Piero Bianucci, La Stampa 16/6/2007, 16 giugno 2007
PIERO BIANUCCI Altro che Cia, Fbi, Echelon. Il «Grande Fratello», non quello televisivo ma il superspione totalitario immaginato da Orwell, sta nel computer e ha il volto amico di Google, il motore di ricerca più usato nel web, mezzo miliardo di utenti al giorno
PIERO BIANUCCI Altro che Cia, Fbi, Echelon. Il «Grande Fratello», non quello televisivo ma il superspione totalitario immaginato da Orwell, sta nel computer e ha il volto amico di Google, il motore di ricerca più usato nel web, mezzo miliardo di utenti al giorno. Le sue mappe «Street View» stanno scatenando un putiferio perché, mentre vi fanno viaggiare virtualmente lungo le strade delle città americane, rivelano anche il tanga di una signora che sale in auto, il bacio di due innamorati e altri atti ancora più intimi ma fisiologicamente necessari. Eppure, tutto sommato, queste violazioni della privacy avvengono alla luce del sole e dunque sono relativamente innocenti. Ben di peggio denuncia Ippolita, un gruppo di ricerca nato per studiare i rapporti tra rete e società. In Luci e ombre di Google, edito da Feltrinelli (pp. 176, e9,50), Ippolita incrina un mito. La pagina di Google candida, semplice, minimalista alla quale affidiamo le nostre domande non è né candida né ingenua. In pochi decimi di secondo trova mezzo milione di link al tema che ti interessa, ma è un bluff. In realtà l’algoritmo ha pescato in un repertorio molto più ristretto: tu credi di scandagliare l’intero scibile del web e invece una buona parte è censurata a priori. Fatto ancora più grave: tu interroghi Google, ma intanto zitto zitto Google sta interrogando te, ti spia e ti scheda. Google imita la pronuncia di googol. Fu un ragazzino di 9 anni, Milton Sirotta, a inventare nel 1938 questa parola per indicare il numero 10 elevato alla centesima potenza. Milton stava passeggiando con lo zio Edward Kasner, matematico della Columbia University, e giocava a immaginare numeri molto grandi che potessero essere scritti con poche cifre. Dieci elevato a 100 si scrive con un paio di uno e tre zeri. Pare una cosetta. Ma tutti gli atomi dell’universo sono appena 10 alla 80. Dentro googol sta il cosmo intero e avanza spazio per parecchi altri universi. Di qui si capisce l’ambizione di Larry Page e Sergey Brin quando nel 1995 a Stanford, poco più che ventenni, battezzarono il loro motore di ricerca. Con un nome così è naturale che Google si prefigga di schedare tutte le informazioni del web, che sono 10 miliardi di pagine, ma fossero anche 1000 o centomila miliardi sarebbero sempre una inezia rispetto all’universo. Certo, Google è intelligente. Sembra che ti conosca così bene da mettere al primo posto proprio l’informazione che ti serve, e per dimostrarti quanto è sicuro di sé ha pure il tasto «mi sento fortunato», dove magicamente trovi ciò che cerchi al primo colpo. Già, ma è così bravo perché mentre ti fornisce le informazioni richieste Google te ne carpisce altre in cambio. Poche cose ci identificano come le interrogazioni che gli sottoponiamo: è facile dedurne i nostri interessi, il lavoro che facciamo, il nostro livello culturale, che opinioni abbiamo, quali prodotti ci attraggono. Di qui i ben mirati consigli per gli acquisti che accompagnano le ricerche. E un dubbio: queste informazioni vengono usate solo per tale già discutibile fine o verranno cedute a chiunque abbia interesse a pagarle? D’altra parte, se l’acquirente fosse il Pentagono e l’obiettivo la lotta al terrorismo, come si potrebbe dire di no? La nostra legge del 31 dicembre 1996 n. 675 sulla tutela dei dati personali (o privacy), con tutte le scartoffie che ci ha costretti a firmare, incomincia a rivelarsi provinciale e patetica, non solo scomoda e inefficace. Ma c’è di più. In aprile Google ha brevettato un sistema per disegnare il profilo psicologico di chi si diverte con videogiochi online. Eric Schmidt, presidente di Google, intravede il giorno in cui il suo motore di ricerca conoscerà i nostri gusti meglio di noi stessi: così potremo domandare a Google anche quali studi scegliere, che film andare a vedere, quale investimento si addice al nostro carattere, se divorziare o cambiare fidanzata. In fondo, già ora quando scarichi da You Tube un filmato di Raffaella Carrà il sito te ne propone subito altri e poi ti suggerisce filmati con Lorella Cuccarini. Hanno capito che sei un nostalgico della Tv degli Anni 70. Nello stesso modo, Amazon, dopo averti fornito il libro che hai richiesto, ti propone altre letture ben mirate sui tuoi gusti. Siti come Second Life addirittura conoscono le tue fantasie più segrete, si calano negli abissi del tuo inconscio. Non stupiamoci, quindi, se tra un po’ sarà Google a dirci chi siamo. Premesso che Google, Amazon, You Tube e affini danno servizi utili, c’è qualche modo per difendersi dagli abusi? Forse ce n’è uno solo ed è debole, ma è meglio di niente: sapere come funzionano questi software, renderceli più trasparenti, procurarci una meta-conoscenza che ci aiuti a interpretare il sapere attinto dal web. Storia matematica della Rete di Fabrizio Luccio e Linda Pagni (Università di Pisa), edito da Bollati Boringhieri (pp. 202, e16), è un ottimo strumento per diventare più consapevoli. Altra lettura utile è Oltre Wikipedia di Jane Klobas (Sperling & Kupfer / Egea, pp. 212, e19). Se consulti le voci di Wikipedia, la conoscenza circola tra pari: i wikipediani sono una moltitudine, l’utente può essere anche autore, qualcuno sbaglia ma altri correggono. Pare che gli errori in Wikipedia abbiano una vita media di 5 minuti, studiosi seri hanno concluso che per affidabilità Wiki è paragonabile alla leggendaria Enciclopedia Britannica. Se usi Google il meccanismo è diverso. Il sapere non circola tra pari ma cala dall’alto degli algoritmi che lo setacciano per te. Wikipedia è democratica, quasi assembleare. Google è tecnocratico. Anche se il suo sviluppo ha fatto tesoro dell’open source e se il criterio con cui stabilisce la graduatoria dei siti ricorda la rudimentale democrazia dell’Auditel (si suppone che chi ha più link sia più affidabile, così come si ipotizza che il programma tv con più ascolto sia il migliore). Una cosa è certa: in Internet non c’è conoscenza se non si possiede una metaconoscenza: quella del funzionamento dei motori di ricerca e, più in generale, dei meccanismi della Rete. E’ la nuova forma di una vecchia cosa che si chiamava «senso critico».