vertici Unipol avevano fatto riunioni con esponenti politici sulla questione...».
RICUCCI: «Lo diceva Consorte pubblicamente nelle riunioni che noi facevamo. Parlavano al telefono sempre... Stava lì al telefono davanti a me "Ciao Massimo, ciao Piero", davanti a noi... Caltagirone che parlava con suo genero di assegni, era tutto pubblico... L’ingegner Francesco Caltagirone ha trattato direttamente con Consorte e la Banca d’Italia, quindi avvertendo il Governatore continuamente, finché noi abbiamo chiuso il prezzo e mi impuntai, perché io volevo 3 euro e mi fecero enormi pressioni. Questo ho raccontato a Carano e questo vi sto dicendo. (...)».
P.M.: «Quando lei dice "mentre facevamo la trattativa Consorte alza il telefono, ciao Piero, Ciao Massimo", immagino si riferisca a Fassino e a D’Alema...».
RICUCCI: «Ma Unipol è... Perché ve lo dico io? Io sono d’accordo, non è che... Per me è positivo che ci sia un vantaggio politico, una fusione politica. Un concetto del genere lo accetto, è una cosa buona... Chi è che le può rispondere perfettamente su questo è l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone, il dottor Gianni Consorte e Ivano Sacchetti. Noi ci siamo trovati, io e le altre cinque persone appena entrati, nella stanza dell’ingegner Francesco Caltagirone, nella sala riunione, Consorte e Sacchetti. E chi lo sapeva? Immaginerò che c’è stata una trattativa prima, no? Non con me, con Caltagirone e immagino, vista la confidenza che già era in quel momento, immagino... visto che si parlavano... Quello parlava al telefono con la Banca d’Italia, quello parlava al telefono con Fassino, quell’altro parlava e... Io sono arrivato e ho detto: "Io non vendo a 2,70, io se volete vendo a 3 euro". Fecero l’ira di Dio. Ho detto: "Sentite, a me non è che mi potete convincere su una cosa che... Io se volete... vorrà dire". Ci siamo accordati con enormi pressioni che mi fece Caltagirone. Dice "Guarda... è un’operazione di sistema, è di qua, è di là". Alla fine, dopo due giorni io decisi di vendere a 2,70 euro. Sono stato io. Ho fatto aumentare il prezzo da 2,40 a 2,70, perché loro volevano vendere a 2,40)(...)».
Nello studio Melpignano
P.M.: « vero che lei riferì a Carano di incontri fra vertici Unipol ed esponenti politici a San Lorenzo in Lucina?».
RICUCCI: «Nello studio Melpignano? Al primo appuntamento l’ingegner Caltagirone mi disse: "Devi incontrare l’ingegner Consorte presso lo studio Melpignano"... Io ho detto a Carano che l’universo Unipol vedeva di buon occhio il vertice Ds, D’Alema e Fassino, affinché Unipol comprasse Bnl. Io incontrai Consorte da Melpignano, poi arrivò Ivano Sacchetti che era l’altro amministratore delegato. Dopo di me arrivò l’ingegner Caltagirone, poi arrivò Statuto, poi arrivò Coppola, poi... tutti quanti... Poi ci siamo messi d’accordo. (...)».
I pm cercano di far capire a Ricucci il senso delle loro domande, ma l’immobiliarista continua a rispondere in modo che ai magistrati appare evasivo, finché interviene l’avvocato difensore Grazia Volo: «Il discorso è semplicissimo: Carano sostiene di essere stato informato da te di attività sostanzialmente illecite tra Unipol e i vertici Ds».
