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 2007  giugno 16 Sabato calendario

MARI

MARI Arturo Roma maggio 1940. Fotografo. Dal 1956 al 2007 lavorò per l’Osservatore Romano. «[...] Il ”fotografo del Papa” - di sei papi - e la sua contabilità impossibile. [...] Un’istituzione, più che un fotografo. Divenuto anno dopo anno conosciutissimo e riconoscibilissimo, sempre lì attaccato al Papa a documentare, scatto dopo scatto, mezzo secolo di storia. [...] ”Mi ricordo un mercoledì, c’era l’udienza generale, e Giovanni Paolo II attraversava piazza San Pietro in macchina per salutare la folla. A un certo punto un gruppo di gente, non so perché, iniziò a gridare il mio nome, e allora Papa Wojtyla si voltò verso di me e disse: ”Arturo fa udienza, oggi?’” [...] Avevo 16 anni [...] avevo fatto una scuola di fotografia, che poi nemmeno avrei potuto fare perché non avevo l’età, ma insomma... l’avevo fatta, quando il conte Dalla Torre (direttore all’epoca di L’Osservatore Romano, ndr) mi mandò a chiamare perché gli avevano parlato di questo ”ragazzo prodigio’ che ci sapeva fare con la macchina fotografica. Io non ne sapevo niente, me lo raccontarono poi. E ho cominciato così, aggregato alla ditta Giordani perché allora non c’era il servizio fotografico dell’Osservatore”. Il primo servizio col Papa Pio XII fu una cerimonia di beatificazione in San Pietro: ”Allora le cerimonie pubbliche non erano così frequenti come oggi, e tra una cosa e un’altra una beatificazione durava un giorno intero. Quando vidi il Papa, questa figura alta, longilinea, con la tiara e sulla sedia gestatoria, ero emozionatissimo. Ma che dovevo fare? Scattavo [...] Quando Giovanni Paolo II andò per la prima volta in Argentina sono partito da Roma con 600 rullini, allora non c’erano le macchine digitali, ma mentre eravamo là il nunzio dovette comprarne altri 200”. Che, tradotto, vuol dire quasi 30mila pose. Da scattare, sviluppare, stampare, spedire. ”Una volta mandai una macchina fotografica per la revisione - racconta -. Io non sapevo che dentro l’apparecchio c’era un contascatti. Mi chiamarono dal laboratorio per chiedermi se era uno scherzo, o cosa” [...] Ha documentato il primo viaggio in treno di Giovanni XXIII e l’annuncio del Concilio nella basilica di San Paolo, il viaggio a Gerusalemme di Paolo VI. Impossibile fare un elenco, perché nell’elenco c’è, letteralmente, tutto. Raccontando la storia con le sue immagini. [...]» (Salvatore Mazza, ”Avvenire” 19/6/2007) • «[...] la prima foto l’ha scattata il 9 marzo del 1956, regnante Pio XII; e da allora [...] Non c’è stata cerimonia, udienza, incontro in cui non si vedesse sgusciare intorno al Pontefice la figura tarchiata, impeccabile nell’abito scuro, camicia bianca e cravatta scura, di questo romano autentico. [...] Che cosa colpiva di più in Pio XII? ”Questa figura alta, ieratica, metteva soggezione. Un uomo possente”. E Giovanni XXIII come era? ”Buono, molto energico. La Chiesa cominciava ad aprire le porte; il Papa cominciava a uscire, c’erano le prime visite: il Carcere di Regina Coeli, l’ospedale del Bambin Gesù, le prime parrocchie; era tutto nuovo...all’improvviso, è stato uno choc. Cambiava tutto, anche per il fotografo, il Papa era in mezzo alla gente”. Di Paolo VI qual è il ricordo? ”Paolo VI: una persona con una mente enorme, timido, chiuso. I papi non sono difficili da fotografare, ma devi sentire la persona com’è. Devi ”entrare’ nella persona, questo è il segreto; sentire come e cosa trasmettono; perché trasmettono, eccome. E con Paolo VI ci sono state nuove emozioni: il primo viaggio all’estero, il primo Papa che ha viaggiato su un aereo, in Terrasanta, il 4 gennaio 1964. Una cosa enorme, non sembrava vero, appariva una cosa dell’altro mondo, il papa fuori del Vaticano, lì in Giordania, ad Amman, la neve, il freddo. Tutta la scena era emozionante. Ti dava carica e fervore. Altre scene, il contatto con la gente, era bellissimo”. E poi la ”parentesi” Luciani. L’ha fotografato? ”Sì, sono stato l’unico che ha fatto le fotografie ufficiali. E ho scattato fotografie famose, quelle nei Giardini vaticani. C’è una fotografia che ha fatto un po’ storia. Giovanni Paolo I, ripreso di spalle, mentre si avvia lungo il viale dei pini. Si vede quest’immagine di spalle che cammina; molto melanconica, sembra quasi una premonizione”. Che cosa trasmetteva Papa Luciani, mentre era fotograto? ”Era talmente umile, talmente buono, che oddìo sembrava quasi che tu gli togliessi qualche cosa di personale, dava un senso di tenerezza enorme”. Seguito da quel ciclone mediatico che è stato Papa Wojtyla... ”Un leone, un profeta. Per me è stato come mio papà, quello che non ha fatto per me, dal lato umano, e dal punto di vista fotografico....Non troverei un aggettivo per definire tutta la situazione [...] Era molto buono... Posso raccontare un aneddoto, una stupidaggine, per fare una risata. Eravamo a Lagos, in Nigeria. Siamo rientrati alle 14.30 del pomeriggio. Abbiamo trovato ad aspettarci persone del luogo; eravamo fradici di sudore, faceva un caldo impossibile. Abbiamo scatto foto con queste persone. E subito dopo ho nascosto le macchine dietro una pianta, e mi sono infilato in un corridoio che portava all’appartamento del Santo Padre; però portava anche alla cucina. Corro al frigorifero, lo apro, prendo una bottiglia d’acqua. Sento una pacca sulle spalle, mi giro, credevo fosse un amico della Radio vaticana che era sempre con me, e gli dico: aspetta un mom... Non faccio in tempo a finire che sento la voce: ”Rimarrà un po’ d’acqua per il Papa’? E poi nei lebbrosari, che cosa non ha fatto con i lebbrosi. Li baciava in faccia, li toccava, queste sono cose che non si possono dimenticare”. Qual è il suo ricordo più bello? ”Sicuramente quando Giovanni Paolo II, sei ore prima di morire, mi ha mandato a chiamare per ringraziarmi per quello che avevo fatto per lui. Il Santo Padre era disteso sul suo letto, io sono entrato e mi sono inginocchiato. Il suo segretario, don Stanislao, gli ha detto in polacco ”Santità, Arturo è qui’; lui si è voltato verso di me e mi ha detto: ”Arturo, grazie di cuore per tutto’”» (Marco Tosatti, ”La Stampa” 16/6/2007).