Giancarlo Dotto, La Stampa 11/6/2007, 11 giugno 2007
Curiosando nell’attesa l’occhio casca, e trovandoci nella tana romana di Dario Argento sarà il caso di chiarire che si tratta di una metafora, dalle foto alle pareti della figlia Asia a un saggio in lingua francese «Crime designer» dedicato al regista italiano «maestro incontestato della pulsione criminale» e a un esagerato tomo in brossure dal titolo «Il meccanismo della paura nel cinema di Dario Argento», tesi di laurea di uno studente modenese
Curiosando nell’attesa l’occhio casca, e trovandoci nella tana romana di Dario Argento sarà il caso di chiarire che si tratta di una metafora, dalle foto alle pareti della figlia Asia a un saggio in lingua francese «Crime designer» dedicato al regista italiano «maestro incontestato della pulsione criminale» e a un esagerato tomo in brossure dal titolo «Il meccanismo della paura nel cinema di Dario Argento», tesi di laurea di uno studente modenese. Che racconta tra l’altro le sue fantasie prima dell’incontro con l’idolatrato maestro: «E se una volta a casa sua mi macella a sangue freddo e ci fa poi sopra uno snuff movie?». Moran Atias, più che avvenente modella israeliana e tremenda Mater Lachrymarum nel suo ultimo film, non si discosta in quanto a immaginario: «Ero terrorizzata, temevo d’incontrare un mostro e invece ho scoperto un maestro». Potenza e fragilità dei luoghi comuni. Dario Argento non odora di zolfo, è un uomo gentile, religioso, di una semplicità disarmante, che sotto la superficie minimalista cova un sottosuolo da brivido, l’esemplificazione fatta pelle e ossa che si può essere Dario Argento senza il bisogno di sapere perché si è Dario Argento. Uomo di poche parole e di tanto stile che, come nei suoi film, è riconoscibile dopo un minuto e mezzo che lo frequenti. A settembre sarà presentato in anteprima a Roma alla festa veltroniana del cinema «La Terza Madre», il suo ultimo film che chiude la trilogia di «Suspiria» e di «Inferno». Dario Argento dunque, un mostro o un maestro? «Nessuno dei due. Non me ne frega niente di smentire questa banalità secondo cui l’uomo dovrebbe coincidere con l’artista. Agata Christie era una gentile signora che scriveva i suoi terribili romanzi nella souplesse più assoluta, distesa nella vasca da bagna con l’acqua calda». Si può essere esperti della pulsione criminale senza essere criminali. «Riesco a parlare bene con il mio lato oscuro. Lo considero un privilegio. Dirò di più, trovo felicità nel farlo, senza che ciò provochi dei danni a me o al prossimo. Non escludo di essere schizofrenico…». Una psicosi non scatenata si potrebbe chiamare. E molto ben deviata. «Già da giovanissimo, seduto in un cinema mi sentivo dentro il mio mondo. Senza il cinema sarei forse diventato quel mostro che la gente si aspetta. Ma a salvarmi sono state le mie due figlie, Asia e Fiore. Senza di loro sarei finito malissimo. Avrei ceduto alle cattive tentazioni, tutte queste mignotte che girano nel cinema, a certa mia tendenza per le scelte estreme». Nulla di conturbante da regalare al suo pubblico, traumi, incubi, perversioni? «Un’infanzia felice, ho persino fatto il boy-scout. Non ero nemmeno un bambino morboso. Sono una persona mite che a volte si meraviglia delle proprie fantasie. Sono state alcune letture che mi hanno cambiato la vita. Complice una febbre maligna, a 11 anni ho scoperto i racconti dell’immaginario di Edgar Allan Poe. Fui completamente assorbito da quelle atmosfere». Dario Argento e la psicoanalisi. «Ho studiato con devozione Sigmund Freud. Una volta l’anno visito la sua casa, l’unica strada in salita di Vienna. L’ho fatto amare a George Romero che non lo conosceva. ”La sindrome di Stendhal” è ispirato alla visita di Freud al Partenone». Tre nomi: Alfred Hitchcock, Roman Polanski e Brian De Palma. «Devo molto a quel genio assoluto di Hitchcock. Roman è un amico, mi