RICUCCI: «Per carità, mai! (...) Il punto è questo. Tutti quanti hanno parlato dell’operazione Unipol-Bnl in modo errato, secondo me. Tutti. Notizie, giornali, e lo stesso Carano ne parlava male. Io gli spiegai che questa operazione fu perfetta da parte di Unipol, Consorte e Sacchetti, sia nei modi sia nei tempi. Io non ero d’accordo solo sul prezzo, ma poi dopo mi sono dovuto adeguare a 2,70 euro. Ma per quanto mi riguarda i tempi e i modi sono stati perfetti. (...) Noi, noi contropatto, non io, in sette persone, abbiamo trattato con Unipol attraverso l’ingegner Caltagirone. (...) Nel modo più perfetto e automatico e trasparente del mondo, Unipol ci disse: "Noi abbiamo con noi Nomura, Deutsche Bank, cooperative, Opa e...". Insomma, erano cinque o sei persone che potevano comprare le nostre quote. Nel sorteggio a me uscì Nomura, e io ho venduto la mia partecipazione alla Banca Nomura. (...) Poi che Unipol avesse avvertito prima e dopo e durante Fassino, D’Alema e quant’altro... Ma per me è pure giusto. Ma che Caltagirone è il suocero di Casini e non l’avverte? Scusa eh... Non lo so, io penso... Immagino di sì, l’ho sentito anch’io per telefono questo, come ho sentito per telefono che Caltagirone chiamava il Governatore, chiamava Frasca... normale per avere un’autorizzazione verbale, come debbo dire? Un consenso di fattibilità, se questa operazione si poteva fare o meno e se era ben accetta dalla Banca d’Italia... Cioè, è così che si fa... (...)».
P.M.: «Quando e come lei ha saputo dell’interesse di Unipol per Bnl? (...). La prima volta che lei ha avuto notizie di questi incontro, quand’è? ».
RICUCCI: «Me lo disse Fiorani nell’estate del 2005 (...). Per telefono Fiorani, sul suo telefonino, al bar.. Eravamo a Cala di volpe! Andammo lì a prendere un aperitivo... Lui mi disse questa cosa qui: "Guarda che Consorte sta trattando con Caltagirone", mi fa. Ho detto: "Ah, caspita è importante questo, tanto è andata in fumo l’operazione Banca popolare di Novara,". Dice: "Però non vuole spendere più di 2,40 euro, 2,50", gli ho detto: "Veda... Co’ ’sti prezzi facesse come gli pare". Poi dico "no, ma dai... su queste cose... bisogna vede’". Me lo passò per telefono, e poi mi disse "Tanto ci vediamo, che io ho appuntamento con l’ingegner Caltagirone, sto a tratta’...".
Gli argentini e Bonsignore
Una settimana più tardi, il 24 maggio, sempre nel carcere di Regina Coeli i pubblici ministeri e Ricucci tornano a parlare della vicenda Unipol- Bnl. L’immobiliarista ripete i contatti e gli incontri con Consorte, fino alla vendita delle azioni Bnl del 18 luglio 2005. Dalle domande emerge il sospetto degli inquirenti su un’operazione di aggiotaggio, che potrebbe coinvolgere gli stessi contropattisti di Bnl.
P.M.: «Lei sa chi ha comprato Bnl il giorno immediatamente precedente il 18 luglio, facendo salire il prezzo del titolo? Prima del contratto che avete fatto ci sono stati degli acquisti forti sul titolo Bnl, il titolo non valeva 2,70 prima del 18 luglio, è andato sul mercato a 2,70».
RICUCCI: «Io sui titoli non c’entro niente».
P.M.: «Sono stati comprati titoli sul mercato di "Hedge Fund" inglese, lei non me sa niente?».
RICUCCI: «Per carità! Zero!».
P.M. «Non è roba sua».
RICUCCI: «No».
P.M.: «Stavolta non c’entra niente, eh?».
RICUCCI: «Se lei vuole gli dico di sì, ma...».
P.M.: «No, è per sapere, e scopriremo prima o poi chi sta dietro questa "Hedge Fund". Era una domanda legittima per sapere se per caso lei ne sapeva qualcosa sull’allineamento al mercato al prezzo che avevate concordato voi».
RICUCCI: «Ma guardi che in tre giorni è successa questa cosa (...)».
P.M.: «Degli acquisti fatti da Unipol su Bnl le non ne sa nulla?».
RICUCCI: «Zero! Io proprio il mondo Unipol non lo conosco. Io gli ho chiesto un affidamento di 80 milioni di euro, però me l’ha bocciata Consorte (...)».
P.M.: «Lei è stato socio di Bnl per lungo tempo, dell’esistenza di un socio che deteneva un pacchetto rilevante di Bnl ha mai sentito parlare? Un socio non dichiarato, non ufficiale».
RICUCCI: «Sì, sì, se ne parlava, erano gli argentini... Se ne parlava così, non è che gli posso... (...) Perché lei mi vuole far prendere una denuncia a me? Lei chiuda il microfono e io glielo racconto ».
