Paolo Baroni, La Stampa 17/6/2007, 17 giugno 2007
PAOLO BARONI
ROMA
L’ultimo «exit poll» non è dei più entusiasmanti: su 100 lavoratori appena 26 dicono di aver scelto come impiegare il proprio Tfr. E in stragrande maggioranza hanno deciso di lasciarlo in azienda o di girarlo all’Inps. Gli altri 74 aspettano. Prendono tempo perché dei fondi pensione si fidano poco. Nei giorni scorsi era stato Luigi Scimia, presidente dell’Authority che vigila sul settore, la Covip, a lanciare l’allarme: «La soglia del 38-40% di adesioni non sarà raggiunta il 30 giugno ma solo a fine anno». E mentre all’Inps si fregano le mani in vista di incassi forse inattesi, al ministero del Lavoro ostentano sicurezza. Giovanni Pollastrini, consulente del ministro Damiano, ammette «la partenza lenta» ma suggerisce di aspettare la fine del mese per tirare le somme. «E’ vero, ci aspettavamo di più - spiega -. Ma ora bisogna vedere che cosa succede col silenzio-assenso e cosa combina l’industria privata, che è partita tardi con la sua campagna e dalla quale non abbiamo dati».
Secondo il sondaggio condotto da Gfk Eurisko per conto di Assogestioni, a fine aprile solo il 26% degli interessati (2,5 milioni di persone) dichiarava di aver effettuato una scelta: il 17% (soprattutto giovani, residenti nel Nord-Ovest, donne e lavoratori di aziende con più di 50 dipendenti) aveva optato per lasciare il Tfr in azienda, mentre solo l’8% aveva scelto i fondi negoziali. E gli altri 7 milioni di lavoratori? La metà (3,4 milioni) dovrebbe preferire l’azienda, 1,5 milioni i fondi negoziali, 600 mila quelli «aperti» e altri 600 mila i piani individuali.
Un sondaggio tra i maggiori gestori condotto dall’agenzia Ansa conferma che i risultati sono «sotto le attese». A fine maggio le adesioni sarebbero infatti aumentate tra il 10 e il 30% rispetto a fine 2006. Con un picco del «Fondo Espero» (dipendenti scuola) che passa da 47 mila a 70 mila iscritti (+70%), a fronte però di 1 milione di potenziali interessati. Molto bene anche «Prevedi» (edilizia) +40% e «Previmoda» (tessile-abbigliamento calzature) +25%, Cometa (metalmeccanici) + 10% (a quota 350 mila iscritti) e «Fonchim» (chimici) +20% e 145 mila aderenti. L’unico vicino all’en-plein è però «Fopen», il fondo dei dipendenti Enel, che con 45 mila adesioni copre ormai il 90% della sua platea.
Ma perché la previdenza integrativa stenta a decollare? «Per tre ragioni», risponde il presidente di Assogestioni Marcello Messori. «Perché la normativa è molto complessa e l’informazione è partita in ritardo. Perché i fondi interessano innanzitutto i giovani e questi, per ragioni evidenti, hanno vincoli molto severi di reddito che suggeriscono loro di aspettare prima di aderire in maniera irreversibile. E infine perché non è percepito positivamente il fatto di avere una tassazione molto favorevole quando si beneficerà del fondo e molto più modesta nella fase di contribuzione e capitalizzazione».
Giuliano Cazzola, esperto di previdenza e coordinatore del centro studi Marco Biagi, aggiunge: «La partenza è stata affrettata: l’errore è stato quello di voler anticipare tutto di un anno. E poi c’è stata confusione sul fondo Inps che non ha aiutato». Pollastrini, invece, getta acqua sul fuoco. «Dai riscontri che abbiamo nelle grandi aziende il 90% dei lavoratori ha ben chiaro cosa bisogna fare. Problemi invece esistono nelle aziende con meno di 50 dipendenti, dove manca l’informazione più capillare fatta dai sindacati. Ed è lì che per noi in queste ultime settimane si gioca la partita vera». Nel frattempo però Rifondazione comunista soffia sul fuoco: col ministro Ferrero che consiglia a tutti di lasciare il Tfr in azienda e il responsabile economico Maurizio Zipponi che alla Camera ha da poco depositato una proposta per far slittare tutto a fine anno: «Per noi la norma sul silenzio-assenso è ai confini dell’incostituzionalità».
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