Aldo Grandi, Lཿultimo brigatista, Bur, 2007, 215 pagine, 9,80 euro., 13 giugno 2007
Raffaele Fiore. Bari, 1954. Ex terrorista. Ex militante della colonna torinese delle Brigate Rosse, responsabile di alcuni dei reati ad essa imputati (tra cui l’omicidio del presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce e del vicedirettore de ”la Stampa” Carlo Casalegno), fece parte del nucleo delle BR che uccise la scorta di Aldo Moro il 16 marzo 1978
Raffaele Fiore. Bari, 1954. Ex terrorista. Ex militante della colonna torinese delle Brigate Rosse, responsabile di alcuni dei reati ad essa imputati (tra cui l’omicidio del presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce e del vicedirettore de ”la Stampa” Carlo Casalegno), fece parte del nucleo delle BR che uccise la scorta di Aldo Moro il 16 marzo 1978. Nome di battaglia ”Marcello”, arrestato nel 1979 e condannato all’ergastolo nei processi Moro uno e Moro bis, ha scontato trent’anni di carcere, attualmente è in regime di libertà condizionata e risiede a Sarmato (Piacenza), dove lavora presso la Cooperativa Sociale Futura. Non si è mai pentito né dissociato né ha mai rinnegato gli anni di militanza nelle Brigate Rosse. Non ha chiesto sconti o benefici. Quel poco che si sapeva di lui lo aveva detto, confessando, Patrizio Peci, suo compagno di colonna a Torino, finché non si è raccontato da sé ad Aldo Grandi (L’ultimo brigatista). Orfano. Figlio di un operaio e di una casalinga, primo di sei figli, inizia a lavorare a dieci anni come apprendista muratore, carrozziere, operaio all’Utragas, ai mercati generali come addetto al carico e scarico merci, finché i suoi non aprono un negozio di frutta e verdura e lui li deve aiutare. Abbandona la scuola dopo la terza media, ha quattordici anni quando muore il padre. A sedici si trasferisce a Milano per seguire un corso biennale per tornitore alla Breda, con obbligo di dormire in un convitto di orfani, tutti provenienti dal Sud. A Bari torna nel 1971, per il funerale della madre: "Tutti si aspettavano che non sarei più tornato a Milano. Ma io invece scelsi di rientrare. Vidi in questa decisione la prospettiva per un lavoro più organico e stabile". Il primo stipendio, dopo l’assunzione alla Breda, è di novantamila lire: "Li avrei ottenuti, magari, anche a Bari… ma io intravidi la possibilità di un miglioramento progressivo". Primo novembre. Organizza il primo sciopero durante il corso di tornitore, il giorno dei morti: "Eravamo tutti orfani, chiedemmo alla direzione del corso di farci almeno una messa prenotandola al convitto o, magari, da qualche altra parte. In sostanza chiedevamo una mezza giornata libera". Lo sciopero consiste nell’astenersi dall’andare a lezione. Seguono le proteste per il vitto scarso e di qualità scadente, la mancanza di acqua calda, il raro ricambio delle lenzuola. Per non far mandare a casa i compagni di corso che sono rimasti indietro, Fiore organizza per loro un doposcuola. Acciaio. Entrato in fabbrica è affascinato "dai grandi macchinari, torni e frese enormi, macchine a controllo numerico, magli che picchiavano forte per modellare l’acciaio incandescente facendo tremare il pavimento, forni che sputavano colate di acciaio". Ma presto il disincanto: "Operai che lavoravano da oltre trent’anni sulla stessa macchina ”innamorati” patologicamente del loro lavoro e della loro alienazione, operai che svuotavano damigiane di vino per resistere alle esalazioni delle colate, simili ai soldati della prima linea i quali, coscienti di essere carne da macello, si offuscavano la mente per andare al martirio, operai a corto d’udito, avevano i magli nella testa come gli ultras il pallone… Io quel lavoro per tutta la vita non l’avrei mai fatto". Immigrato. Entra nelle Brigate rosse nel 1973, tra le prime azioni incendiare l’auto di un dirigente alla Breda. "La mia vita, in generale, si svolgeva come quella di un qualsiasi immigrato a Milano. Abitavo in una casa-alloggio in Comasina, in periferia, dove pagavo il posto letto dodicimila lire al mese. Era una vita grama, mi stiravo io i vestiti, mangiavo sempre nella stessa trattoria a buon mercato con gli altri operai. Uscivo alle sei e mezzo per arrivare in fabbrica alle otto. Finivo alle diciassette