P.M.: «Questo non è possibile (...)».
RICUCCI: «Su Unipol c’erano tutte le altre banche, c’era la Carige, la Banca popolare dell’Emilia Romagna, c’era la Banca popolare di Vicenza ».
P.M.: «E avevano quote di Bnl?».
RICUCCI: «Certo. E appoggiavano l’operazione Unipol».
P.M.: «E rastrellavano azioni Bnl?».
RICUCCI: «E certo».
P.M.: «Anche Gnutti?».
RICUCCI: «Gnutti era il numero uno, cioè...».
Al pubblico ministero interessano i «soci occulti » di Bnl, ma a Ricucci l’argomento non piace: «Degli argentini non deve parlare con me. Lei si convochi Bonsignore e Caltagirone e se lo faccia dire. Che lo chiede a me?».
P.M.: «Ma lei cosa sa?».
RICUCCI: «Io non so niente. Conosce Catini? Si chiama tutti e tre, si mette qui e se lo fa spiegare ».
P.M.: «Ma perché lei sa che queste persone sanno qualcosa di questo pacchetto?».
RICUCCI: «Chi vive in un mondo finanziario sa di queste cose, ma non è che ha delle prove. Si sa... Non so’ cose palpabili...».
P.M.: «Eh, allora dica "Ho sentito dire che..."».
RICUCCI: «Ma non posso dire così. Scusi eh, lei fa il pubblico ministero, lei ha tutti i poteri per chiamare queste persone, che sono i diretti interessati, gli fa delle domande e si fa dare delle risposte. Che lo vuole dare a me ’sto problema? Non ho capito perché mi vuole dare ’sta croce!... Io le ho dato un indirizzo, adesso lei utilizzi questo indirizzo».
P.M.: «Ma se mi dice "chieda a quei tre" qualcosa deve sapere».
RICUCCI: «Ma non sono tre, chiami anche la Banca Finnat. (...) Chiami De Bustis. Lo sa chi è la moglie di De Bustis?».
P.M.: «No, che ne so io...».
RICUCCI: « il capo dell’ufficio finanza in relazione alla Banca Finnat».
P.M. «E che cosa c’entra con questi argentini? ».
RICUCCI: «La Banca Finnat fa per mestiere principale la fiduciaria (...)».
Ricucci fa capire che non vuole parlare, dice non può, che se affronta il discorso di Giampiero Nattino e della Banca Finnat rischia addirittura la vita.
RICUCCI: «Giampiero Nattino è il proprietario della Banca Finnat. il maggiore... quello che ha curato tutta l’operazione Bnl, del contropatto. Non per quanto mi riguarda, perché io le azioni Bnl ce l’ho da ottobre 2003, a me mi ha finanziato la Banca Carige. La Banca Finnat io l’ho conosciuta nel mondo Caltagirone».
P.M.: «Ma fa da fiduciaria a chi?».
RICUCCI: «A tutti. I più grandi imprenditori (...)».
P.M.: «Da Caltagirone bisognava andare per parlare di questo pacchetto?».
RICUCCI: «Io non le ho detto questo... Lo dice lei, veda lei!».
P.M.: «Va bene, ha altro? (...)».
RICUCCI: «Mi dite per cortesia quando mi rimandate a casa?».
P.M.: «Attendiamo un attimo la trascrizione».
«Che posso inquinare? Manco il Tevere posso più inquinare io!».
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«Una volta Billè mi diede un telefono americano»
ROMA – Durante l’interrogatorio del 16 maggio Ricucci ammette di aver utilizzato schede telefoniche estere. E questo spiegherebbe perché alcune telefonate che cita nei verbali non risultano agli atti. «Il telefono americano mi fu dato da Sergio Billè ( foto, all’epoca presidente della Confcommercio ndr). Non so dove lo avesse preso perché in quel periodo non avevo un telefono estero. Poi quando ho acquistato un telefono in Lussemburgo ho restituito il telefono a Billè.
Nego nella maniera più assoluta di aver mai detto a Giampiero Fiorani che era intercettato. Non so spiegare perché abbia potuto inventare una cosa del genere». E poi aggiunge davanti ai magistrati che gli contestano di aver avuto «soffiate» sulle indagini in corso: «Lo sanno pure i bambini...
mio figlio lo sa che può essere intercettato pure il nipote di Moggi... Ma le pare che io non so che state indagando su di me».
