Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 14 Giovedì calendario

Nel nome del padre. Panorama 14 giugno 2007. Margherita Agnelli de Pahlen, unica figlia dell’Avvocato, è una donna timida per carattere, pudica e riservata per educazione: lo «stile Agnelli», sul quale ha fondato la sua esistenza, per lei prevedeva di crescere i figli, organizzare le feste e, soprattutto, prevedeva il silenzio

Nel nome del padre. Panorama 14 giugno 2007. Margherita Agnelli de Pahlen, unica figlia dell’Avvocato, è una donna timida per carattere, pudica e riservata per educazione: lo «stile Agnelli», sul quale ha fondato la sua esistenza, per lei prevedeva di crescere i figli, organizzare le feste e, soprattutto, prevedeva il silenzio. Deve esserle dunque costato uno strappo nell’anima quell’atto di citazione nei confronti di Gianlugi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron portato alla ribalta dalla prima pagina del Wall Street Journal. Ma a 52 anni Margherita Agnelli de Pahlen si è ribellata alla cappa di silenzio che ha sempre avvolto la sua vita. E ha deciso di uscire allo scoperto. Panorama la incontra nel suo ufficio di Ginevra, un luogo asettico di lavoro lontano dalle zone d’ombra, dai segreti, dalle cose non dette, dai mormorii che le grandi case di famiglia portano dentro di sé. Veste semplicemente: un abito chiaro con giacca di lana a stemperare il freddo di questa strana primavera. Nessun gioiello: non li indossa praticamente mai. determinata, ma non c’è astio nelle sue parole; piuttosto, talvolta, un dolore, una malinconia acuta per una famiglia forte e unita che ha saputo essere felice. Come ogni altra famiglia, forse più di ogni altra famiglia. Si può soffrire per i quattrini di un’eredità: difficile pensare però che questo sia il caso di Margherita Agnelli de Pahlen. Lo ha spiegato senza tanti giri di parole il suo avvocato, lo spiritoso e colto Charles Poncet: «Non è questione di soldi» ha dichiarato al Giornale. «Siamo a livelli che le decine di milioni di euro non cambiano la situazione». E poi, va bene i soldi, gli immobili, le opere d’arte, ma si soffre infinitamente di più per gli affetti profondi e veri, per una lontananza cara, per un dialogo non trovato. C’è l’integrità dell’amore nella scelta di uscire allo scoperto fatta da Margherita Agnelli de Pahlen. La malinconia monta quando parla del padre Gianni o del fratello Edoardo. E sfiora le lacrime. Perché il senso della famiglia e della sua unità, dell’equità e della trasparenza, è quello che ha messo in moto tutta questa storia. «Non esiste alcun dissidio familiare, non è in corso nessuna guerra fra gli Agnelli» è la prima frase che scandisce Margherita Agnelli. «Lo ripeto: mi mancano le informazioni. Non ho mai ricevuto, nonostante le ripetute richieste, i dettagli sul patrimonio che ha lasciato Gianni Agnelli. Chiedo solo (io che sono, insieme con mia madre, l’unica erede diretta) la situazione patrimoniale che ha lasciato mio padre perché non l’ho mai avuta. Non sono arrabbiata con nessuno, nemmeno con le persone citate nell’atto: dico solo che è ora di mettere le carte in tavola». Andiamo con ordine. Il 24 gennaio 2003 muore suo padre... E qualche tempo dopo, se non ricordo male il 30 gennaio, chiama l’avvocato Grande Stevens e mi dice che il giorno dopo si sarebbe tenuta una riunione da mia madre. Il fatto era che lui aveva già aperto la cassaforte, che era già stato aperto l’asse ereditario. E che io non ero presente. Scusi, non gli ha chiesto come mai tutto questo era stato fatto senza di lei, l’unica figlia dell’Avvocato? Certamente gliel’ho chiesto. E lui? Ha risposto che la mia presenza non era necessaria. Poi c’è stato dell’altro. Il 24 febbraio, per esempio, nello studio del notaio Morone, quando le vennero presentate le schede testamentarie di suo padre. E lei, contrariamente a sua madre Marella, rifiutò di firmare. Non firmai perché non mi vennero mostrate le carte che descrivevano lo stato patrimoniale di mio padre. Non capivo, non mi venivano forniti gli elementi per capire e, dunque, non firmai. Chi c’era nello studio del notaio? Oltre al notaio, io, mia madre, mio figlio Jacki, Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e due testimoni. E tutti compresero la sua decisione? No. Gabetti mi disse, testualmente: «Lei non è degna di essere la figlia di Gianni Agnelli e non è degna di farne la volontà». Poi se ne andò. E Grande Stevens? Colse l’occasione: sostenendo che c’era un dissidio tra me e mia madre (dissidio che non c’è mai stato) rinunciò all’incarico di esecutore testamentario. E dunque chi è oggi l’esecutore testamentario? Che io sappia, nessuno. Lei