specchio molto in lui, è un uomo allegro, pieno di intuizioni. E’ stato bello ritrovarlo a Cannes. De Palma? Un manierista. E lui che deve qualcosa a me. Diciamo che si è spesso ispirato al mio cinema». Un plagio più che un omaggio? «Si omaggiano gli autori di quarant’anni prima non i contemporanei». A proposito di tenebrose fantasie. In una intervista di qualche anno fa lei sosteneva un concetto oggi non così stravagante alla luce di certi fattacci recenti, l’uso dell’ombrello come arma. «Mi capita di avere delle visioni che poi risultano profezie. Si parlava di difesa personale e di mia figlia Asia che girava con un coltello in tasca per le strade di New York. Molte vecchiette americane usano l’ombrello come arma potenziale». Si commuove quando vede Asia così somigliante al padre? «Mi commuovo quando ci parlo e riscontro certe affinità. Ho un flash. Io e lei bambina in macchina in viaggio per le vacanze. Sa quegli stati di trance? A un certo punto mi rendo conto che sto parlando da quasi un’ora a una bambina di dieci anni come fosse un adulto. Asia è diventata adulta molto presto». Ragazza inquieta e un po’ anche inquietante. «Asia ha certamente una doppia personalità. C’è il suo lato trasgressivo, quello più conosciuto. Ma c’è poi una ragazza tenera, delicata. Come artista ha grandi margini di crescita». Un suo film da buttare? «Dopo aver girato ”Opera” sono stato depresso per mesi, tra l’altro era morto mio padre mentre stavo sul set. Sono partito da solo per un viaggio, l’India e poi Los Angeles dove incontro un noto critico inglese che mi abbraccia e mi fa: ”Straordinario il tuo ultimo film”. Ero convinto di aver fatto una cagata. Sono guarito all’istante». Lei è molto popolare all’estero, in America, in Francia ma anche in Giappone. «E’ la prova che non baro. Non faccio cinema di plastica o cinema nostalgico alla Tornatore. Racconto fantasmi che non hanno geografia, sono nel vissuto di tutti». Quentin Tarantino ha stroncato il cinema italiano di oggi. «Condivido anche se lui è troppo sprezzante. Mi ha molto irritato piuttosto la replica offesa e corporativa di Bellocchio. In Italia facciamo un cinema intimista, autobiografico e trovo insensato l’entusiasmo per certi incassi. A fare botteghino sono Scamarcio, i film di Natale o quelli tratti dai libri di Moccia». Ha un alter ego con cui spartire le sue fantasie? «Sono sempre stato un solitario. Mi piaceva conversare di cinema con Sergio Leone, un uomo intelligente con il quale scambiavamo anche lunghi silenzi. Parlo volentieri anche con Bernardo Bertolucci. Abbiamo collaborato nella sceneggiatura di ”C’era una volta il West”. E’ stato bello incontrare nei giorni scorsi Padre Gabriele Amorth, l’esorcista, un uomo molto interessante». Di cosa avete parlato? «Ci siamo scambiati opinioni sul Maligno, tra un indemoniato e l’altro. Lui lo incontra tutti i giorni il diavolo, protetto dal manto della Madonna. Sostiene che il satanismo si sta diffondendo molto in Italia. Io sono dubbioso, so che c’è il male ma non so da dove venga». Pochi sanno di Dario Argento credente e praticante. «Vado spesso in chiesa, mi piace partecipare, pregare, mi piacciono i cori, la liturgia. Nessuna contraddizione. Molti pittori medioevali raccontavano il male per educare al bene. Ma sono un cattolico critico. Vengo dal partito comunista, sono stato divorzista e abortista, non sono tempi felici per la Chiesa se penso a Ratzinger». Ha girato molti dei suoi film a Torino, incluso l’ultimo. «Non me ne frega niente della Torino esoterica. Mi piace la sua architettura, mi piace girare per le sue strade, i suoi cortili, le scale, i palazzi. E’ uno straordinario set naturale». Il Boris Karloff della politica italiana. «Ignazio La Russa, una faccia da torturatore. E poi Calderoli, il demonio». Clicca sull immagine per ingrandirla Clicca sull immagine per ingrandirla Stampa Articolo