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 2007  giugno 16 Sabato calendario

BONSIGNORE

BONSIGNORE Vito Bronte (Catania) 3 luglio 1943. Politico. Eurodeputato (dal 2004, Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) • «Autostrade, banche e politica. Una vita a tre corsie, quella di Vito Bonsignore - democristiano di lungo corso sull’asse Bronte-Torino e adesso tra i padri fondatori dell’Udc - in perenne sorpasso di se stesso e talvolta costretto a qualche stop forzato nella piazzola di sosta delle grane giudiziarie. Un bel mix di politica e affari, quello dell’imprenditore-deputato nato a Bronte, in Sicilia, nel ”43 ed arrivato a Torino diciottenne. Un mix sempre efficace, a prestar fede e orecchio a quella telefonata del 14 luglio 2005 nella quale Massimo D’Alema, conversando con Giovanni Consorte dell’Unipol gli spiega la strategia di Bonsignore, socio della Bnl - attraverso la sua Gefip, Gestioni finanziarie piemontesi - con il 2,8% del capitale: ”Se vi serve resta... Evidentemente è interessato a latere a un tavolo politico”. ”Una frase mal interpretata», ha replicato subito lo stesso Bonsignore, sentito da Francesco Verderami del ”Corriere della Sera”, confermando di aver parlato con D’Alema. ”Un equivoco” perché ”i vantaggi a cui mi riferivo erano di politica aziendale”. Del resto Consorte o non Consorte, visto che alla fine la battaglia per la Bnl non l’ha certo vinta l’Unipol, la Gefip di Bonsignore - oggi la guida il figlio Luca - ha mostrato di saper fare bene i suoi interessi, di saper badare alla ”politica aziendale”. Il 16 giugno 2006, a Bruxelles, davanti al notaio Chantal Loché l’assemblea generale della Società Anonima Gefip Holding ”constata l’esistenza di un attivo» di 69 milioni (per l’esattezza 69.593.470,079) di euro, di cui 23 milioni vengono usati per portare il capitale della stessa società a 50 milioni. Tanti soldi? C’è poco da meravigliarsi. Bonsignore, oggi parlamentare europeo e vicepresidente del gruppo Ppe a Strasburgo, è uno che per gli affari ha il pallino. A Torino sbarca con un diploma da geometra in tasca e trova presto un posto alla Satap, la società che gestisce l’Autostrada Torino-Milano-Piacenza: in pochi anni ne diventerà direttore generale, ma soprattutto è là che incontrerà Marcellino Gavio, prima maestro, poi socio, adesso forse avversario. Nella sua città d’elezione è per un paio di decenni uno dei nomi che contano, anche grazie a due mandati da parlamentare della Dc. Prima doroteo, nel ”77 passa con Andreotti e diventa il suo proconsole piemontese. Con Giulio e per Giulio, farà le campagne elettorali più importanti, portando Andreotti anche tra i ragazzini danzanti del Magic Club di Trofarello. Forte in politica, ma fuori dai salotti buoni di una città che può essere spietata nelle discriminazioni. Lui un po’ ne soffre, un po’ coltiva la sua immagine di uomo del Sud attento ai valori tradizionali. Ma soprattutto ne approfitta per seguire gli insegnamenti di Andreotti: basso, se possibile bassissimo, profilo. Non che in questi anni, al di là della politica stia fermo. Anzi, si dà da fare parecchio. Si comincia proprio con Gavio, che mano a mano lo fa crescere come socio nella sua Argofin, la scatola societarie che sta sopra le autostrade dell’imprenditore alessandrino. Ma i soldi girano anche in modo che la magistratura giudica meno lecito. Bonsignore si ritrova con una condanna definitiva, a due anni di reclusione per tentata corruzione: una tangente che avrebbe dovuto essere pagata per la costruzione dell’ospedale di Asti. L’episodio, all’inizio degli Anni 90, lo costringe alle dimissioni dal suo unico incarico di governo: deve lasciare il posto di sottosegretario al Bilancio. Nessun effetto, invece, - perché la magistratura romana decide il non luogo a procedere - per le dichiarazioni dell’ex presidente dell’Italstat Mario Alberto Zamorani che sostiene di avergli portato a Roma 250 milioni di lire dentro una scatola di cioccolatini. Incidenti di percorso che non frenano la sua corsa. A parte un periodo in cui finisce sottotraccia, a metà degli Anni 90, il lavoro di politico e negli affari continuano. Con Gavio lavora a lungo ma poi volano gli stracci: nel 2000 la partecipazione di Bonsignore viene liquidata, ha un amico in meno e 287 miliardi di lire in più. Si consolerà poco dopo, lanciando nel 2003 quello che ambisce ad essere il terzo polo autostradale italiano, creato assieme alla Banca Carige e alla Efibanca controllata dalla Popolare di Lodi. Proprio da quelle parti, del resto, subisce un altro incidente di percorso, visto che è coinvolto nell’inchiesta della magistratura milanese sulla scalata di Gianpiero Fiorani ad Antonveneta. Rapporti solidissimi con la Carige di Giovanni Berneschi, ma anche alleanza industriale e finanziaria - vedasi il contropatto Bnl - con Francesco Gaetano Caltagirone. Nel 2004 c’è la resurrezione politica. Primo dei non eletti al Parlamento europeo per l’Udc, entra grazie al provvidenziale passo indietro di Marco Follini. Generoso e fortunato, il candidato Bonsignore. Perché? Perché quell’anno la Mec, la finanziaria di casa controllata al 75% proprio da Vito Bonsignore ha dato a un