Sergio Romano, Corriere della Sera 12/6/2007, 12 giugno 2007
Il governatore Draghi, nelle sue considerazioni di fine maggio, ha fornito un dato interessante, sconosciuto ai più: il debito pubblico pesava per il 32% sul Pil nel 1964, il 121% nel 1994; dal 1994 al 2004 è diminuito del 18% per poi risalire un poco in questi ultimi anni
Il governatore Draghi, nelle sue considerazioni di fine maggio, ha fornito un dato interessante, sconosciuto ai più: il debito pubblico pesava per il 32% sul Pil nel 1964, il 121% nel 1994; dal 1994 al 2004 è diminuito del 18% per poi risalire un poco in questi ultimi anni. Il ministro Padoa-Schioppa ha detto al Corriere: «Se noi avessimo un debito pubblico dell’80% del Pil, avremmo da spendere circa 20 miliardi l’anno in meno per il servizio al debito. Con una cifra così avremmo già decongestionato il Nord, in un Paese che si muove a fatica da Torino a Venezia, avremmo finanziato le infrastrutture giuste e avremmo messo a punto degli ammortizzatori sociali a livello delle grandi socialdemocrazie del Nord. E assicuro che il rapporto tra cittadino e Stato sarebbe cambiato». Due considerazioni: nel valutare la Prima Repubblica, da qualcuno compianta, si dovrebbe ricordare il dato fornito da Draghi, che non ha bisogno di commenti; nel Paese, inoltre, c’è poca consapevolezza, a mio parere, sulle conseguenze che comporta l’onere del debito pubblico: un giornale come il Corriere dovrebbe farsi carico di spiegarlo ai suoi lettori, con qualche articolo e qualche inchiesta, in coerenza tra l’altro con l’iniziativa intrapresa recentemente a Milano in occasione del forum internazionale fatto con l’università Bocconi. Marco Peserico marco.peserico@ virgilio.it Caro Peserico, anch’io sono stato colpito dalle parole con cui il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha concluso la sua intervista al Corriere del 6 giugno. E anch’io ho avuto l’impressione che il problema del debito pubblico italiano non sia più al centro dell’attenzione. I giornali lo hanno ricordato frequentemente nel corso degli ultimi anni e molti economisti ne hanno sottolineato l’importanza. Ma il dibattito sull’economia e sulle finanze del Paese si concentra sul tasso di crescita, sul disavanzo, sulla riforma del sistema previdenziale e sulla pressione fiscale. Pochi ricordano che il governo non può cominciare a scrivere il bilancio dello Stato, ogni anno, senza inserire subito fra i passivi una enorme somma destinata al servizio del debito, vale a dire al pagamento degli interessi dovuti ai titolari di buoni del Tesoro. E pochi sembrano rendersi conto di ciò che l’Italia avrebbe potuto fare della propria ricchezza se fosse riuscita a liberarsi da questa servitù. Una missione impossibile? Nel 1992, quando firmammo il trattato di Maastricht, l’Italia aveva un debito pubblico, calcolato in percentuale sul prodotto interno lordo, inferiore a quello del Belgio che toccò il 137,9% nel 1993. Eravamo entrambi, quindi, molto al di sopra del limite (60%) fissato dai parametri del Trattato per i Paesi che intendevano adottare, alla fine del decennio, la moneta unica. Ma il Belgio s’impegnò in una politica di risanamento dei conti pubblici che produsse in dieci anni risultati considerevoli. Il debito scese al 127% nel 1996, al 119,6% nel 1998, al 109,1% nel 2000, al 94,3% nel 2004 e all’87,7% nel 2006. Noi invece riuscimmo a ridurre considerevolmente il disavanzo, ma la diminuzione del debito si rivelò sin dall’inizio un’operazione molto più lenta. Quando era ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi sostenne che l’obiettivo sarebbe stato gradualmente raggiunto soltanto se il Paese fosse riuscito ad avere ogni anno un avanzo primario (ciò che resta in bilancio dopo il pagamento degli interessi del debito) pari al 5% del Pil. Ma negli anni del governo Berlusconi l’avanzo primario andò gradualmente riducendosi. Dovremmo quindi parlare maggiormente del nostro debito pubblico. Ma dovremmo anche chiederci, contemporaneamente, perché ciò che è possibile in Belgio sia così difficile in Italia. Giungeremo probabilmente alla conclusione che il problema non è economico, ma politico. Abbiamo un Primo ministro che ha meno poteri dei suoi maggiori colleghi europei ed è quindi incapace d’imporre una coerente linea di politica economico-finanziaria. Abbiamo governi di coalizione in cui ogni partito tira la coperta dalla sua parte e minaccia di andarsene se il bilancio non tiene conto delle sue particolari esigenze. Abbiamo una democrazia costosa e sprecona che preferisce distribuire gratifiche e prebende anziché richiamare tutti al dovere della sobrietà. E preferiamo vivere alla giornata lasciando in eredità ai figli i problemi che non abbiamo voluto affrontare.