Carlo Bonini, la Repubblica 14/6/2007, 14 giugno 2007
«Dibleve per Roberto Speciale», appunto. Come un attore, una rockstar, un calciatore. Se l´oggetto dice qualcosa della qualità e dello stile dell´ufficiale che l´ha commissionata, la morbosità che lo circonda racconta altrettanto dello stato emotivo in cui il Corpo si prepara all´avvicendamento, ormai deciso e formalmente legittimo, del nuovo comandante D´Arrigo
«Dibleve per Roberto Speciale», appunto. Come un attore, una rockstar, un calciatore. Se l´oggetto dice qualcosa della qualità e dello stile dell´ufficiale che l´ha commissionata, la morbosità che lo circonda racconta altrettanto dello stato emotivo in cui il Corpo si prepara all´avvicendamento, ormai deciso e formalmente legittimo, del nuovo comandante D´Arrigo. Se infatti è indubbiamente vero che Speciale continuerà ancora per un po´ e da «ex» a tenere sulla corda decine di ufficiali (dal grado di colonnello in su) di cui dovrà presto controfirmare le "note caratteristiche" (il profilo disciplinare e professionale da cui molto dipende un futuro avanzamento in carriera) per il periodo in cui è stato in comando, è altrettanto vero che lo spettacolo che martedì pomeriggio offriva il Comando qualcosa dice. In 50, generali in servizio e qualche pensionato (tra loro i fedelissimi del Comandante uscente: D´Amato, Iannelli, Fava e Cucuzza), hanno salutato Speciale spellandosi le mani nel sentirlo ripetere che lui «della trasparenza ha fatto ragione di vita». Hanno annuito compiaciuti nel vederlo tenersi lontano da parole o polemiche non consone all´uniforme. E il siparietto - come osserva un alto ufficiale in viale XXI aprile - appare lo specchio fedele di come il Corpo ha vissuto e metabolizzato «l´affare Visco». «Speciale non era per nulla amato - dice - ma sfido a trovare oggi un solo finanziere che non pensi tutto il peggio possibile del comportamento tenuto in questa vicenda dal governo. A cominciare dal modo con cui l´ha gestita. In fondo, il pasticcio del decreto alla Corte dei Conti e la cerimonia di avvicendamento revocata all´ultimo istante è soltanto la ciliegina su una torta già andata a male». Del resto, questa sprezzante eredità non si è depositata soltanto nelle gerarchie delle Fiamme Gialle. Ma anche nelle solitamente ovattate stanze della Corte dei Conti. L´11 giugno, mentre si accendevano i fuochi del Parlamento sul lavoro atteso dalla magistratura contabile in merito alla legittimità di un decreto di contestuale revoca di Speciale e di nomina di D´Arrigo, il presidente della Corte, Tullio Lazzaro, pensava bene di inviare una significativa lettera interna a tutti i componenti della Corte nelle loro rispettive sedi. Si legge: «Caro Collega, credo che tutti - ed io per primo - siamo in queste ore partecipi di una profonda amarezza che tutti ci colpisce e ci accomuna. Amarezza che nasce, prima di tutto, dalla constatazione che parte della stampa, sovente poco incline a parlare di noi quando ben meritiamo nello svolgimento delle nostre funzioni, ha ora un andamento alluvionale nell´occuparsi di una vicenda nota, non certo provocata dalla Corte, ma in cui si tenta di strumentalizzare la Corte stessa - probabilmente a fini di diatriba politica. Vicenda per la quale sono state proferite espressioni - quali riferite dai media - che qualificano e si attagliano solo a coloro che le hanno usate». Ce ne sarebbe già abbastanza, ma Lazzaro prosegue, in un crescendo di indignazione che deve sollecitare l´orgoglio del "Corpo" (questa volta magistrati, non finanzieri) e della sua appartenenza a fare fronte comune di fronte a uno spettacolo percepito come miserevole e persino minaccioso. «In questa vicenda sono state date indicazioni e fatti nomi di magistrati (quelli incaricati dell´esame di legittimità del decreto del governo e della sua registrazione ndr.), col risultato di poterne turbare il sereno giudizio. Si è cercato di processare un intero particolare sistema - previsto dalla legge - di reclutamento di magistrati i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno dato e danno all´Istituto un apporto prezioso». Quindi la chiusa che chiama a raccolta: «E´ però in momenti come questi che occorre tenere nervi saldi e, fermo restando la libertà di espressione di ciascuno quale cittadino, ricordare che il magistrato come tale - e quando come tale si qualifica - parla solo nelle sedi istituzionali e con la sobrietà e proprietà tipiche di una Magistratura superiore». Di sobrio, come si vede, non c´è stato nulla. Fuori e dentro il Parlamento. Fuori e dentro la Guardia di Finanza. Fuori e dentro la Corte dei Conti. E non c´è stato in nessun fotogramma di questa storia. Neppure nell´ultimo. Già il 12 giugno sera, infatti, Corte dei Conti e governo avevano raggiunto un accordo politico che doveva salvare la forma di quanto stava accadendo, ma, ancora una volta, ingannarne la sostanza. E l´accordo suonava così. La Corte avrebbe registrato un decreto che non poteva non registrare (e che però avrebbe potuto ben ritardare ibernandolo nei formalmente ineccepibili "tempi di legge", fissati in 60 giorni), ma soltanto dopo la cancellazione, su iniziativa del governo, della cerimonia di avvicendamento tra Speciale e D´Arrigo. E così sono andate le cose ieri. Sul terreno, va da sé, restano solo macerie. E, naturalmente, un´elegante e ora ricercatissima cravatta di seta blu. «Dibleve per Roberto Speciale».