la Repubblica 12/6/2007, 12 giugno 2007
REPUBBLICA SUL CASO GUSTAVO SELVA E L’AMBULANZA
ROMA - La burla finisce male. Finisce col senatore Gustavo Selva costretto alle dimissioni con un solenne «le mie eventuali colpe politiche e i miei possibili errori non ricadano sulle istituzioni: lo devo anzitutto ai miei elettori». Non poteva fare altrimenti, l´81enne parlamentare di An con trascorso Dc, dopo la valanga di polemiche che lo aveva sommerso per la bravata di sabato, quando si era finto malato per farsi portare in ambulanza con tanto di assistenza medica negli studi tv de "La7" e aggirare così il blocco del traffico nel giorno caotico della visita del presidente Bush a Roma.
Goliardata dichiarata dallo stesso Selva nella diretta di sabato e che era finita anche su siti e giornali stranieri e che infine ieri si è colorita di altri dettagli. Come «le minacce verbali e gli spintoni» delle quali hanno parlato nella relazione inviata dal 118 al presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, gli operatori sanitari dell´ambulanza che sabato effettuava servizio vicino Palazzo Chigi. In quel documento si dice che l´anziano "Radiobelva", come era soprannominato dalla sinistra negli anni della direzione del Gr2 Rai, avrebbe «denigrato la professionalità dell´equipaggio e minacciato il licenziamento di un infermiere» se non lo avessero portato dal suo cardiologo di fiducia. Tanto che il governatore Marrazzo, dopo aver letto il testo, ha inviato tutto alla Procura della Repubblica. Con Selva in serata ancora smentiva di essersi «strappato i fili del monitoraggio tentando di togliermi l´agocannula, come invece sostenuto nella relazione dell´Ares 118».
Si asterrà nel frattempo da ogni attività al Senato, in attesa che il «tribunale» di Palazzo Madama voti le dimissioni mettendolo nelle condizioni di spiegare l´accaduto, come l´anziano parlamentare confida. E consuetudine vuole che le dimissioni vadano sempre respinte. Il fatto è che non sono bastate le interviste dell´indomani in cui Selva minimizzava (« stato un trucco da vecchio cronista») e neanche la giustificazione semi seria («Ho visto come funziona il servizio»). Gianfranco Fini, che già lo scorso anno non aveva fatto acrobazie per garantirgli il seggio, non lo ha mai sentito nelle 48 ore di bufera seguite al fatto e non a caso, raccontano i suoi. Dentro An il gelo, confermato dal plauso di ieri del suo capogruppo al Senato Matteoli («Dimissioni gesto responsabile») e tanto più dalla frustata di Gianni Alemanno: «Stendiamo un velo pietoso su una vicenda che è il brutto effetto dell´età». Le prese di distanza al limite dell´offesa personale degli alleati, dal «bullismo senile» della Mussolini allo «sconsiderato» di Calderoli, hanno fatto il resto. Molto più degli attacchi in coro di tutto il centrosinistra.
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ALESSANDRA LONGO
ROMA - «Radio Belva» non trasmette più. Per ore l´hanno cercato, anche Gianfranco Fini ci ha provato, ma Gustavo Selva si è sottratto. Cane sciolto, refrattario al gruppo, anche in quest´occasione. «Ho interrogato solo la mia coscienza», fa sapere nella nota scritta che suona provvisorio testamento. Decide lui che cosa fare e che cosa dire, esattamente come ai tempi del Gr2, dal 1975 al 1981, quando, preceduto da «un rullar di tamburi», piazzava il suo editoriale, ossessivamente, ferocemente antisovietico e anticomunista. Protagonismo mediatico inedito, molti nemici, molto onore. Secondo la vulgata fu Luigi Pintor ad affibbiargli quel soprannome che gli rimane attaccato anche in queste ore imbarazzanti. Radio Belva. Invece di offendersi, Selva, democristiano senza padrini, lo adotta subito, se ne serve come di una medaglia al valore: «Sostengo le mie idee con la forza di una belva che non sbrana, ma azzanna feroce gli argomenti». Cinque anni di massima visibilità, dopo le corrispondenze Rai da Bruxelles, Vienna, Bonn. Lui si diverte, eccome. Lo racconta a Stefano Di Michele e Alessandro Galiani in «Mal di destra»: «Quando i giornali di sinistra stavano due o tre giorni senza attaccarmi, io mi preoccupavo». Adesso, forse, si preoccupa del contrario.
Quell´esperienza («La più esaltante della mia vita») finisce bruscamente. Rimosso. Cacciato. Addio Gr2. E non per un´ambulanza presa al volo bensì per la faccenda della P2: «Il mio nome fu trovato nella lista di Gelli. Ma io non sono mai stato iscritto alla P2, ci sono 5 sentenze che lo attestano». Selva dalle nove vite, risale rabbiosamente la china. Esilio dorato a Rai Corporation, poi direzione del Gazzettino di Venezia, dall´83 all´84, dove gli piazzano uno sciopero per via di un necrologio su Benito Mussolini. Ma fascista no, non lo è, i nazisti nel ´44, a Imola, gli hanno persino rotto lo sterno. Semplicemente Selva ha deciso che la sua crociata è un´altra: l´anticomunismo. La Dc non gli ha mai dato troppo retta, gli ha fatto fare le sue prime esperienze politiche come parlamentare europeo, ma è dentro An che trova finalmente gli interlocutori. Persino un po´ troppo duri e puri, tanto che, alla fine, Radio Belva, diventato capogruppo del partito alla Camera, spara anche su alcuni di loro: «Gente abituata a gridare nelle piazze, che non è cambiata, è rimasta missina dentro. Da vecchio liberale cerco di educarli alla democrazia, ma loro sono quelli che sono». Così nel 2000, quando Storace ebbe la pensata, da presidente della Regione Lazio, di istituire una commissione per i libri di testo nelle scuole.
Selva che spariglia, che non sta zitto (del resto aveva dato dell´arteriosclerotico a Pertini). Selva l´educatore, quello che vuol togliere la Fiamma dal simbolo, si fa i suoi nemici dentro An. Nel 2002 è presidente della Commissione Esteri quando scoppia la lite con Gasparri, reo di aver evocato la P2. «Ha detto cose di cui si pentirà, che andranno lavate col sangue», è il commento. Gasparri non si spaventa: «Noi abbiamo preso per buone le sue dichiarazioni sulla P2. Si accontenti di questo e non ci rompa le scatole». Alti e bassi, rapporti faticosi, soprattutto in periferia, nel collegio veneto che lo rielegge: «Lì, in tanti, sono proprio rimasti fascisti...». Non è poi un caso che, per la sua rubrica sul "Secolo", abbia scelto questo titolo: «Io dico la mia, voi dite la vostra».
Gira il mondo, il loden di cachemire. E´ uno che parla le lingue, non sono in tanti nel partito di Fini. Presidente Commissione Affari Esteri nel 2001, rischia il botto nel 2006. Fini ha deciso di svecchiare il parterre parlamentare. Lui sente odore di fregatura e annuncia, in caso di esclusione, «una reazione implacabile». Fini lo mette in lista ma basso in classifica, a rischio. Lui, Radio Belva, ce la fa: «Ringrazio gli oltre 300 mila cittadini del Veneto che mi hanno eletto al Senato».
Sembra un lieto fine. Ma la sirena de "La7" lo induce in tentazione. Vola basso e nessuno, tra i colleghi di partito, sembra aver voglia di salvarlo.