La Repubblica 17/05/2007, Piero Colaprico, 17 maggio 2007
La Repubblica, giovedì 17 maggio 2007. Brescia. Le perizie hanno stabilito che è capace di intendere e volere e non sarà un semplice sbattere delle palpebre a far cambiare parere agli psichiatri
La Repubblica, giovedì 17 maggio 2007. Brescia. Le perizie hanno stabilito che è capace di intendere e volere e non sarà un semplice sbattere delle palpebre a far cambiare parere agli psichiatri. Ma ieri pomeriggio, quando alle 17.40 entra la corte d’assise e risuona la parola «ergastolo», Guglielmo Gatti, appena condannato al carcere a vita, sembra trasformarsi. Ascolta le parole e il tono severo del presidente Enrico Fischetti. E tenere gli occhi aperti diventa subito una fatica. Li spalanca e, piano piano, roboticamente, le palpebre calano. Non c’è rimedio. Gatti combatte per tenere aperti gli occhi, li sgrana, ma è come se una forza oscura glieli facesse richiudere. Ogni volta e ogni volta. Persino un agente di polizia penitenziaria lo guarda e scuote la testa, con umana pietà. Anche se è difficile parlare di umana pietà con un imputato come questo quarantunenne. L’accusa gli ha disegnato intorno un micidiale panorama di prove a carico. Stando alla ricostruzione che ha decretato la pesante condanna, Gatti l’estate di due anni fa uccide e seziona gli zii Luisa e Aldo Donegani - rumorosi, pieni di amici e di vita, il suo esatto contrario - nel garage «trasformato in mattatoio». La sua disattenta ferocia viene scritta dalle tante macchie di sangue, che saranno scoperte grazie al luminol dei Ris dei carabinieri. Il garage si trova al piano terra della villa con i due appartamenti dove i tre protagonisti di questo incubo familiare vivevano. Perciò, approfittando delle scale comunicanti, Gatti pianifica l’azione. Infila gli oltre cento pezzi umani nei sacchi della nettezza urbana. Li carica nel portabagagli della sua Punto blu: e altre tracce inequivocabili saranno trovate sia sulla macchina, sia sotto le sue scarpe. Convinto - solo nella sua testa - di avere a disposizione un alibi a prova di detective, il carnefice prende la strada del passo del Vivione e lancia i sacchi in un dirupo, insieme - dettaglio pazzesco, ma vero - a un gambo di sedano, che aveva comprato al supermercato, e di cui aveva conservato in casa lo scontrino. Difficile, insomma, ricordare un delitto meno perfetto di questo. Ma c’era anche di più. Sulla strada del ritorno verso Brescia, Gatti, sudato per lo sforzo, confuso com’era, va quasi a sbattere contro un’altra auto. I due autisti inchiodano. E un ragazzino, molto curioso e attento, riconosce in un Tg di Canale 5, dedicato alla scomparsa dei due coniugi bresciani, il «tipo pallido», incapace di far manovra. Dopo la sua segnalazione, carabinieri, soccorso alpino e polizia forestale vanno sulla stessa strada e rintracciano i resti di Aldo e Luisa. Alla pm Claudia Moregola, nelle udienze del processo, è bastato elencare questo «diluvio di prove», come l’ha definito, per sbaragliare ogni tentativo di smontare l´accusa da parte dell’avvocato difensore Luca Broli, il quale a parlato di piste alternative, senza però fornirne mezza. «Io non c’entro», ha ripetuto ossessivamente Gatti nei ventidue mesi di carcere e nell’aula del processo, ma nessuno gli ha creduto. «Speriamo che sconti tutta la pena», dicevano ieri i parenti degli uccisi, che finalmente saranno sepolti. «Non ridiamo la vita, ma è stato un atto di giustizia verso uno che non solo ha ucciso, ma ha puntato alla distruzione dei corpi delle vittime», aggiunge il procuratore capo Giancarlo Tarquini. Quasi inutile aggiungere che la difesa preannuncia già il ricorso in appello, anche se una copia dell’arringa appassionata sembra sia stata chiesta in procura, per valutare se l’avvocato non abbia esagerato nell’imitazione dei metodi hard di Carlo Taormina. Questa condanna, che prevede anche un risarcimento di 80mila euro per ciascun erede e l’isolamento diurno per tre anni, appare comunque difficilmente ribaltabile. A meno che, forse, non si indaghi un po’ di più nell’unica direzione realistica: e cioè, come ha suggerito persino l’avvocato delle parti civili, Giovanni Orlandi, dentro la mente dell’assassino. Di quest’uomo che non sa tenere gli occhi aperti, questo assassino stanco e solo da far compassione, mai laureato, che vaneggiava di essere «assistente al Politecnico di Milano», di studiare nuovi congegni, di essere «tanto impegnato». Anche se dagli increduli carabinieri erano state contate, in un anno, cinque chiamate sul suo cellulare. Una delle quali al proprio numero di casa. Piero Colaprico