Note: [1] Michele Giorgio, il manifesto 15/6; [2] David Grossman ad Alberto Stabile, la Repubblica 15/6; [3] Igor Man ad Edoardo Castagna, Avvenire 15/6; [4] Daniel Pipes Arturo Zampaglione, la Repubblica 13/6; [5] Il Giornale 13/6; [6] Renzo Guolo, la Re, 16 giugno 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 18 GIUGNO 2007
Aennepì, oellepì, fatà, amà, brigate al così, brigate al cosà, ma lei ci capisce qualcosa?
«L’Anp, autorità nazionale palestinese, è l’organismo politico istituito nel ”93 in seguito agli accordi di Oslo per l’amministrazione di quei territori occupati da Israele nel 1967 cui fu riconosciuta una limitata autonomia. Si tratta della striscia di Gaza e del 40% della Cisgiordania. L’Anp si occupa del governo civile e dell’attività di polizia, ha un Consiglio composto da 88 membri eletti a suffragio universale ed un presidente che nomina i membri dell’esecutivo, adesso il Mahmoud Abbas noto anche come Abu Mazen. L’Olp è l’Organizzazione per la liberazione della Palestina guidata dalla Fatah di Yasser Arafat, il raiss morto nel novembre 2004, che poco a poco si è allargata ad altre organizzazioni laiche ed islamiche e che nei prossimi mesi avrebbe dovuto includere il movimento di resistenza islamica Hamas». [1]
I fanatici.
« un movimento molto ”ermetico”, religiosamente impegnato. [2] Quando nacque, era solo un’associazione di mutuo soccorso. Qualcuno, nell’establishment israeliano, pensò di utilizzare questa forza assistenziale, molto radicata nel territorio, per fare da contrappeso ad Al Fatah. Alcuni strateghi di Israele giunsero a fingere di non veder alcune sue ”scapestrataggini”. Hamas ne ha approfittato per svilupparsi: da tempo è una realtà molto forte, che trae il suo appoggio dalla rete assistenziale che ha creato nei Territori per assistere gli sfollati, i disoccupati, i bambini malati ecc. Oggi è una grande realtà politico-militare che non riconosce Israele, condanna qualsiasi dialogo con lo Stato ebraico e accusa la dirigenza palestinese storica per i suoi contatti con il ”nemico”». [3]
Quella in Palestina è una guerra tra amici e nemici di Israele?
«Sia Al Fatah che Hamas vogliono eliminare Israele, la differenza è nella tattica. Il partito di Abu Mazen punta a una serie di accordi con Gerusalemme, Hamas ha un approccio più ostile. [4] Al Fatah è per un nazionalismo arabo laico e dice di voler coesistere con Israele, Hamas vuol fondare uno Stato integralista islamico e distruggere lo Stato ebraico. Braccio armato di Al Fatah sono le Brigate dei martiri di al-Aqsa e le Brigate Abu-Rish, Hamas schiera le Brigate Ezzedin al-Qassam e può contare sul sostegno delle Brigate al-Quds della Jihad islamica. Quanto alle forze di sicurezza, nelle strade di Gaza Hamas ha preso il sopravvento grazie alla ”Forza di pronto intervento”, Al Fatah contrappone la ”Sicurezza preventiva” e la guardia presidenziale ”Forza 17”». [5]
Sono loro che adesso combattono la guerra civile?
«Più che altro si tratta di una violenta resa dei conti tra le due organizzazioni. [6] Quelli che combattono a Gaza non rappresentano la società ma i parassiti armati di una popolazione divisa in clan famigliari la cui sopravvivenza è legata all’esistenza di uno stato di anarchia. [7] Le guerre civili coinvolgono classi sociali diverse, interessi economici in conflitto, in Palestina quella che spara è una massa di pezzenti impazziti, senza lavoro da anni, tenuti in vita dagli aiuti alimentari dell’Onu, con montagne d’immondizie e minacce d’epidemie sulla porta di casa, una gran parte senza acqua né luce. [8] Il professor Eyad al Arraj, direttore del Centro di Salute Mentale di Gaza City, dà un’interpretazione freudiana della guerra: i palestinesi non sono riusciti a sconfiggere il nemico storico, Israele, e allora se ne sono inventati uno minore, per sfogare la rabbia». [9]
Certo che ”sti palestinesi stanno proprio messi male.
