Giulio Tremonti, Corriere della Sera 14/6/2007, 14 giugno 2007
Caro direttore, il professor Michele Salvati scrive talvolta sul mio conto. Non faccio altrettanto. Scusandomi, provo ora a rimediare
Caro direttore, il professor Michele Salvati scrive talvolta sul mio conto. Non faccio altrettanto. Scusandomi, provo ora a rimediare. Scrive da ultimo Salvati ( CorrierEconomia, lunedì 11 giugno): «A prima vista potrebbe sembrare che una forza politica saldamente radicata nell’Italia del lavoro autonomo e della piccola impresa, nel Nord del Paese, sia favorita – nell’attuazione di un programma liberale – rispetto a un’altra che ha come principale base di consenso il pubblico impiego e i sindacati: questo è il punto che Tremonti non si stanca di ripetere. La ritorsione è facile: perché allora il centrodestra non ha attuato le riforme liberali quando aveva la forza per farle? Perché ha fatto crescere la spesa pubblica corrente rispetto al Pil? Perché ha lasciato in eredità al centrosinistra la "rogna" dello scalone nelle pensioni di anzianità?». Cosa notare in «ritorsione» (per usare il sintomatico linguaggio di Salvati), su questi quattro punti? Primo. «Tremonti non si stanca di ripetere». Per la verità erano anni che non parlavo più del «blocco delle partite Iva». Un blocco fatto non solo dalle partite Iva, ma anche dai loro familiari e dipendenti. Da «padroncini» che sono spesso ex operai e da operai che, a loro volta, sperano di diventare «padroncini». Ringrazio comunque Salvati per il promemoria. Viene buono proprio ora, per interpretare una parte del risultato delle ultime elezioni. La realtà è in ogni caso più complessa. Non si riduce tutta nella dialettica partite Iva versus pubblico impiego e sindacato. In specie, non è stato solo il primo blocco che ha votato contro il governo. E’ stata, data l’intensità negativa del voto, anche buona parte dell’altro blocco, che si è astenuta o che ha votato contro. Secondo. Non sono state «attuate riforme liberali»! E’ una formula, questa, tanto assoluta quanto – se posso dire – imprecisa. Non è stato liberale «liberalizzare» le banche dalla Banca d’Italia? o riformare il mercato del lavoro? O riformare le pensioni, anche con i fondi pensione? O riformare dopo decenni il diritto societario e fallimentare? O eliminare le autorizzazioni amministrative, prima obbligatorie per le ristrutturazioni interne agli edifici? O eliminare milioni di documenti fiscali tanto inutili quanto costosi (e per questo reintrodotti)? O non alzare le tasse, essendo quello calcolato sul peso delle tasse un universale «indice di libertà»? E così via. Si può essere d’accordo o no, sul merito di questi provvedimenti. Ma onestamente non mi pare che si possa sostenere che è stato niente o zero, come invece scrive Salvati. Terzo. Negli anni scorsi, la spesa pubblica è cresciuta rispetto al Pil soprattutto perché, trattandosi di un rapporto, il Pil non è cresciuto abbastanza. Alcune voci sono cresciute troppo, è vero. Ma il grosso no. Il grosso della spesa pubblica deriva infatti da voci rigide, fatte da diritti e doveri precostituiti. In recessione ed in democrazia, non puoi dire ai cittadini che non paghi le pensioni o le medicine, solo perché il Pil non è cresciuto e dunque perché il relativo rapporto peggiorerebbe. Per non polemizzare sull’Italia, è comunque sufficiente guardare cosa è successo in Germania, sulle stesse grandezze e nello stesso periodo di tempo. Quarto. La riforma delle pensioni istantanea e perfetta esiste in molti siti e da molte parti, ma non nei Parlamenti. Dove c’è il piccolo problema del consenso democratico. E’ per questo che al principio di questo decennio, in Europa, si è adottata questa strategia: le riforme, per essere strutturali – proprio se si vuole fare riforme che siano strutturali e reali e non virtuali – non possono essere attuali. Se vuoi costruire una riforma in base al consenso democratico, e non cortocircuitare la proposta con la protesta, devi infatti dare ai cittadini uno spazio temporale intermedio, un periodo di tempo per assorbirle, per riprogrammare e riorganizzare i loro progetti di vita. E’ questa dunque, e non elettorale e provinciale, la ragione per cui la Germania ha adottato l’Agenda 2010, la Francia 2008-2010, l’Italia 2008. In ogni caso, la riforma italiana è considerata molto positivamente in Europa. Ed è anche per questo che la sinistra poteva (doveva) lasciarla fuori dalla sua campagna elettorale. Invece ha fatto l’opposto. L’ha attualizzata e ci ha speculato. E’ così che noi siamo andati alle elezioni con piena e pubblica evidenza dell’impegno (responsabile) a lasciarla. Loro invece con la promessa di disfarla. In questi termini, quella della riforma delle pensioni non è stata una «rogna» lasciata in eredità alla sinistra. Ma una «rogna» che la sinistra si è fabbricata con le sue stesse mani. ’’’’’’’ Ho menzionato Tremonti nel mio articolo perché mi ha sempre divertito che un politico di centrodestra usasse con tanta spregiudicatezza un concetto gramsciano che la sinistra ha da tempo lasciato cadere, secondo me giustamente: quello di blocco sociale. Quanto alle sue «ritorsioni» – sempre intelligenti – alcune le accetto, altre le respingo, di altre ancora mi piacerebbe discutere, ma non ho modo di farlo ora. Il mio punto di fondo era però un altro. Vedendo le difficoltà che il centrosinistra incontra a fare riforme serie – un po’ per la sua maggioranza risicata, ma soprattutto per i conflitti tra le sue diverse anime e il radicamento di queste in forze sociali che riforme serie non le vogliono proprio – m’è venuto spontaneo il confronto con la passata legislatura. La maggioranza era solida, minore l’eterogeneità delle forze politiche che la componevano, un «blocco sociale» meno ostile a uno sforzo riformatore. E soprattutto un «padrone» vero, Berlusconi. Il rimpianto che Berlusconi abbia sprecato l’occasione, che i primi cruciali cento giorni li abbia sprecati sulla riforma, si fa per dire, della giustizia, è un rimpianto sincero, perché un’occasione simile non è facile che si ripeta.