e rientravo intorno alle diciannove. Avevo appena il tempo di lavarmi, masticare qualcosa e scambiare poche parole con i ragazzi di piazza. Oppure recarmi a qualche riunione politica. Prima di mezzanotte, infatti, dovevo rientrare in casa perché chiudevano la porta". Pacifista. Chiamato alla leva nel 1974, dopo pochi mesi è cacciato via. "E pensare che in occasione della visita di leva mi ero professato convinto pacifista e contrario all’uso delle armi!". Tornato a lavorare alla Breda, nel giro di poco tempo si trasferisce a casa di una compagna a Quarto Oggiero. Ha ventun anni quando accetta di andare in clandestinità: "Avevo la spregiudicatezza del ventenne… e avevo una grande fiducia in quello che sarei andato a fare. Non pensai neanche un istante che, nella realtà, le uniche prospettive che mi si sarebbero presentate da lì in avanti erano quella del carcere o il rischio, concreto, di morire. Avevo un’immensa fiducia nell’organizzazione. Credevo nei suoi programmi politici e nella rivoluzione. Ero convinto che saremmo riusciti ad aprire delle brecce nella società italiana, nei nostri rapporti internazionali, ero sicuro della validità del percorso, della sua giustezza". Torino. Nel 1975 si trasferisce a Torino, entrando nella colonna torinese, con uno stipendio di centocinquanta, duecentomila lire (più le spese relative ai trasporti e al carburante), ma presto si trova un’abitazione a Saint-Vincent, e comincia a fare il pendolare. Romanticismo. "La vita del clandestino era dura perché si è quasi sempre soli e ti devi autocontrollare. Raramente sei in casa con qualcun altro anche soltanto per scambiare due parole… All’inizio avevo provato anch’io una sorta di romanticismo andando in giro con la pistola, nessuno ti guarda, è vero, ma sei ugualmente una persona strana, diversa dagli altri,finisci per identificarti con il personaggio di un film, cioè, con qualcosa di non reale che hai visto o letto, ma non vissuto. Fu una fase di breve durata, anche perché il quotidiano è lungi dall’essere così avventuroso e non ha alcunché di romantico, anzi, è molto tedioso, ripetitivo e ciò che ti manda avanti è la scelta che hai maturato. Con il senno di poi si potrebbe fare una seria e approfondita riflessione sulla clandestinità nella metropoli occidentale in uno scontro concepito di lunga durata". Prime. La prima azione omicida a cui partecipa, è l’uccisione del presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, di anni 75, il 28 aprile 1977: "Non era l’azione in sé ad essere pericolosa, ma la rottura con tutto ciò che era il vissuto di ciascuno. Si azzeravano tutti gli sforzi fatti dall’umanità per riconoscersi in quanto tale; era come un ritornare agli albori del cammino dell’uomo, quando un essere non riconosceva l’altro come un suo simile, ma un animale come altri da cui difendersi, uccidere, mangiare. A ben vedere non si sono fatti molti passi in avanti su questo terreno. Si è solo cercato di normalizzarlo delegando la vita e la morte degli altri al potere. Ecco, noi in quello frangente vedevamo gli altri non come uomini, ma come potere a cui togliere la delega". Emozioni. Il 16 novembre 1977 è lui ad uccidere Carlo Casalegno, vicedirettore della ”Stampa”, con una pistola a rotazione d’ordinanza russa, la nagant modello 1895 calibro 7,62: "Oggi mi capita di ripensare a quel giorno, come agli altri, cerchi, ovviamente, di rimuoverli, altrimenti staresti sempre male. In carcere questo tipo di attività, di guardarsi indietro e di rielaborazione, è stata più lunga. Poi devi trovare un modo per conviverci e andare avanti. Non puoi rielaborare continuamente i travagli vissuti allora, perché sono distruttivi per il singolo individuo… Finisci per massacrare il tuo universo emozionale, nel senso che appiattisci l’emozione e assumi una forma di cinismo che altro non è se non un meccanismo di difesa che ti porta a non provare più nulla davanti a qualsiasi situazione. come se tu massacrassi il campo dei sentimenti, diventi arido ed è una delle forme per resistere. Distruggi, in sostanza, le tue sensazioni. passata molta acqua sotto i ponti e per poter andare avanti hai distrutto alcune parti di te stesso". Ipocrisia. "Io non ho mai voluto avere rapporti con i familiari