«Due terzi della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, la disoccupazione nella Striscia di Gaza arriva al 70%, in Cisgiordania al 60%. [10] Più del 40% della popolazione di Gaza è formato da bambini sotto i 15 anni. La chiamano ”generazione di Oslo”, è quella nata dopo i sogni per gli accordi di pace del ”93 e cresciuta all’ombra della guerra, piccoli adulti che non sono mai stati bambini. [9] Secondo una recente ricerca, il 99.2% ha avuto la casa bombardata, il 96.6% ha assistito a sparatorie, il 95.8% a bombardamenti, il 25% ha visto dei componenti della propria famiglia feriti o morti. anche per questo che Hamas ha vinto le ultime elezioni: è un partito di giovani, mentre Al Fatah è un partito di vecchi». [11]
Gli islamisti hanno vinto le elezioni?
«Il 26 gennaio 2006. In modo schiacciante. [12] Un Said insegnante di matematica ha spiegato di aver votato per Hamas perché pensava che avrebbe ridotto la corruzione. [9]. C’era la speranza che, per governare, il movimento si sarebbe inevitabilmente trasformato ed educato. [13] Hamas aveva promesso ordine, sicurezza, lotta alla corruzione. Il 15 febbraio scorso, grazie alla mediazione saudita, era nato il governo di unità nazionale guidato da Ismail Haniyeh, un esponente di Hamas. [14] Ma dopo l’accordo, il movimento era in rivolta. I militanti accusavano i vertici di aver svenduto la vittoria elettorale e di non aver rispettato le promesse. [15] Probabilmente Hamas, sorpreso dall’ampiezza del successo elettorale, non era pronto ad assumere il potere. [10] Va anche detto che appena il movimento integralista aveva vinto le elezioni, Stati Uniti, Europa ed Israele subito avevano sospeso gli aiuti finanziari». [16]
E non se l’aspettavano?
«Sì, però non avevano capito come funziona la globalizzazione. Quelli di Hamas avevano ingenuamente creduto che la solidarietà islamica avrebbe sostituito l’aiuto occidentale. Invece si sono presto resi conto che i grandi imprenditori musulmani e le banche, comprese quelle rigidamente islamiche, sono solidali solo con i capitalisti occidentali e ai palestinesi non trasferiscono un dollaro se a volerlo non sono anche gli Stati Uniti. [12] Va anche detto che all’epoca sembrò giusto tagliare i fondi ad un’organizzazione come Hamas, che non ha mai rinunciato al terrorismo e non intende riconoscere Israele, ma oggi qualcuno dice che fu un errore: la povertà a Gaza è aumentata e questo ha certamente avuto un peso nello scontro». [8]
Con che pretesto?
«Per giustificare la loro offensiva, gli esponenti delle milizie di Hamas sostengono di aver sequestrato documenti negli uffici di Al Fatah che provano senza ombra di dubbio la sua collusione con Israele e la Cia per screditare il movimento. [17] Nonostante fossero molto più numerosi e meglio equipaggiati, gli uomini fedeli ad Abu Mazen non hanno saputo contrapporsi efficacemente alle milizie di Hamas più motivate e meglio organizzate. Al Fatah ha più armi e più soldati e ha persino più ragione. Ma non è sufficiente. Non ha avuto una leadership, non c’era un comandante e non c’era uno stato maggiore. Non c’era nemmeno la volontà di combattere. Hamas, invece, s’è preparato per anni a questo scontro». [18]
E adesso che succede?
