Corriere della Sera 14/06/2007, pag.19 Guido Olimpio, 14 giugno 2007
L’insospettabile famiglia Mak Cinque spie cinesi in America. Corriere della Sera 14 giugno 2007. L’arma migliore delle spie del Dragone è la pazienza, nelle missioni all’estero non sono brutali come i russi dell’Fsb
L’insospettabile famiglia Mak Cinque spie cinesi in America. Corriere della Sera 14 giugno 2007. L’arma migliore delle spie del Dragone è la pazienza, nelle missioni all’estero non sono brutali come i russi dell’Fsb. Preferiscono usare i cinesi naturalizzati, persone che vivono da anni in Occidente. Figure insospettabili, come i cin- que della famiglia Mak, arrestata in California. Due coppie, avanti negli anni, un figlio con la funzione di corriere. L’indagine condotta dall’Fbi e dagli agenti della Ncsi – sì, propria quella della serie tv – ha dimostrato che la rete spionistica familiare ha carpito informazioni vitali. Sulla marina americana, sui sottomarini a propulsione nucleare, sui sistemi di comunicazione. Una «mietitura» di dati condotta con la precisione che solo i cinesi possiedono. A guidare le operazioni due ingegneri. Chi Mak, 66 anni, e la moglie Rebecca Chiu, di 63. Sfruttando il loro impiego presso compagnie che lavoravano con il Pentagono, saccheggiavano computer e archivi. Il materiale veniva poi trasferito su Cd-rom per essere inviato in Cina. Dove? Negli uffici del Dipartimento tecnologia della Sicurezza di Stato o – come sostengono altri – direttamente alla Divisione intelligence delle forze armate. Il ruolo di corriere era stato affidato a Tai Mak, altro ingegnere cinese naturalizzato americano. A fare da complici gli zii, anche loro da tempo in California. Il bello – o il brutto – è che nel 1996 il Pentagono aveva concesso il nulla osta di riservatezza al clan Mak. In questo modo potevano essere coinvolti in programmi sensibili riguardanti la Difesa. Nell’atto di accusa si precisa il numero: 200. Erano così sicuri della loro copertura che avevano pianificato il loro futuro. Se non li avessero scoperti si sarebbero ritirati ad Hong Kong. Invece devono vedersela con la Giustizia. Rebecca ha patteggiato tre anni. Poca cosa rispetto al marito Chi Mak: potrebbe beccare 45 anni di galera. L’unica consolazione è che non finirà sulla sedia elettrica come accadde per i coniugi Rosenberg. Il suo destino è simile a quello dell’ergastolano Aldrich Ames, alto dirigente Cia che passava segreti ai sovietici in cambio di denaro. Solo così poteva spendere nelle boutiques a Roma e mantenere la sua esosa amante sudamericana. Più parsimoniosi i Mak. Le loro vite tranquille dovevano proteggere grossi rischi. Una apparente normalità da immigrati scossa dalle scariche di adrenalina che avevano quando mettevano a segno i colpi. La loro storia è la rappresentazione perfetta della minaccia evocata da «Mr Z». Vecchio cacciatore di spie russe, dirottato nel 2005 sul «fronte cinese», il dirigente Fbi aveva avvertito: Pechino infiltra le comunità di immigrati, usa gli studenti, manda decine di «professori» a seminari o convegni. Con un solo obiettivo. Impossessarsi di segreti industriali e militari. Sono veri soldati dello spionaggio, schierati in gran numero sulla zona occidentale degli Stati Uniti. Perché è lì che si apre la Silicon Valley, zeppa di imprese dell’alta tecnologia. Ed è ancora lì che si iscrive la maggioranza degli studenti cinesi. Tra i 150 mila che frequentano le università americane si nasconde una robusta pattuglia di infiltrati. Le missioni affidate agli «ingegneri» rappresentano una variante alla trappola di miele. Belle ragazze orientali che incontrano «per caso» ufficiali o rappresentanti di industrie strategiche. Li fanno innamorare, si insinuano nelle loro vite e, infine, ottengono ciò che vogliono. Con le buone o con le cattive. Il funzionario può accettare di collaborare. Se resiste lo ricattano. I segreti dell’intimità mescolati a quelli della tecnologia. Alcova e microchips. Una tattica aggressiva impiegata molto in Europa ma soprattutto in Giappone, dove le prede preferite delle tigri cinesi sono i militari. Al punto che il Pentagono avrebbe espresso dubbi sull’opportunità di fornire a Tokio nuovi aerei da combattimento. L’Fbi così come la Ncsi sono convinte che a Pechino facciano gola i progetti per i jet invisibili. possibile che i servizi cinesi abbiano già messo le mani su informazioni tecniche top secret. A passargliele, un ex ingegnere d’origine indiana, Noshir Gowadia. Aveva accettato di aiutare Pechino cedendo notizie a peso d’oro. La molla non era solo fare soldi, bensì dimostrare che la sua società era all’avanguardia. Dal file passato ai cinesi poteva nascere un contratto per altre forniture. Prestigio e agiatezza per un immigrato che prima di fare fortuna in America – sosteneva la moglie – aveva dovuto lottare in un quartiere povero di Bombay. E per salvarsi l’anima raccontava del suo impegno in «campagne di beneficenza». La famiglia Mak si è difesa negando di aver compiuto atti illegali. «Facevamo normali scambi di informazioni con esponenti del mondo scientifico», è stata la loro tesi. In realtà a svelare la loro presenza sarebbe stata una talpa della Cia che stavolta ha fregato il Dragone. Guido Olimpio