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«Così assunsi Lombardo Utile, ma scansafatiche»
ROMA – Stefano Ricucci spiega ai pm come e perché, tra il 2003 e il 2004, assunse alla Magiste Fabrizio Lombardo (foto), exad della società cinematografica Miramax. La moglie dell’immobiliarista, Anna Falchi, lo conosceva e gliel’aveva presentato, «Essendosi sposato con Chiara Geronzi (figlia di Cesare, ndr) – racconta Ricucci – aveva deciso di cambiare lavoro, e mi chiese se poteva venire da noi. Essendo una persona che conosce 3 o 4 lingue, gli diedi questo incarico di pubbliche relazioni». Ma c’era anche un’altra ragione: «La moglie era Chiara Geronzi e ... il padre è il presidente Geronzi, quindi poteva essere un modo anche per poter essere accreditato e accreditabile... Ma siccome era uno scansafatiche, non so se è chiaro il concetto...». «Chiarissimo», conferma il pm.
E Ricucci: «Cioè uno che non gli piaceva lavorare, dopo un po’ ci litigai e lo cacciai».
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ROMA – Il 17 luglio 2006 viene interrogato Luigi Gargiulo, strettissimo collaboratore di Ricucci, anche lui finito in carcere. «Nel dicembre 2005 Ricucci mi disse di far mettere negli scatoloni la documentazione custodita in soffitta, per portarli a Zagarolo (trovati poi in un magazzino, foto). La documentazione spostata era quella relativa alla Magiste International, ai conti bancari personali del Ricucci all’estero. Lo scopo era di non far trovare questi documenti e in particolare i conti esteri di Ricucci sui quali risultava il versamento di tre milioni su un conto di Singapore. Ricordo che Ricucci aveva dato disposizione di togliere dal server la documentazione contabile della Magiste International e della Garlsson che furono trasferite sull’hard disk portatile in mio uso. Lo scopo era non far rinvenire documenti per evitare che fosse contestata alla società la stabile organizzazione in Italia».
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ROMA – Chi è chiamato in causa, in qualche caso, smentisce. Chi ne sta fuori tace, scegliendo di non dare solidarietà ma neanche di puntare il dito contro i protagonisti dell’ultima tornata di rivelazioni sulla stagione delle scalate, quella bollente dell’estate del 2005.
A smentire i racconti di Stefano Ricucci, affidati ai verbali dei pm di Roma Cascini e Sabelli che lo interrogarono a lungo in carcere, sono tre dei personaggi del mondo della politica e della finanza più volte citati: Piero Fassino, già sulle prime pagine in questi giorni per la pubblicazione delle intercettazioni di sue telefonate con il presidente di Unipol Consorte; Pier Ferdinando Casini, chiamato in causa da Ricucci nell’interrogatorio riportato in parte ieri da Repubblica, come uno che «sapeva», in quanto genero di fatto di Francesco Gaetano Caltagirone; quest’ultimo, infine, che come azionista di parecchie banche viene citato come protagonista assoluto, anche se da dietro le quinte, delle partite di quell’estate calda: caso Bnl, caso Antonveneta- Bpi, tentativo di acquisizione del controllo del Corriere della Sera.
Un solo esponente politico, pur non essendo mai entrato nelle questioni citate, interviene per lanciare l’allarme, ed è Walter Veltroni: «Sono da mesi che insisto: il sistema democratico italiano è in crisi». E aggiunge, il sindaco di Roma: «Vorrei sapere perché riemergono, due anni dopo, le dichiarazioni di un personaggio come Ricucci, volte a spargere veleno su persone che onorano la vita istituzionale del nostro Paese, sulla vita economica della mia città e del mio Paese». «Perché – si domanda l’esponente diessino – due anni dopo e proprio in questi giorni? Il Paese rischia di pagare un prezzo altissimo all’instabilità politica e alla crisi delle sue istituzioni ».
