Michele Ainis, La Stampa 12/6/2007, 12 giugno 2007
Michele Ainis La legge sul conflitto d’interessi oggi debutta alla Camera. Meglio tardi che mai, verrebbe da osservare
Michele Ainis La legge sul conflitto d’interessi oggi debutta alla Camera. Meglio tardi che mai, verrebbe da osservare. Perché questa disciplina marca la distinzione tra sfera pubblica e privata, formulata da Aristotele già nel IV secolo a.C.; e perché senza un argine ai conflitti d’interesse non c’è spazio per l’etica pubblica di cui si nutre lo Stato di diritto. questa la lezione che s’affaccia dai libri di storia americana. Già al tempo della guerra d’indipendenza George Washington puntava l’indice contro i pubblici ufficiali che lucravano sulla propria posizione, e il monito in questione è stato poi variamente ripetuto dai suoi immediati successori. Sicché negli Usa i primi scampoli di legge risalgono al 1853; la prima disciplina organica fu invece approvata un secolo più tardi, nel 1963, su iniziativa del presidente Kennedy. Dopo d’allora la normativa s’è ulteriormente raffinata, specie in seguito allo scandalo del Watergate; e infatti il successore di Nixon, Jimmy Carter, si rese artefice dell’Ethics in Government Act, che dal 1978 ha messo un tappo alla commistione fra interessi pubblici e intrallazzi privati. E l’Italia? Anche da noi i primi scandali risalgono all’età dei padri fondatori: in Assemblea costituente nel febbraio 1947 Finocchiaro Aprile denunziò il caso dell’onorevole Vanoni, che aveva riscosso quasi tre milioni da una banca, trattenendone per sé una parte e versando la somma residua nelle casse del proprio partito. La differenza con gli Stati Uniti è che noi ci abbiamo dormito sopra, salvo svegliarci poi di soprassalto quando un magnate delle televisioni (nel 1994) si è messo in tasca le chiavi del governo. L’ulteriore differenza è che da allora il conflitto d’interessi si è trasformato in merce di baratto o di ricatto della sinistra nei confronti della destra, ieri in cambio d’una Bicamerale, oggi di una riforma elettorale; e infatti sin qui l’unica legge l’ha approvata il centro-destra (nel 2004, dieci anni dopo l’avvistamento del problema), anche se il suo principale effetto è consistito nella sostituzione di Berlusconi con Galliani alla presidenza del Milan. Sicché è sparito il conflitto, sono rimasti gli interessi. Però questi ultimi non toccano solo Berlusconi, perché abbiamo in circolo almeno un paio d’imprenditori che governano rispettivamente il Friuli-Venezia Giulia e la Sardegna (Illy e Soru), nonché a Messina un sindaco di centro-sinistra (Genovese) che è altresì azionista della società di traghetti che attraversa lo stretto di Messina. Tutti in conflitto d’interessi, ma in buona armonia con i propri interessi personali. Come del resto i tanti deputati e senatori tuttora inchiodati alle loro poltrone di amministratori di società pubbliche, benché la legge del 1953 sulle incompatibilità parlamentari glielo vieti espressamente. Un réportage di Rizzo sul Corriere della sera li elenca con nome e cognome, dal leghista Dario Fruscio al verde Camillo Piazza, da Giorgio Oppi dell’Udc al forzista Sestino Giacomoni e a vari altri. In tutti questi casi la legge c’è da mezzo secolo; c’è inoltre una tradizione normativa che risale all’unità d’Italia (la prima iniziativa contro le incompatibilità risale al 1864, benché fu poi tradotta in legge soltanto dopo 13 anni); ma in nome dell’autonomia parlamentare ne è giudice la Giunta per le elezioni, che in genere provvede all’ultimo minuto della legislatura, quando i buoi sono ormai scappati dalla stalla. E ciò dimostra che non è affatto sufficiente una buona legge sul conflitto d’interessi, se poi nessuno ha voglia d’applicarla. micheleainis@tin.it Stampa Articolo