a quel punto che cosa fece? Chiamai mio zio Umberto. Con lui e con Jacki rivedemmo insieme il documento e anche mio zio trovò opportuno che si riequilibrasse, anche formalmente, l’asse ereditario fra tutti gli otto fratelli, non importa se portassero come cognome Elkann o de Pahlen. Capisco che per lei, madre, siano tutti uguali. Ma i ragazzi, fra di loro, si considerano «fratelli»? Loro sono fratelli. Come fratelli sono cresciuti insieme. Quando cominciò la vita con il mio secondo marito, Serge de Pahlen, Jacki aveva 6 anni, Lapo 5 e Ginevra 3. Gli otto bambini sono cresciuti assolutamente insieme. Hanno giocato, litigato, condiviso tutto come succede tra fratelli. I maschi impazzivano per lo skateboard e lo condividevano, a turno, a seconda di quale salto o peripezia si erano inventati. Eravamo rimasti all’incontro tra lei, Jacki e Umberto. Grazie alla mediazione di suo zio e a un lungo lavoro di avvocati, si arrivò all’accordo del 2004, quando lei uscì dalla Giovanni Agnelli & C. Sapaz, l’accomandita che è un po’ la cassaforte di famiglia e dalla quale discende il controllo della Fiat. Distinguiamo. La questione della Dicembre (la società della quale facevano parte Gianni, Marella, Jacki e Margherita e grazie alla quale erano soci dell’accomandita, ndr) venne risolta in fretta. Ci fu poi una seconda fase, molto dolorosa, caratterizzata da una palese manovra per mettere me e mia madre una contro l’altra. Chi erano gli ispiratori di questa «manovra»? Veda lei. Oggi c’è un atto di citazione con dei nomi. Dunque i protagonisti di oggi (Gabetti, Grande Stevens, Maron) sono gli stessi di allora? Veda lei. Ma comunque quell’accordo del 2004 doveva essere un «compromesso tombale». Non vedo alcuna pietra tombale sopra di me. Sta dicendo che lei lo disconosce? No. Non rinnego nulla. Ripeto solo che è mio diritto e dovere conoscere la consistenza del patrimonio di mio padre, dove si trova, come è stato gestito, la storia che ci ha portato fino a oggi. Non si firmano accordi al buio, prima o poi bisogna fare chiarezza. Sono comunque passati tre anni da allora. Perché uscire allo scoperto proprio oggi? In questi anni ho chiesto in tutti i modi le risposte a queste domande. Non mi è mai stato risposto. C’è una goccia che ha fatto traboccare il vaso? Ce ne sono state diverse. Per esempio mi è arrivato un mandato di pagamento da un conto della Morgan Stanley a conguaglio dell’eredità immobiliare. Solo che non era indicato di chi fosse quel conto, chi avesse ordinato quella transazione. Era un conto riconducibile a mio padre? Chi lo sta gestendo? Ho chiesto chiarimenti alla banca e il 13 aprile mi è arrivata la risposta scritta: «Il titolare del conto consiglia di non darvi alcuna informazione». Ma come? E chi è il titolare del conto? Torniamo all’atto di citazione, nel quale compare anche il nome di sua madre Marella... Ribadisco, compare solo per necessità tecnico- giuridiche. Non c’è alcun dissidio fra di noi. E poi c’è chi sostiene che con questo gesto lei stia mettendo a repentaglio la posizione di suo figlio Jacki in Fiat. Pure invenzioni. Innanzitutto qui non c’entra la Fiat: c’entra la chiarezza sul patrimonio personale di mio padre. E poi le sembra possibile una donna che si mette contro la sua stessa madre e contro il suo figlio primogenito? Ma nemmeno nelle tragedie greche si era arrivati a immaginare tanta follia. Queste cose ve le siete dette in famiglia? Il problema non esiste e fra pochi giorni ci incontreremo, anche con mio figlio e mia madre. Ma non appositamente per parlare di questo. Ci vedremo perché ci vediamo regolarmente. La vita continua ed è la stessa di prima. Nessun dissidio. In questi giorni, come sempre, ho sentito i miei parenti. Ho parlato con zia Susanna, con Allegra (la vedova di Umberto, ndr), con zia Cristiana... Tutto come sempre. Diverso il caso con Gabetti, Grande Stevens e Maron. Sono tre persone che hanno fatto grandissime cose per la famiglia, per l’azienda, per il Paese. Ma, forse perché di un’altra generazione, figli di un’altra Italia e di una Torino diversa rispetto a quella di oggi, ritengono, in buona fede, che una donna non debba guardare dentro i conti. E invece no. Del resto questi sono i grandi insegnamenti di mio padre: senso dell’onestà, della trasparenza, la correttezza, la lealtà, soprattutto la famiglia. Mi sta dicendo che ha fatto questo in nome di suo padre? Mio padre aveva un senso fortissimo della giustizia, dell’equità all’interno della famiglia. So che aveva lasciato direttive chiare e precise, che ora non vedo applicate. Eppure, nel caso di Gianni Agnelli, tutti parlano di un padre per lo meno assente. Non è