Ben più infastidite, come è ovvio, le reazioni dei diretti interessati. Fassino, che nelle parole di Ricucci appare come uno dei leader in grandi rapporti di confidenza con il mondo di finanzieri, immobiliaristi, banchieri che tentavano la scalata («Era tutto un "Ciao Piero" e un "Ciao Massimo"», è scritto nei verbali), affida al suo portavoce Gianni Giovannetti la sua secca smentita: «Ribadiamo: aldilà delle ormai risapute conversazioni telefoniche con Consorte, Fassino non è stato né artefice né destinatario di alcuna girandola di telefonate con i protagonisti delle scalate bancarie dell’estate 2005».
Ancora più sdegnato il presidente dell’Udc, Casini, che secondo Ricucci era tenuto informato di ogni sviluppo delle operazioni finanziarie dal padre della sua compagna, Caltagirone, e che annuncia azioni giudiziarie a tutela della «propria reputazione »: quelle di Ricucci «che non ho mai avuto il piacere di conoscere», sono solo «scemenze» di cui avrà certamente «sorriso» chiunque conosca «personalmente» lui e il suocero.
E proprio con un’osservazione sul genero conclude la sua lunga lettera di precisazioni anche Caltagirone, che pure promette azioni legali: «Riguardo a quanto asserito circa l’onorevole Casini, penso sia risibile per chiunque conosca un po’ sia lui che me immaginare i dialoghi descritti nel pezzo. Quello che più mi dispiace è avergli potuto creare disturbo». L’editore del Messaggero smentisce di aver mai posseduto, direttamente o indirettamente, pacchetti azionari della Bnl superiori al 5% dichiarato e noto, o la facoltà di nominare il presidente della banca. Forse, è l’accusa rivolta al direttore Ezio Mauro, Repubblica si sta «prestando involontariamente a un’operazione di depistaggio a tutto vantaggio degli effettivi proprietari delle azioni: è un consiglio che mi permetto di dare come lettore per gli ulteriori approfondimenti che il suo giornale vorrà fare». Alla magistratura spetterà invece «controllare a ritroso tutti i passaggi azionari verificando i nomi degli effettivi proprietari ».
Paola Di Caro
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ROMA – Cesare Salvi, lei fu tra i diessini che due estati fa criticarono apertamente i dirigenti del suo partito sulla vicenda Unipol. Ha cambiato opinione dopo la pubblicazione delle telefonate che si susseguono a raffica in questi giorni e l’autodifesa di Massimo D’Alema?
Il capogruppo di Sinistra Democratica al Senato non ha dubbi: «Il giudizio che demmo nel 2005 è confermato dalle ultime intercettazioni rese note. Non si tratta, è sempre bene ricordarlo, di fatti penalmente rilevanti, ma certamente si conferma che allora ci fu, da parte del mio ex partito, un eccesso di interesse ad un’operazione finanziaria che si è rivelata fallimentare. E ciò anche per il coinvolgimento di personaggi poco credibili come Stefano Ricucci ».
Proprio la sua versione dei fatti ai magistrati è motivo di grande polemica, dato che chiama in causa esponenti politici di entrambi i poli.
«Se fosse vero tutto ciò che afferma e, ripeto, se fosse vero perché in questo caso il condizionale è d’obbligo, il quadro si aggraverebbe. Perché emergerebbe che le due cordate in questione, Antonveneta e Bnl, erano intrecciate. E soprattutto, che i padrini politici delle due imprese finanziarie avevano come obiettivo anche il controllo di due testate importanti come il Corriere della Sera
eil Quotidiano Nazionale ».
Quali saranno i riflessi sulla politica dopo le nuove rivelazioni?
«Si vedono già in questi giorni. Per colpa di tutti gli errori commessi, Berlusconi e Bossi stanno già cavalcando gli umori di chi si ribella contro i partiti e si presenteranno al Quirinale non per chiedere le elezioni ma per candidarsi a interpreti dell’antipolitica».
Il contrario di ciò che sperava l’Unione quando è andata al governo.
«Fatto sta che, lo dico a malincuore, è la stessa sinistra o, meglio, una parte della sinistra ad essersi rovinata con le sue mani».
Non cambia quindi il giudizio di due anni fa.
«Di fronte a ciò che sta emergendo mi viene da pensare che forse gli allarmi lanciati allora erano fin troppo deboli. Io parlai, tanti avvertirono del pericolo imminente, Mussi si prodigò nelle denunce, ma non ci diedero retta».
