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 2007  giugno 16 Sabato calendario

FABRIZIO RONDOLINO



L’altro giorno, al termine di un burrascoso vertice della Quercia, Nicola Latorre ha dribblato i giornalisti in attesa di notizie con una battuta più surreale che spavalda: «Parlo soltanto al telefono». Vicepresidente dei senatori dell’Unione, fino a pochi mesi fa membro della segreteria dei Ds, e soprattutto dalemiano in servizio permanente effettivo, Nicolino, come lo chiamano gli amici, non è a dire il vero né surreale né spavaldo. Anzi: nella variegata e a volte variopinta galassia dalemiana Latorre è (o rappresenta, che in politica è lo stesso) il low profile, una certa rassicurante normalità da Prima repubblica, e in definitiva il lato più tranquillo, e persino casereccio, del ministro degli Esteri. Ora però le intercettazioni delle sue telefonate con Consorte e Ricucci, ancorché riservate e penalmente irrilevanti, campeggiano su tutti i quotidiani e vengono recitate in tv come novene: e l’onesto Lothar è diventato di colpo il Mandrake del perverso intreccio politica-finanza.
In realtà, il ruolo di Latorre (e le intercettazioni, tra l’altro, lo confermano) è stato ed è molto diverso: più ufficiale di collegamento e referente politico che brasseur d’affaires o portaborse. Latorre è insomma una sorta di responsabile delle relazioni esterne, se così si può dire, e a questo incarico informale quanto decisivo è giunto proprio in virtù del basso profilo elevato a stile di vita e di lavoro. Come è noto, D’Alema detesta la pubblicità, che gli pare non a torto figlia del narcisismo, e considera invece la riservatezza virtù primaria, e prova di sicura qualità.
I due si conoscono da trent’anni, da quando D’Alema dirigeva la Fgci nazionale e Latorre quella brindisina (è nato a Fasano nel 1955); la conoscenza divenne amicizia negli anni pugliesi di D’Alema, i primissimi Ottanta; e infine stretta collaborazione a partire dal ”97. Fu Claudio Velardi a chiamarlo nello staff come coordinatore, prima di passare per un breve periodo all’Unità. E quando D’Alema andò a Palazzo Chigi, Latorre ne diventò il capo della segreteria. In quel periodo - l’autore di questo articolo lo ha vissuto - Latorre era per dir così il guardiano delle istituzioni e della burocrazia, lo sgobbone perennemente sepolto fra faldoni e carte, nonché l’unico, insieme al portavoce Cascella, a disporre di un’auto di servizio. Quel lavoro oscuro, a metà fra politica e pubblica amministrazione, poco creativo e molto burocratico, fu in realtà il suo master in dalemismo.
Il passaggio di Latorre da portaborse, seppur di rango, a politico avvenne lentamente e, secondo lo stile del personaggio, in punta di piedi. Soltanto nel 2005 - quattro anni dopo l’uscita da Palazzo Chigi, quattro anni passati insieme al presidente della Quercia nell’esilio interno della Fondazione Italianieuropei - Latorre compie il salto, entrando nella segreteria dei Ds e conquistando il seggio senatoriale Bari-Bitonto. Dopodiché, di nuovo senza scossoni, comincia ad apparire sui giornali e in tv, elaborando rapidamente uno stile comunicativo che, ancora una volta, somiglia più all’eloquio ovattato della Prima Repubblica che allo scalmanato opinionare della Seconda. Parlare ai giornalisti senza dire sostanzialmente nulla era, secondo Arnaldo Forlani, la virtù suprema di un leader politico. E’ molto probabile che D’Alema condivida questa massima, ed è certo che Latorre la incarni meglio di chiunque altro.
Se in privato Nicolino è un ragazzone allegro che non ha mai veramente lasciato il paese, in pubblico il senatore Latorre è un moderato a trecentosessanta gradi: mai una sbavatura, mai una rissa in pubblico, mai un’intervista sopra le righe. Sono queste doti, unite a una gioviale cordialità che lo aiuta nei rapporti personali, a renderlo prezioso agli occhi di D’Alema, che invece, come lui stesso ammette, è capace di rovinare la migliore impresa per il gusto di una battuta fulminante, e di vanificare l’alleanza più vantaggiosa per una naturale ritrosia che rasenta il solipsismo.
Il pasticciaccio delle intercettazioni è venuto a complicare le cose, e a incrinare un’immagine che ha vissuto di silenzi e di assenze più che di chiacchiere e riflettori. Ora qualcuno lo disprezzerà come un poco di buono, e qualcun altro lo ammirerà come un uomo davvero molto potente: in Italia le cose vanno così. Quanto a Latorre, c’è da giurare che continuerà esattamente come prima.

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