delle vittime perché lo ritengo inutile e ipocrita. Che cosa puoi dire a una persona a cui hai rubato gli affetti se non le solite parole di circostanza che sono legate a dei cliché sempre uguali? Inoltre con coloro che abbiamo ammazzato non avevamo alcun tipo di rapporto diretto. Il mio, il nostro era un legame politico. Per noi erano dei simboli, degli obiettivi politici e non personali". Svaghi. "I nostri piccoli svaghi erano rappresentati dal cinema o da qualche cena al ristorante o in pizzeria. Il sabato e la domenica si andava nelle strutture esterne, abitazioni affittate appositamente per il fine settimana nei cosiddetti luoghi di villeggiatura. Contemporaneamente alla riunione di colonna, ti svagavi un po’, facevi due passi, mangiavi un gelato, magari d’estate tiravi anche due calci al pallone. Niente sale da ballo, però, ascoltavi la musica o la guardavi in televisione. I divertimenti classici erano minimi… Non facevi una vita monastica, ma nemmeno ti divertivi un granché. Ad esempio non andavi in giro a cercare di corteggiare una ragazza. Tutti i legami con il mondo esterno erano pericolosi, quindi anche le storie d’amore finivi per costruirle dentro l’organizzazione". Patrizio Peci. Marchigiano, classe 1953, compagno di colonna di Fiore, fu il primo pentito delle Br (arrestato nel 1980, collaborò col generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e con il giudice Giancarlo Caselli). Stimato poco da Fiore, lo ricambia così: " un tipo corpulento, alto, abbastanza brutto, con dei segni sulla faccia e un nasone per cui lo si chiamava, appunto, Nasone o Pluto… Comunque guai a chiamarlo così in faccia, perché oltretutto si sapeva che era un tipo piuttosto manesco: prima di entrare nell’organizzazione, almeno. Faceva lo scaricatore al mercato ortofrutticolo di Bari e si vantava sempre che in mattinata si faceva fuori una cassetta di arance. Aveva delle mani e dei piedi enormi: quella famosa impronta gigantesca che si è trovata sulle macchine durante il sequestro Moro era la sua. Oltre che mangiare gli piaceva molto bere. Beveva tantissimo, anche se non da essere ubriaco di contiuo. Se uscivo con lui, la mattina, per prima cosa si andava in una bettola per un panino e un bicchiere di vino bianco. Poi lui si faceva anche due o tre aperitivi, e a tavola due bottiglie di vino, e poi anche tre o quattro grappe" (in Io l’infame, a cura di Bruno Giordano Guerri). Mitra. Nell’agguato di via Fani, in cui fu rapito Moro e uccisa la sua scorta, Fiore aveva il compito di uccidere l’autista, Domenico Ricci, ma il suo mitra, un M12, si inceppò, e non funzionò neanche quando cambiò il caricatore, l’autista tentò di fare manovra, avanti e indietro, a destra e a sinistra, finché Valerio Morucci non lo freddò. Con lo stesso M12, invece, portò a segno l’omicidio di due guardie ventenni del carcere delle Nuove a Torino, Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, il 15 dicembre 1978. Arresto. Arrestato il 17 marzo 1979 perché sorpreso con un’auto piena di armi, fu condannato per direttissima a tre anni e mezzo. Le accuse per il sequestro di Aldo Moro arrivarono dopo le dichiarazioni rese da Peci nel 1980. Operai. "Ripensando a quel tempo e ricordando i molti con cui ho diviso quegli anni, ho notato con piacere che in larga maggioranza eravamo tutti operai, un po’ scarsi di strumenti teorici, ma molto incazzati e con una forte coscienza di classe". Perdono. Non ha mai chiesto perdono ai familiari delle vittime dei suoi omicidi, neanche su sollecitazione dei giudici: "Ritengo che gesti di quella natura siano di nessuna utilità. Forse alle persone che li ricevono possono anche far piacere, ma non è questo il punto. Io l’esperienza della lotta armata l’ho fatta e ci sono stato dentro. La rivendico anche se oggi l’ho superata criticamente e se potessi tornare indietro certe scelte non le rifarei. Però, anche se può apparire paradossale, quando abbiamo ucciso noi non ce l’avevamo con le persone in quanto tali". Alvaro Loiacono. Milano, 1955. Ex terrorista. Dopo la militanza in Potere operaio entrò nella colonna romana, con nome di battaglia ”Otello”. Figlio di Ornella Baragiola, originaria del Canton Ticino, ha ottenuto la cittadinanza elvetica nel 1986 