Libero 14/06/2007, pag.1 Vittorio Feltri, 14 giugno 2007
Amicizie pericolose. Libero 14 giugno 2007. Prodi Romano non è mai stato raccontato da nessuno. Ovvio
Amicizie pericolose. Libero 14 giugno 2007. Prodi Romano non è mai stato raccontato da nessuno. Ovvio. Non esiste un Prodi. Ne esistono tanti, uno diverso dall’altro, tutti interessanti, per carità. Ma come si fa a descrivere un uomo così complesso e variegato? Ci provo nella speranza di fornire un contributo alla comprensione del personaggio, anche in considerazione delle ultime notizie uscite dal Palazzo di Giustizia di Milano circa le intercettazioni Unipol, in cui si dimostra che affari e politica viaggiano di pari passo nella sinistra quanto nella destra. Siamo in Italia, paisà. Pochi ricorderanno. Agli inizi degli anni Ottanta, il Professore collaborava al Corriere della Sera. Articoli di carattere economico come si addiceva a un docente di economia. Finivano sul mio tavolo, poi in prima pagina. Editoriali, devo ammettere, ben fatti. Concetti limpidi, prosa asciutta. Dicevo tra me e me: finalmente uno che non abbia idee bolsceviche e sappia esprimersi in modo civile. Non c’era bisogno di intervenire per raddrizzare la sintassi. Le frasi correvano via spedite, ben costruite, centravano sempre il bersaglio. Prodi era un anticomunista razionale in un’epoca in cui i comunisti e gran parte dei democristiani, senza confessarlo, erano pappa e ciccia e si sorreggevano, perché tenendo in piedi se stessi tenevano in piedi lo Stato, quel poco rimasto indenne sotto i colpi del terrorismo endemico. Un solo dato è sufficiente a inquadrare i tempi: nel 1978 anno del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro - gli attentati furono oltre duemila. Chi ha dei rimpianti per quel formidabile periodo è un idiota. Anche oggi abbiamo dei problemi, ma il confronto col passato depone indubbiamente a favore del presente. Da leccarsi le orecchie. Torniamo a Prodi, alla sua attività pubblicistica. I suoi editoriali, sobri nella forma, erano durissimi contro la tendenza a cedere al collettivismo. Costituivano un baluardo - direi liberale - a difesa del mercato, della concorrenza e roba simile. Confesso: il giovane professore emiliano mi piaceva da morire, uno dei pochi nel Corriere di allora in grado di rompere gli schemi conformistici adottati dal transatlantico di via Solferino per opportunismo e necessità di sopravvivenza, in un Paese scon- volto dal partito armato e votato alla rassegnazione. Sennonché la presenza della firma di Prodi sulle austere colonne corrieresche non durò a lungo. Il brillante fondista infatti fu obbligato a dimettersi perché chiamato a più alti e importanti incarichi nientemeno che da Giulio Andreotti, presidente del Consiglio: ministro dell’Industria. Però, che carriera. Mai avrei immaginato che a distanza di qualche lustro, quel professorino di provincia convinto assertore del libero mercato sarebbe stato il traghettatore dei comunisti al governo, il premier appoggiato dalla coalizione più innaturale della storia patria. E invece è successo. Ma nel frattempo Prodi - anticomunista razionale, non dico viscerale perchè nelle viscere di una mortadella è bene astenersi dall’entrare - ha fatto un percorso non breve (che lo ha portato di qua e di là, non soltanto all’Iri) riuscendo nella difficile impresa di trasformare in nemici gli amici ai quali aveva fatto dei favori. Non sarò prolisso. Narro un solo episodio ma di valore simbolico. Tutti gli italiani sono convinti che Prodi e Berlusconi siano come il cane e il gatto, inconciliabili per questioni genetiche. Falso. I due erano in sintonia, si stimavano profondamente, si incontravano, parlavano, insieme addirittura si divertivano. Tanto è vero che un giorno - correva il 1987 - Romano telefonò a Silvio: scusa, se ti capita di venire a Roma, passa a trovarmi che ti vorrei chiedere un consiglio; mi raccomando, riservatezza. Silvio sfogliò l’agenda e rispose: mercoledì sono da te. Ciao, ciao. Di parola e puntuale come sempre, il Cavaliere, il giorno convenuto, bussò all’uscio del presidente Iri. Baci e abbracci, secondo consuetudine. Mortadella arriva subito al dunque. Come sai, l’Iri ha in carico la Rai, che è una schifezza atroce e ci rimette un sacco di soldi. A noi tocca ripianare i bilanci. Siccome ne abbiamo piena