La Stampa 17/6/2007, 17 giugno 2007
CARLO RIMINI
ROMA
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un padre separato di Vercelli che chiedeva di essere esonerato dall’obbligo di pagare l’assegno per il mantenimento del figlio ormai ventitreenne. Il ragazzo frequentava l’università, ma l’ha lasciata per lavorare nello studio di un commercialista: una modesta collaborazione part time da cui ricava cinquecento euro al mese.
Secondo il padre, questa scelta lo ha reso definitivamente autosufficiente e giustifica il venir meno dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento fissato al momento della separazione fra i genitori. Ma i giudici hanno dato torto al padre e ragione al figlio: il ragazzo ha molto sofferto per la separazione fra i due genitori, particolarmente conflittuale, e bisogna avere pazienza con lui per il trauma che ha subito in conseguenza del divorzio.
Si deve valutare se la scelta di lasciare gli studi è definitiva o se si tratta solo di una pausa di riflessione, indotta dal disagio conseguente alle liti fra il padre e la madre. Il lavoro attuale, secondo i giudici, non è consono alle aspirazioni del ragazzo e il padre deve perciò attendere che riprenda a studiare o che trovi qualche cosa di meglio. L’articolo 148 del codice civile afferma che i genitori hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli in proporzione alle loro sostanze. Se ne hanno la possibilità, devono permettere ai figli di compiere gli studi, assecondando le loro capacità e le loro aspirazioni.
Ma fino a che età i figli hanno diritto ad essere mantenuti? La Cassazione ha affrontato più volte questa domanda proprio nei casi in cui i genitori sono separati ed uno di essi è tenuto a versare all’altro o direttamente al figlio un assegno di mantenimento. La risposta è sempre la stessa: l’obbligo del genitore separato di corrispondere l’assegno per il mantenimento del figlio non viene meno per effetto del conseguimento della maggiore età, ma può cessare solo quando il figlio diventa economicamente autosufficiente, oppure quando il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento inerte, da una pigrizia ingiustificata.
Il padre di Vercelli deve aver pensato che questa regola facesse al caso suo. Se suo figlio non ha voglia di studiare, trovi un lavoro adeguato e non si accontenti di un modesto impiego mal pagato! Ma la regola, come spesso succede nel diritto di famiglia, si presta a molte letture diverse. Quand’è, infatti, che la pigrizia può essere definita ingiustificata? I giudici sono sempre molto pazienti nei confronti dei figli dei separati, perché si dice che la separazione può turbare l’equilibrio psichico dei ragazzi e può pregiudicare la regolarità degli studi. Se i figli si iscrivono all’università, è raro che il tribunale ponga fine all’obbligo del genitore non convivente di versare l’assegno prima che il ragazzo abbia compiuto i ventisette anni. Qualche volta, però, la pazienza è davvero troppa: alcuni genitori sono stati condannati a versare l’assegno di mantenimento a favore di figli che da tempo avevano compiuto i trenta anni.
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L’ex moglie è una bella donna bruna, oggi con un nuovo compagno. Si è separata dieci anni fa, racconta. E tante cose le vuole dimenticare. Lasciarsi il passato alle spalle, fa capire, serve a vivere con maggiore serenità. C. oggi ha anche lasciato il suo vecchio lavoro part-time e vive con il figlio, Simone.
La sentenza della Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso dell’ex marito imponendogli di continuare a contribuire al mantenimento del figlio, perché, pur lavorando, «ha abbandonato gli studi per il disagio prodottogli dalla separazione, assai conflittuale, dei genitori», l’ha colta persino un po’ di sorpresa.
Come di sorpresa, signora?
«Non ci pensavo più. E’ passato davvero tanto tempo, il ragazzo è cresciuto. E poi io non avevo fatto nulla».
In che senso, lei «non aveva fatto nulla»?
«E’ stato il mio ex marito a presentare ricorso. A me non interessava davvero un altro grado di giudizio. Per quella cifra, poi, settanta euro. Se voleva, il padre di Simone poteva continuare a versarla, altrimenti pazienza, ne avremmo fatto a meno. Non avevo davvero più voglia di combattere: ancora avvocati, ancora giudici. Basta».
I settanta euro erano la somma mensile per il mantenimento stabilita dalla Corte d’appello di Torino.
«Sì. Dopo la sentenza in primo grado, a Vercelli, il mio ex marito ha presentato ricorso in appello. E a Torino i giudici avevano ridotto le somme: 80 euro da versare a me, settanta per Simone».
Il suo ex marito però riteneva di non dover versare più nulla.
«Invece la Corte ha dato ragione a noi. E sono molto contenta. E’ logico che un padre debba mantenere il figlio, indipendentemente dall’età. Soprattutto se il figlio fa vedere che sta vivendo una situazione di disagio. E, nel contempo, dimostra che è anche disposto ad andare avanti e a studiare».
Simone, al momento della separazione, aveva 19 anni.
«Era il momento dell’esame di maturità. La nostra è stata una separazione davvero pesante. Simone ha subìto una pressione forte, ha avuto problemi psicologici, con attacchi di panico».
Collegabili alla separazione dei genitori, lei dice.
«No, non lo dico io. Lo ha detto la maggior parte dei medici a cui ci siamo rivolti in quel periodo. Erano problemi legati alla separazione dei suoi genitori, ma anche alla poca considerazione che il padre gli dimostrava».
Che cosa intende?
«Che si è disinteressato di suo figlio. A 19 anni, quando hai dei problemi, è tuo padre a doverti avvicinare. Si deve fare sempre il primo passo verso le persone più fragili: se è un figlio, poi, io credo sia un imperativo. Invece Simone, quando aveva bisogno, è stato lasciato andare. Se il mio ex marito ci fosse stato di più, anche emotivamente, oggi non saremmo qui a parlarne».
Suo figlio, comunque, l’esame di maturità l’ha superato.
«E anche bene. Poi ha avuto fortuna e ha trovato un lavoro nello studio dello zio».
Sono i 500 euro al mese che cita la sentenza della Cassazione?
«Simone si è fatto la sua vita. Anzi, ci siamo fatti entrambi la nostra vita. In questo periodo mio figlio ha dato una serie di esami professionali. E oggi, a 29 anni, sta per laurearsi. Ha dato prova di aver superato la situazione».
Quella di oggi, allora, è soprattutto una vittoria per lui?
«All’epoca mi ero consultata. Mi seguivano gli avvocati Aldo e Dario Casalini. E avevo deciso di non fare più nulla. Non ho ancora letto la sentenza, lo farò non appena possibile, ma evidentemente ai giudici, per darci ragione, sono bastati gli atti. Sono contenta che la Cassazione abbia considerato il punto di vista del ragazzo».