«Persa Gaza, Abu Mazen ha sciolto il governo di unità nazionale e ha proclamato lo stato di emergenza. Non solo, ha anche nominato un nuovo esecutivo che rimarrà in carica finché non si potranno indire nuove elezioni. [1] A capo del governo ha messo Salam Fayyad, un amico degli americani che già tra il 2002 e il 2005, da ministro delle Finanze, aveva cercato di porre un freno alla corruzione. Pensi che aveva rintracciato 600 milioni di dollari investiti dall’Autorità e da Arafat in 79 società, tra cui un locale per bowling a New York. [16] Ovviamente Haniyeh ritiene incostituzionale il suo licenziamento e si considera ancora il vero primo ministro della Palestina». [19]
Vuol dire che adesso ci son due Palestine?
«Le chiamano Hamastan e Fatahland, come disse a suo tempo il capo dell’intelligence militare israeliana Aharon Zeevi. [20] Due non-stati, uno a Gaza sotto la bandiera di Hamas e dell’Islam, l’altro in Cisgiordania controllato dall’Olp e da un governo d’emergenza. [17] Un regno dell’oscurantismo e uno della corruzione. [21] Tra i due ci sono differenze sostanziali di ricchezza, occupazione, densità di popolazione, tutte in favore della Cisgiordania. [22] Le questioni pratiche non sono di poco conto: i palestinesi di Gaza utilizzano, a tutt’oggi, elettricità e acqua delle centrali israeliane. Il governo di Ehud Olmert deve ora decidere se continuare le forniture, se tagliare la luce ma mantenere aperte le condotte idriche, o se chiudere tutti i rubinetti e abbandonare Gaza e i suoi nuovi padroni al loro destino». [21]
Diventerà un covo di terroristi?
«Potrebbe diventare il rifugio di tutti i tipi peggiori, da Hezbollah alla Jihad Islamica. [23] Il governo Olmert parla di avamposto iraniano alle porte di Israele e non bisogna avere un fiuto particolare per prevedere operazioni militari senza precedenti contro Gaza al primo lancio di razzi. [1] Israele dice di non volere intervenire, ma c’è chi suggerisce che se fosse disposto a sacrificare i suoi uomini questa sarebbe l’occasione giusta: 30mila guerriglieri sono ora alla luce del sole, devono difendere l’ordine di Gaza, non sono più invisibili. Tagliando luce e acqua, distruggendo le infrastrutture, portando la popolazione allo stremo e poi invadendo Gaza, Israele potrebbe annientare Hamas». [15]
Che dobbiamo augurarci?
«L’ex ambasciatore americano in Israele, Martin Indyk, dice che abbiamo poche opzioni, quasi tutte cattive. [23] Il summit di domani a Washington fra Bush e il premier israeliano Ehud Olmert servirà a declinare la strategia del ”West Bank First”: Usa, Unione Europea e Israele potrebbero mandare presto un forte segnale di apertura ad Abu Mazen, tentando di arrivare alla sigla di un trattato di pace entro il 20 gennaio 2009, quando cambierà l’inquilino della Casa Bianca. Secondo molti, per esempio Jonathan Schanzer, ex analista di intelligence del ministero del Tesoro, esistono due Stati palestinesi e solo con uno Israele può fare la pace. Secondo altri, tipo Bill Clinton, l’interesse di Israele è fare la pace con tutti i palestinesi, non solo con alcuni. [24] Sa qual è il problema?» [3]
Dica.
«Una volta, appena gli Stati Uniti mandavano una motosilurante di fronte alle coste del Libano o nel Golfo Persico, tutti i riottosi si fermavano. Perché facevano paura. Oggi invece, con la debolezza di Bush e con i problemi in Iraq e in Afganistan, mandano flotte di portaerei nel Golfo Persico e nessuno bada loro. Il Medio Oriente non ha più paura degli Stati Uniti. questa la vera tragedia». [3]