ed evitato così l’estradizione. Condannato in contumacia a sedici anni di reclusione per l’omicidio, nel 1975, dello studente greco di destra Mikis Mantakas (risalente alla militanza nella estrema sinistra romana), è stato giudicato dalla giustizia ticinese e condannato a diciassette anni, nel 1990, per l’omicidio del magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia (ammazzato a Roma inviale delle Milizie il 10 ottobre 1978). Dopo nove anni di detenzione, Loiacono ha ottenuto nel 1997 la semilibertà, fuori al mattino e dentro la sera, per seguire corsi di giornalismo, e nell’ottobre 1999, scontati i due terzi della pena, è tornato in libertà. Nel 1997 è stato condannato con sentenza definitiva nel processo Moro quater per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Il 2 giugno 2004 è stato arrestato su una spiaggia della Corsica, a Calvi, dove si trovava in vacanza (nella villa della madre), su ordine delle autorità italiane. Posto in stato di carcerazione preventiva in attesa di estradizione, è stato scarcerato l’11 ottobre dello stesso anno per decisione della Corte d’Appello di Bastia, che ha respinto la richiesta avanzata da Roma. Coniugato con una cittadina elvetica, padre di due figlie, porta ancora tatuata sulla mano sinistra una stella nera a cinque punte. Alessio Casimirri. Roma, 1951. Ex terrorista. Figlio di Maria Ermanzia Labella, cittadina vaticana (il nonno materno, Tommaso ricoprì la carica di segretario della Santa Sede per quasi cinquant’anni, fino al 1957), e di Luciano Casimirri, capo dell’ufficio stampa dell’Osservatore Romano sotto Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Alessio stesso prese la prima comunione da Paolo VI. Dopo una militanza in Potop e in altre formazioni della estrema sinistra romana, entrò a far parte delle Brigate Rosse col nome di battaglia ”Camillo”, e tra la fine del 1979 e l’inizio del 1980 abbandonò l’organizzazione con la moglie Rita Algranati (nome in codice ”Marzia”). Tra il 1982 e il 1983, dopo aver vissuto da latitante in Libia e a Cuba, fuggì in Nicaragua dove vive tuttora, a Managua. Non ha mai divorziato dalla moglie (arrestata nel 2004), ma cionostante si è risposato nel 1986 con Raquel Garcia Jarquin, nicaraguense, con cui ha avuto due figli, acquistando così la cittadinanza nicaraguense e sottraendosi all’estradizione nonostante le reiterate richieste da parte dell’Italia. Condannato per il sequestro Moro e per altri attentati terroristici, è stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter. Sommozzatore esperto, diplomato Isef, Alessio Casimirri si dedica in Nicaragua alla pesca e alle immersioni. Cooptato dagli uomini di Daniel Ortega nella lotta per respingere l’attacco dei Contras e delle forze controrivoluzionarie, pare che sia diventato anche istruttore degli incursori dell’esercito sandinista. Ha aperto un ristorante in pieno centro di Managua, con l’insegna ”Magica Roma”, in società con l’ex capo della polizia René Vivas e con un altro fuoriuscito, Manlio Grillo – ex militante di Potere Operaio, condannato per la strage di Prima Valle -. Gli affari andavano così bene che ha aperto, da solo, un altro locale, ”La cueva del Buso” (la grotta del sub), al chilometro 13 della Carretta do Sur, sulla strada che dalla capitale porta a El Crucero. Nel 1988 ha rilasciato un’intervista a ”Famiglia Cristiana”, registrata dalla madre Ermanzia, che ha seguto la lista di ventitré domande formulate dal direttore Montonati, a cui ha consegnato la bobina e una foto. Nel corso dell’intervista, tra l’altro ammette la sua partecipazione all’agguato di via Fani ("Ebbi un ruolo di partecipazione diretta, ma questo potete chiederlo all’ufficio politico della questura di Roma, che, probabilmente, è bene informato"), e auspica l’uscita dal carcere dei compagni, in modo che possano contribuire a un dibattito sugli anni di Piombo, per superare quella fase storica, senza "nessuna pressione o ricatto giudiziario". "Non mi riconosco in nessuna categoria, cioè pentito, dissociato, irriducibile, anzi rifiuto questa divisione imposta come tentativo di esorcismo storico. un dato di fatto che oggi una fase politica e sociale è conclusa in Italia" (dall’intervista a ”Famiglia Cristiana”).