Corriere della Sera 14/06/2007, pag.24 Marco Imarisio, 14 giugno 2007
Due donne sparite nel nulla: il mistero del filatelico di Torino. Corriere della Sera 14 giugno 2007
Due donne sparite nel nulla: il mistero del filatelico di Torino. Corriere della Sera 14 giugno 2007. Torino. Eccomi, sono l’enigmatico Paolo. Si presenta così, con un sorriso che viene difficile da definire. L’uomo che siede al tavolino del bar di corso Cavour indossa un completo di ottima sartoria, al polso ha un orologio di elegante fattura ma non vistoso, capelli ben curati. E sorride, gli capita spesso. un bell’uomo di cinquant’anni, si chiama Paolo Stroppiana, lavora nel negozio sul marciapiede di fronte, «Bolaffi, filatelici e antiquari dal 1890», una istituzione torinese. Il filatelico che sorride, così l’hanno definito. A vederlo, con i suoi modi cortesi e distinti, viene in mente un film, «Il mistero von Bulow», dove Jeremy Irons interpretava con alterigia il conte Claus von Bulow, un aristocratico accusato di avere ucciso la moglie. Alla fine viene assolto, ma il dubbio rimane. Da una decina d’anni, Stroppiana è una sorta di Von Bulow torinese, protagonista di una vicenda alla Fruttero e Lucentini, borghesia e delitti, salotti e sospetti atroci formulati con stile e perfidia, solo che questa è vita vera, non un romanzo. E Marina Di Modica è davvero scomparsa la sera dell’8 maggio 1996, senza mai più tornare a casa. Aveva 39 anni, era figlia di un professore universitario, cattedratico di Chimica e presidente dell’Accademia delle Scienze, di mestiere faceva la logopedista. Gli amici hanno raccontato di una donna felice e infelice, alla quale non mancava nulla, ma soffriva in silenzio per il tempo che passava e la solitudine sentimentale. «Ore 18.30. Cena Paolo per francobolli». Marina era una donna ordinata, segnava tutto su una agenda. Nei mesi passati, rovistando nella soffitta, aveva trovato dei francobolli emessi negli anni Trenta in occasione del protettorato fascista sul Dodecanneso, e ne aveva parlato a un signore conosciuto a una cena, rappresentante della Bolaffi. Stroppiana, il Paolo della cena dei francobolli. All’inizio negò, poi raccontò di avere disdetto l’incontro e di essere rimasto a casa con la fidanzata di allora, che confermò. Non c’è il corpo, non ci sono più i francobolli, scomparsi con Marina, non c’è l’arma, non c’è neppure un movente. C’è soltanto il colpevole, il filatelico che sorride. La vicenda processuale ebbe un andamento ondivago. Il magistrato Onelio Dodero chiese l’archiviazione per Stroppiana. «Pur permanendo un sospetto dovuto alla condotta dell’indagato, non vi sono allo stato validi elementi probatori nei suoi confronti», scrisse. Il giudice per le indagini preliminari ordinò a sorpresa l’imputazione coatta. E molti ricordano la faccia stupita dello stesso Dodero quando, nel 2005, arrivò la sentenza. Omicidio volontario, ventun’anni di carcere. Dice Stroppiana: «Io capisco il dolore dei familiari di Marina. Ma cercando la verità, hanno costruito un falso atroce». La condanna fu il sigillo alla sua curiosa condizione esistenziale. Rimase a piede libero in attesa dell’Appello, che si sta celebrando in questi giorni. Ogni mattina è al suo posto in Bolaffi, continua a fare arrampicate sulla roccia, a leggere i suoi libri scientifici. Vita sociale, ristoranti e salotti. Aspetta. Si è abituato agli occhi addosso di una città che ama queste storie nere e sul suo conto ha sospeso il giudizio, anch’essa in attesa. «Lei è qui per capire se sono un assassino, lo so». Stroppiana ci convive. Non può fare altrimenti. «Non posso permettermi di mostrare emozioni. Devo essere freddo, razionale. E questo stato mi attira ancora di più il sospetto. Non c’è soluzione». Alberto Bolaffi, erede della dinastia, gli chiese di restare. Ma con parole che fissano la sua attuale condizione: «Se sei innocente, meriti solidarietà. Ma se sei colpevole, sei il peggiore degli uomini». Il filatelico, la logopedista, i francobolli dell’epoca coloniale, i salotti di Torino. Ci sono storie che contengono in se il mistero e allo stesso tempo definiscono un mondo. Paolo Stroppiana è già stato ripudiato una volta, da quel mondo. Il padre era un ingegnere, lo fece crescere in un ambiente ovattato, con bambinaia e donna di servizio al seguito. Dopo il liceo, lui entrò in Terza posizione. Finì in carcere, testimoniò ai processi per piazza Fontana e per la strage di Bologna, tornò a piede libero nel 1985, ragazzo padre e disoccupato. «La Bolaffi mi restituì una vita sociale soddisfacente». Poi è scomparsa Marina. Da allora, il sospetto, doppio, perché nella lista delle donne scomparse nel nulla a Torino figura anche Camilla Bini, ex collega ed ex fidanzata di Stroppiana. Adesso la sua vita appartiene a tutti. Ieri il Procuratore generale Vittorio Corsi, lo stesso della saga di Cogne, ha cacciato dall’aula le telecamere, perché qui sfileranno tutte le donne di Stroppiana. L’accusa intende farsi raccontare le abitudini sessuali dell’imputato, nel tentativo di dimostrare come le sue avventure erotico-sentimentali mal si sposassero alla tranquillità della logopedista, e in questo presunto contrasto di stili, la fretta contrapposta a un rifiuto, potrebbe esserci almeno la spiegazione del delitto. Una strategia che non esclude dettagli ginecologici, il pudore sabaudo ha imposto la chiusura delle porte. «Affinità con il protagonista del film di cui lei parla? Non so. Io non offro appigli. Sono gli altri che devono giudicarmi». Alla fine, Paolo Stroppiana non si è limitato ad accettare la sua condizione. Ne è diventato egli stesso prigioniero. Il suo status di piccolo mistero cittadino ha finito per piacergli. Quando chiede il conto al barista, si congeda così: «So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?» Marco Imarisio