vero. stato presente come tutti i padri della sua generazione, per i quali la crescita dei figli era compito esclusivo delle donne. Ma di lui conservo tanti ricordi di tenerezza. E li tengo ben stretti. A dir la verità l’unico episodio che si racconta del rapporto con suo padre fu la volta che lei gli si presentò con i capelli rasati a zero... Lui stava leggendo il giornale. Alzò appena lo sguardo e mi disse: «Se credi di impressionarmi, hai proprio sbagliato». E riabbassò lo sguardo sul giornale. Io però non lo avevo fatto per lui. E comunque non sono questi i ricordi di cui parlavo. Ricordo con nostalgia i suoi rientri a casa: noi eravamo piccoli e spesso si metteva a giocare a palla con noi. E poi, quando ero più grande, le giornate passate insieme a girare per gallerie d’arte. O, d’estate, con le gare di tuffi dalla barca: Agneta è quella che ho amato di più. Però tutti dicono che, forse in quanto femmina, lei fosse la sua preferita. Diciamo che tra noi c’era una grande affinità. E suo fratello Edoardo ne soffriva... Lui aveva la preferenza della mamma. Voi fratelli eravate molto uniti... Sì, eravamo legatissimi. Edoardo aveva qualità impensabili, una sensibilità acutissima e rara. In che modo continua a ricordarlo? A Torino, nel 2006, ha iniziato a funzionare una casa-famiglia per i bambini di strada: i meniños da rua non sono un fenomeno soltanto brasiliano, sono nelle nostre strade, davanti ai nostri portoni. E non sono soltanto extracomunitari. Con Edoardo ne parlavamo spesso, li vedevamo e non volevamo chiudere gli occhi. Dopo la morte di mio fratello si presenta da me il suo amico, Alberto: aveva un progetto per una casa-famiglia, ma non riusciva a partire. Ho sentito che dovevo fare qualcosa, lo dovevo a Edoardo. In collina a Torino c’era un immobile di mia proprietà, precedentemente appartenuto a mio fratello. Poteva essere la sede. Ho chiesto ad Alberto di farmi avere un piano dell’operazione e un elenco di persone per lo staff. Tempo un mese mi fece avere un progetto perfetto e la segnalazione di un gruppo di persone straordinario. A quel punto ci rivolgemmo al sindaco di Torino, che rimase entusiasta all’idea. Insomma, tutto è filato liscio e la casa-famiglia è partita in tempo record: un miracolo. Un miracolo che ha compiuto mio fratello, da lassù. E sempre a poposito di famiglia, la casa funziona con energia pulita grazie alla collaborazione di Laura Collobiano, una mia cugina. Non è l’unico esempio del suo impegno per il sociale. Nel 2000, insieme con Jean-Philippe de Schrevel, Cédric Lombard e Melchior de Muralt, ho fondato Blue Orchard, società di investimento nelle aziende di microcredito che operano nei paesi in via di sviluppo. Dal mio punto di vista si tratta di un fatto di eticità nel rapporto con il denaro: aiutiamo le donne nei loro paesi d’origine, così che non siano obbligate a emigrare mettendosi nelle mani dei trafficanti di uomini e diventando parte di quell’umanità senza diritti che vediamo vagare nei nostri paesi. In genere prostitute, alle quali hanno strappato il passaporto e la dignità. Il microcredito permette alle donne di avere i soldi, a volte ne bastano davvero pochi, per iniziare un’attività a casa loro. Le società di microcredito li prestano e, anche se a molti sembra incredibile, vengono restituiti nel 99,9 per cento dei casi. Perfino nei paesi dove sono consuete l’intolleranza e la malaonestà.  andata sul campo a seguire alcuni di questi investimenti? Nel 2004 sono stata in Serbia, Bosnia e Montenegro, dove ho visto casi di straordinaria volontà e dignità. Donne vedove in seguito alla guerra o il cui marito era rimasto mutilato e che, in condizioni terribili, stanno facendo la loro parte nella ricostruzione. Presto, poi, partirò per la Mongolia e la Cina, un paese che cresce del 10 per cento l’anno, che crea una ricchezza incredibile ma che mantiene le campagne in una povertà d’altri secoli. Là c’è molto da fare. E poi c’è l’impegno culturale. Che non è disgiunto da quello sociale. Supporto un importante progetto, il Golden rules of dialogue, promosso da un board accademico del quale fanno parte, fra l’altro, l’Università di Harvard, quella di Ginevra, quella di Mosca. Scopo del programma è facilitare e promuovere il dialogo tra diverse culture e religioni. Di questi tempi mi pare un impegno prioritario. Per concludere: lei ha scritto una poesia che a un certo punto recita: «Quando tutto sarà finito ci saranno rivolte due domande: hai amato? hai saputo perdonare?». Anche se tutto non è ancora finito, come risponderebbe lei oggi? Il perdono a volte è difficile da raggiungere. Ma ci si può arrivare. Gianluca Beltrame