D’Alema si è difeso attaccando, parlando di «cose indecenti» e coinvolgendo nell’accusa anche la magistratura.
«Certo, è vero che non si tratta di fatti penalmente rilevanti e comprendo la reazione. Ma bisogna capire come stanno le cose una volta per tutte: non si può dare la colpa ai magistrati come non non si può pensare di delegare loro la politica».
Tra chi difende i dirigenti della Quercia dai «veleni» delle intercettazioni c’è anche chi sostiene che si trattò di scelte politiche.
«Sono d’accordo che si può anche discutere se scalare la Bnl fosse giusto o meno politicamente parlando. Ma visto tutto ciò che è emerso in questi giorni devo dire che davvero non fu giusto».
Roberto Zuccolini
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ROMA – Massimo D’Alema non ha dubbi: «Mi vogliono con le mani legate». Di fronte all’ennesima fuga di notizie che lo riguarda il ministro degli Esteri non ha nessuna intenzione di lasciar perdere, di aspettare che la "bufera" passi: «La storia è sempre la stessa: mi dipingono come l’uomo dell’inciucio, perché questa è l’iconografia più comoda per spararmi contro. Ma è chiaro che non sono solo io il bersaglio prediletto: nel mirino ci sono i Ds, in quanto unica forza organizzata della politica italiana». Già, «il partito più grande della coalizione di centrosinistra», il partito che viene messo in ballo da «apparati dello Stato».
Dunque, D’Alema non ha dubbi. Fassino ne ha qualcuno. Tant’è vero che l’entourage del segretario della Quercia è cauto. Diceva l’altro giorno Marina Sereni, vicecapogruppo dell’Ulivo alla Camera, fassiniana della prim’ora: «Quel che non possiamo fare è uno scontro con i giudici e con gli altri poteri: se seguiamo questa linea è chiaro che il partito si divide, perché non si può assecondare la guerra contro i pubblici ministeri». Come dice un altro fassiniano, che si protegge dietro l’anonimato, «se noi andiamo dietro la linea D’Alema siamo morti».
Vivi o morti che siano i Ds, spicca la nota di Walter Veltroni. Spicca perché c’è chi, come l’ex Ds Peppino Caldarola, pensa che alla fine sia il sindaco di Roma «a raccogliere i frutti della crisi della politica» e chi, come Cesare Salvi, è convinto che «se la politica verrà travolta nessuno ne uscirà vivo». Spicca quella nota perché il primo cittadino della Capitale non nomina D’Alema, e lo difende insieme a Gianni Letta. «Sono da mesi che insisto: il sistema democratico italiano è in crisi. Un altro, l’ennesimo segno di questa crisi è emerso oggi dai giornali. Vorrei sapere perché riemergono, due anni dopo, le dichiarazioni di un personaggio come Ricucci, volte a spargere veleno su persone che onorano la vita istituzionale del nostro Paese e la vita economica della mia città e del mio Paese. L’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo all’instabilità politica e alla crisi delle sue istituzioni».
Eppure, tanto più dopo queste dichiarazioni, i dalemiani sospettano di Veltroni. Ma un personaggio come Goffredo Bettini, che del sindaco di Roma è buon amico e qualcosa più, dice e ridice che «Walter finché ci sarà questa legge elettorale non si candiderà mai e poi mai». Però l’idea di Bettini che già in ottobre, quando ci sarà l’assemblea costituente, dovrà esserci anche il nome del candidato premier certo non contribuisce a sopire i sospetti dei dalemiani. Finora su una cosa sono tutti d’accordo: non si cambia schema di gioco. Ossia, anche se Prodi cadesse, non si muterebbe la sua maggioranza, perché non è aria, perché dopo il 98 non si può.
Ma il D’Alema che non si vuole far «legare le mani» è pronto a dare battaglia e non ha intenzione alcuna di farsi costringere ai margini. Anche sulla partita del Pd. L’idea di fare una lista legata al suo nome non è mai sopita, anzi, in questi giorni così complicati riprende forza. E poco importa al ministro degli Esteri ciò che va dicendo il suo ex amico Peppino Caldarola, ossia che «le vicende delle intercettazioni come quella della deposizione di Ricucci gettano una luce miserevole su tutta la politica italiana», perché dimostrano come «due poteri – quello del capo effettivo della coalizione di maggioranza e quello del leader dell’attuale opposizione – intrighino e inciuccino tra di loro». Neanche l’allarme di Cesare Salvi serve a far mutare rotta a D’Alema: «Attenzione, perché ci stiamo mettendo su una scìa pericolosa ». Talmente pericolosa che l’ultimo sondaggio commissionato dal centrosinistra nella settimana della bufera Unipol regala il 30 per cento a Berlusconi e allarga la forbice tra centrodestra e centrosinistra al 18,4.