candidato il più alto singolo contributo elettorale di tutta la campagna per le europee in Italia. Un milione tondo tondo destinato a Vito Bonsignore. Gli affari restano buoni, un po’ meno buono il clima politico. In Lombardia ha perso il suo proconsole Domenico Zambetti, in Piemonte si batte fieramente con Michele Vietti. [...] un altro padre fondatore del partito come Bruno Tabacci - uno che con i ”furbetti” non è mai stato tenero - ha regolato i conti con lui in pubblico: ”Il fatto sconcertante è che io abbia dovuto subire nella primavera del 2005 una serie di lezioni dal mio compagno di partito onorevole Bonsignore su come si intrattenevano i rapporti con il mondo esterno, su come le mie iniziative nei confronti di Fazio fossero del tutto sbagliate”. E lui? Come da tradizione, zitto [...] Del resto, la Dc è morta da un pezzo, le scalate e gli scalatori bancari sono finiti come si sa, anche il Magic di Trofarello è stato ribattezzato Mad Music, ma la Gefip sta benissimo» (Francesco Manacorda, ”La Stampa” 25/6/2007) • «[...] racconta che Andreotti e Cossiga ”sono gli unici politici ai quali mi rivolgo dando il lei, perché li ritengo di livello superiore”. Dunque usò il tu con Massimo D’Alema quel giorno di luglio del 2005 in cui parlò con il presidente dei Ds della scalata Unipol alla Bnl. [...] dal mazzo di intercettazioni agli atti nell’inchiesta milanese, è emersa una conversazione del luglio 2005 tra il ministro degli Esteri e Giovanni Consorte, in cui l’allora capo di Unipol chiedeva lumi a D’Alema sull’europarlamentare dell’Udc - a quei tempi socio di Bnl - e voleva che stesse dalla sua parte. ”Ho parlato con Bonsignore”, gli spiegò D’Alema: ”Dice cosa deve fare. Se uscire o restare un anno... Se vi serve, resta... Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico”. ”Chiaro. Nessuno fa niente per niente”, commentò Consorte. Dopo aver rammentato che la telefonata avvenne tramite il cellulare di un altro esponente ds, Nicola Latorre, Santoro ha puntato l’indice, sostenendo che quel dettaglio era la prova non di ”tifo”, ma di ”lobbismo”. [...] ” vero, parlai con D’Alema della scalata, ma avvenne in modo casuale, a un bar di Strasburgo o di Bruxelles, non ricordo nemmeno. Allora il ministro degli Esteri era un europarlamentare, ci si vedeva spesso anche al ristorante, si viaggiava addirittura insieme sullo stesso aereo. Ho un’ammirazione particolare per lui, e mi fa piacere chiacchierare di politica con una persona intelligente”. In realtà allora si parlò di economia e di finanza, ”però è un errore dare un’interpretazione particolare al colloquio”: ”A parte il fatto che la società è guidata da mio figlio, e il mio è un ruolo marginale, non si può confondere un’azienda con la politica. In quel caso, i vantaggi a cui mi riferivo erano di ”politica aziendale’. D’altronde, se una società fa un investimento, vuole avere in contropartita, chessò, un consigliere d’amministrazione, un sindaco. Ma davvero qualcuno può pensare che a fronte di oltre 400 milioni di euro di investimento, ci possa essere una contropartita politica? Partitica?”. Insomma, a detta di Bonsignore siamo in presenza di ”un equivoco”, di ”una frase male interpretata”. Lo spiega con una cadenza meridionale che non si è fatta imbastardire da una vita passata in Piemonte, vissuta a mezzadria tra politica e impresa, tra gli esordi nel movimento giovanile della Dc e l’apprendistato con Marcellino Gavio. E poi sempre più su, in entrambi i rami. Racconta Paolo Cirino Pomicino che fu il vecchio Franco Evangelisti ad aprirgli le porte dell’area andreottiana, ”apparteneva alla nouvelle vague della corrente, ed era un abile organizzatore perché sapeva far proselitismo”: ”Fu lui a mettere in piedi nel 1990 a Milano un convegno di andreottiani sull’economia, a cui parteciparono anche Sergio Pininfarina, che era a capo di Confindustria, e Carlo De Benedetti. Fu un successo. Ovviamente Andreotti non venne”. I toni di Bonsignore sono pacati, oggi come ai tempi in cui dovette fronteggiare Vittorio Sbardella, ”lo squalo”, che appoggiato da Salvo Lima si era messo in testa di capeggiare tutti: ”Qui serve er coordinatore della corrente”. Risposta: ”La corrente non si fa coordinare da nessuno”. Per quanto capisca di essere finito nell’occhio del ciclone, è misurato nel commentare la faccenda, ”l’equivoco”, ”la frase male interpretata”. differente il suo atteggiamento rispetto a quello di D’Alema, che si è scagliato contro i magistrati. Forse perché lui, Bonsignore, ha esperienza delle cose di giustizia, e non ha dubbi, non finirà certo come nel processo per l’ospedale di Asti, per il quale venne condannato a due anni. Piuttosto tutto questo polverone, ”nasconde - a suo dire - una verità”: ”La Bnl era un tesoretto che è stata svenduta agli stranieri. Avrei preferito fosse rimasta italiana”. Oggi vive la politica con distacco, dopo aver toccato l’apice nel ”92, sottosegretario al Bilancio di Franco Reviglio, nell’ultimo governo della prima Repubblica, quello di Giuliano Amato: ”La politica oggi è roba di Casini, non mia. Io coltivo amicizie, anche quella con D’Alema, certo”. [...]» (Francesco Verderami, ”Corriere della Sera” 16/6/2007).