Teodoro Chiarelli, La Stampa 17/6/2007, 17 giugno 2007
I re del tondino Il gruppo Lucchini è uno dei più importanti in Italia nella siderurgia ed è stato fondato da Luigi (foto) , nato a Casto in provincia di Brescia il 21 gennaio 1919
I re del tondino Il gruppo Lucchini è uno dei più importanti in Italia nella siderurgia ed è stato fondato da Luigi (foto) , nato a Casto in provincia di Brescia il 21 gennaio 1919. Cresciuto nelle produzioni tradizionali fino a conquistare la nomea di «re del tondino», negli Anni 70 e 80 Luigi Lucchini estende l’attività alle produzioni a maggior valore aggiunto, come gli acciai speciali e di alta qualità; oggi il gruppo fattura 1,9 miliardi e conta 9.500 dipendenti. Il 20 aprile 2005 Lucchini vende il 62% dell’azienda ai russi Severstal, tenendo per sé e la famiglia il 29%. Il 2 aprile 2007 riacquista il 100% di Lucchini Sidermeccanica Spa per 215 milioni. Luigi Lucchini, che è stato anche presidente di Confindustria e della Montedison post-Ferruzzi, ha lasciato al figlio Giuseppe la cura degli affari di famiglia. TEODORO CHIARELLI INVIATO A BRESCIA. Ha appena riportato a casa un pezzo del polo siderurgico legato alla sua famiglia e oggi controllato dalla Severstal del miliardario russo Alexei Mordashow. Giuseppe Lucchini, 55 anni, non nasconde la sua soddisfazione. Figlio del cavalier Luigi, per lunghi anni leader dei ”tondinari” di Brescia e presidente di Confindustria e della Montedison del dopo-Ferruzzi disegnata da Enrico Cuccia, si è trovato a gestire la crisi del gruppo coincisa con l’autunno del patriarca. A dire il vero non sembravano molti quelli disposti a concedergli credito. «Invece ho dimostrato che il gruppo Lucchini, al di là di una difficile congiuntura finanziaria, era industrialmente sano. Tanto che oggi la nostra quota del 20% nell’azienda controllata da Severstal vale di più della quota di controllo che avevamo all’inizio. E senza aver dovuto svendere il nostro pacchetto di partecipazioni finanziarie in Pirelli, Mediobanca, Rcs, Kme e Banca Lombarda». Un pacchetto, detto per inciso, valutato almeno 200 milioni di euro e che consente ai Lucchini di essere presenti negli snodi più importanti del capitalismo tricolore. Brutalmente: ma chi glielo ha fatto fare di tornare all’industria ricomprandosi la Sidermeccanica di Lovere vicino a Bergamo? Come tanti altri imprenditori, lei e le sue sorelle Silvana e Gabriella avreste potuto continuare a staccare ricche cedole... «Le origini non si possono cancellare. Siamo una famiglia di imprenditori: per noi la finanza non è un mestiere. Serve per rafforzare l’industria, non il contrario». Come è nato il riacquisto di Sidermeccanica? «Severstal ha deciso di concentrare la Lucchini nei prodotti lunghi. Lovere è oggettivamente estranea al core business, pur essendo una raltà interessante: 250 milioni di euro di fatturato, un migliaio di dipendenti, stabilimenti anche in Svezia, Polonia e Inghilterra. Nel momento in cui si è deciso di venderla, ci siamo fatti sotto noi. Abbiamo appena insediato il nuovo consiglio di amministrazione: io presidente, Erder Mingoli vicepresidente e amministratore delegato, Severo Bocchio vicepresidente, Augusto Mensi direttore generale, Alberto Bigliardi e Giovanni Gillerio consiglieri». Una scommessa o una rivincita? «Direi la voglia di proseguire in un ruolo imprenditoriale qui a Brescia, nel nostro contesto». Però c’era chi diceva che la parabola dei Lucchini era terminata... «Ognuno è libero di dire ciò che vuole, poi il tempo è galantuomo: si vede chi è onesto e chi no. In altre situazioni, anche se non sta a me giudicare, nel momento delle difficoltà sono saltate fuori cose poco edificanti. La nostra onestà e integrità, oltre alla compattezza della famiglia, anche nei momenti più bui, non sono state minimamente scalfite. Di questo, sì, sono orgoglioso». Vendere allora è stato un po’ precipitoso? «Guardi, avrei potuto fare a pezzi l’azienda, vendere qualcosa e concentrarmi su una Lucchini più piccola. Ho preferito passare la mano a un gruppo più grande e forte che ha mantenuto il disegno industriale delineato. Ho incrementato il patrimonio familiare e ora ricomincio: una nuova storia con una nuova azienda». Beh, qualcosa ha venduto: un pacchetto di azioni Gemina, ad esempio». «Intanto, per quanto riguarda Gemina, ho venduto bene. E poi che cosa ci stavo a fare in una società dove comandano solo 2 o 3 azionisti?». Venderà qualcosa fra Pirelli, Mediobanca, Rcs, Ubi e Kme? «No. Anzi, è possibile qualche buon arrotondamento e, perché no?, qualche nuovo acquisto. La finanza, però, lo ripeto, da noi ha il compito di puntellare l’industria, non è speculazione». La sua voglia di impresa si ferma a Sidermeccanica? «Se si presenteranno le occasioni abbiamo i mezzi per poter crescere. In questo settore di nicchia si possono ancora fare investimenti più contenuti rispetto alla siderurgia tradizionale. Ci sono già arrivare offerte da India, Australia e Stati Uniti di imprese interessate a fare qualcosa insieme a noi». E poi il settore ferroviario è in grande espansione. «In tutto il mondo. In Cina hanno deciso che su tratte sino a 1.200 chilometri realizzeranno linee di alta velocità; oltre svilupperanno i collegamenti aerei. Noi abbiamo un contratto in Cina per 12 anni». Quali sono i suoi prossimi obiettivi? «Sviluppare Sidermeccanica con un network europeo e mondiale entro i prossimi 5-10 anni. Penso a investimenti industriali, joint venture e fusioni». E il controllo dell’azienda appena riconquistata? «Il controllo al 100% non è un dogma. Siamo disponibili a fonderci con altre realtà se serve alla crescita dell’azienda». Lei partecipa al patto di sindacato di Mediobanca. Cosa pensa dei nuovi assetti? «Siamo di fronte a un ulteriore consolidamento del dopo-Cuccia. L’obiettivo è garantire l’autonomia della società da qualsiasi singolo socio più o meno grande. Il Patto di sindacato è articolato, con un numero di azionisti vasto e qualificato. Ora, con Cesare Geronzi, c’è un presidente che ha la possibilità di fare il comandante di questa nave con il consenso generale». Ma ne condivide la missione? «Una nuova missione bisognava pur costruirla. Se si fosse deciso di far diventare Mediobanca la merchant di qualche grande banca avrebbe perso il suo appeal. Con loro abbiamo ottimi rapporti e stiamo valutando eventuali operazioni ”di contorno” a Sidermeccanica». E di Ubi, di cui è consigliere, che dice? « una banca che deve trovare un suo equilibrio fra l’anima laica e quella popolare. I suoi fondamentali sono buoni e poi apprezzo molto l’amministratore delegato Giampiero Auletta Armenise». Come sono oggi i suoi rapporti con Mordashow? «Sempre ottimi. Conosce bene la siderurgia mondiale, non è uno speculatore. Dal punto di vista industriale parliamo la stessa lingua». Stampa Articolo