Ma gli indecisi, coloro che, in parole povere, meditano di non andare a votare aumentano. Ed è proprio su questo che D’Alema insiste: «La crisi della politica – è il ritornello del titolare della Farnesina – può travolgere tutti i partiti per cui dobbiamo farcene carico tutti, opposizione e maggioranza». E se questo ragionamento evoca l’inciucio, pazienza, perché il ministro degli Esteri è assolutamente certo che in gioco non ci sia solo lui, e le vicende giudiziarie che lo lambiscono, «ma l’intero sistema politico».
Maria Teresa Meli
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ROMA – Nel maxi-tendone della vecchia Fiera di Roma, dove si svolge il convegno della Sinistra Europa, aleggia un ritornello: «L’avevamo detto due estati fa». Perché ai tempi dei «furbetti del quartierino» gli esponenti di Rifondazione Comunista, Pdci, Verdi, ma anche dell’allora sinistra diessina, ora Sinistra Democratica, avevano preso le distanze talvolta in modo netto da quella commistione tra politica ed economia. Ma ora, dopo aver letto i verbali delle intercettazioni e ciò che ha detto Stefano Ricucci ai magistrati sulle scalate a Bnl e Antonveneta, quell’ «avevamo detto» diventa «lo ridiciamo con forza». Il verde Paolo Cento fa un commento amaro: «Una parte del centrosinistra ha puntato sul mondo della finanza pensando di riuscire a governarlo e invece non ci è riuscito: sono tutti rimasti schiacciati da una macchina ben più esperta di loro in traffici di proprietà e controproprietà. Detto questo, bisogna arrivare presto in Parlamento ad un legge che tuteli ogni cittadino, non solo i politici, di fronte ad intercettazioni di quel tipo ».
Titti Di Salvo, ora nella Sinistra Democratica, viene dai Ds, ma fu tra quelli che già due anni fa criticarono la dirigenza del partito per la «disinvoltura » con cui trattò la faccenda Unipol. Ed oggi è sempre più convinta che «la politica deve svolgere il suo ruolo e l’economia fare la sua parte in modo distinto». Insomma, ad ognuno il suo ruolo «evitando intrecci non trasparenti che indeboliscono la sinistra». Giovanni Russo Spena (Rifondazione Comunista) riflette sul fatto che «si è rovesciata tutta la logica del rapporto tra politica ed economia tanto cara alla sinistra ». Perché «invece di pensare a come redistribuire il reddito si cerca di giungere ai posti di comando».
«Sì – concorda il segretario dello stesso partito, Franco Giordano – due anni fa criticammo con forza l’impianto politico che stava dietro a quelle manovre. E avevamo ragione ». Ci fu «una dura critica», che resta anche oggi. Anche se, fa notare il leader del Prc, «c’è una strana tempistica nella pubblicazione di queste ultime intercettazioni».
Per l’ex diessino Pietro Folena
(ora nelle file di Rifondazione) è quasi una confessione: «Allora, due estati fa, ero appena uscito dal partito, ma quando scoppiò il caso Unipol mi convinsi che era necessario pronunciare un giudizio severo per scongiurare quello che a mio avviso era un pericolo». La paura cioè che si snaturasse un pezzo importante della sinistra: «Sotto il profilo del movimento cooperativo che incarnano le coop, si trattava di un’alleanza decisamente spregiudicata. Io credo nel mutualismo e continuerò a crederci». E ancora: « assolutamente improprio che un partito della sinistra sostenga una scalata finanziaria. So bene che non c’è rilevanza penale nelle intercettazioni che riguardano i miei ex compagni di partito e sono solidale con loro di fronte agli attacchi che hanno subìto. Però, diciamo la verità: le espressioni che hanno usato e che sono state rese note danno la cifra di un cambiamento radicale dei Ds e di tutta una certa sinistra».