l’anima di foraggiare l’emittente pubblica, ti prego di aiutarmi. Tu che con le tivù hai costruito un impero mentre altri, nel settore, hanno miseramente fallito, come agiresti al posto mio? Berlusconi scoppiò a ridere e scosse la testa. Caro Romano, la ricetta è semplice. Smettete di mandare in onda programmi stucchevoli che vanno a genio a una minoranza e inondate il video di spettacoli d’intrattenimento, telefilm divertenti, telenovelas, cabaret, insomma cercate di assecondare i gusti delle masse. Avrete successo e vi riempirete di pubblicità; non avrete più passivi. Soprattutto evitate polpettoni indigesti, trasmissioni che soddisfino i clienti della politica. Oddio, un consiglio del genere avrei potuto darlo anch’io, magari al telefono, senza scomodarmi per recarmi nella capitale. Comunque sia, Prodi annotò e, soddisfatto, ringraziò. Il Cavaliere non voleva sprecare l’occasione e, se non altro per rendere remunerativa la sua trasferta, disse: anch’io, caro amico, chiedo un favore. Ti spiego. La mia azienda va bene, è florida e avverto che cresce di giorno in giorno. Tuttavia, sarà perché sono impegnato nella costruzione di Milano 3, sarà che l’espansione necessita di continui finanziamenti, è giunto il momento di avvalersi di uno specialista nel controllo della spesa. Intendiamoci. Confalonieri è bravo. Gli altri dirigenti sono all’altezza, non ho di che lamentarmi. Però se tu mi indicassi il nome di uno spietato controllore dei conti, ti sarei grato. Ho l’impressione che con un esperto rigoroso recupererei denaro e ridurrei l’esposizione bancaria. Prodi esibì un sorriso dei suoi, a culo di gallina, e, occhietti luccicanti, disse: forse ho la persona giusta per te, lavora qui all’Iri, un tipo pignolo, uno che ai numeri dà del tu. Si chiama Alfredo Messina. Berlusconi lo assunse sui due piedi. Amministratore delegato. Messina non tradì le attese. Ma la sua partenza per Milano fece incazzare la metà dei dirigenti Iri: come, ne avevamo uno bravo, instancabile, un fuoriclasse che parava il didietro a tutti noi, e tu Romano lo vai a regalare al Berlusca. Scusa, sei fuori? Prodi, sfoggiando un altro dei suoi sorrisetti da schiaffi: mica potevo tirare un bidone a Silvio. Sta di fatto che Messina è stato amministratore delegato di Mediaset ed è ancora membro del consiglio di amministrazione nonché vicepresidente di Mediolanum. Una colonna del gruppo milanese. A questo punto ci si domanda: cos’è accaduto di tanto grave fra il Cavaliere e il Professore da incrinarne i rapporti e da condurli ad essere agli antipodi l’uno dall’altro? Berlusconi non è mai cambiato. Chi ha simpatia per lui non esita ad affermare: è un fenomeno, e se si occupasse dei cazzi nostri con la stessa premura con cui si occupa dei suoi, sarebbe uno statista straordinario. Invece gli stanno a cuore solamente i suoi. Una fortuna per lui; un disastro per noi. Temo sia molto di più d’una battutaccia. Quanto a Prodi, la sua metamorfosi è un dato oggettivo. Da anticomunista si è trasformato in simpatizzante della sinistra massimalista, di cui peraltro non può fare a meno per resistere a Palazzo Chigi dopo esserci giunto grazie ad essa. Era un lucido economista legato ai principi del libero mercato ed è diventato un tifoso irriducibile dello statalismo. In un aspetto non è mutato: bigotto era e bigotto è. Ha finto di essere favorevole ai Dico, però li ha affossati. Fosse per lui, il divorzio andrebbe eliminato dalla legislazione. Da notare, Camillo Ruini fu promosso cardinale per intercessione di Romano, che fece pressioni sul cardinale Silvestrini, al tempo potentissimo. Come mai si batté perché fosse conferita la porpora all’arciprete Ruini? Semplice. Don Camillo celebrò le nozze del Professore con la Franzoni. A proposito di nozze. La moglie è parecchio influente su Prodi. Una moglie filocomunista. Basta guardarla per averne conferma. Il vero dramma però è un altro: la scomparsa di Andreatta, morto dopo un coma infinito, ha fatto perdere la bussola al premier, che non ha più avuto un referente di fiducia. Già. Andreatta era il suo mentore, la sua guida. Il suo senno. Prodi adesso è solo, e si vede a occhio nudo. Non sa più a che santo votarsi. A Bruxelles ha rischiato di essere una macchietta, come hanno scritto numerosi giornali inglesi. In Italia lo è. Vittorio Feltri