Varie, 11 giugno 2007
FULCHIR Carlo
FULCHIR Carlo Gemona del Friuli (Udine) 12 ottobre 1962. Manager. Ex numero 1 di Finmek. Arrestato il 7 giugno 2007. «[...] Le accuse (riassunte nelle 250 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare) sono gravissime: associazione per delinquere, bancarotta, falso in bilancio, riciclaggio (per 17 milioni), malversazione ai danni dello Stato, aggiotaggio e appropriazione indebita. Tra gli indagati (con l’accusa di concorso in bancarotta) c’è anche Roberto Tronchetti Provera, fratello dell’ex numero uno di Telecom Italia, per un paio d´anni presidente della Finmek. Gli elementi raccolti dal pool della polizia tributaria lagunare (guidato dal colonnello Pier Luigi Pisano e dal tenente Francesco Mora) disegnano un quadro inquietante. In base all’accusa, Fulchir e i suoi compagni d’avventura avrebbero sistematicamente svuotato le casse della società e delle sue controllate, distraendo 150 milioni di euro, creando voci di bilancio fittizie per 650 milioni ed emettendo fatture false per 140 milioni. In tutto un buco da un miliardo che ha affondato l’intera galassia Finmek, finita in amministrazione straordinaria a fine 2004, lasciando 6mila persone senza lavoro e mandando in fumo in 150 milioni di bond emessi nel 2001 da Caboto Banca Intesa e sottoscritti da un migliaio di risparmiatori. Il responsabile numero uno del crac - secondo le carte degli inquirenti - sarebbe proprio Carlo Fulchir, l’ex enfant prodige dell’informatica italiana che grazie a una rete di relazioni bipartisan e a una grande capacità di comunicazione si era candidato a fine millennio al ruolo di risanatore dell’informatica nazionale, rilevando per un piatto di lenticchie aziende in crisi (dagli ex pc Olivetti alla Telit fino ad alcuni rami d’impresa di Italtel) per rilanciarli. Strada facendo si era guadagnato - secondo la Finanza - il ruolo di consulente dell’innovazione nel governo D’Alema, aveva aperto il cda della sua Mekfin a Umberto Minopoli uomo di Bersani, ma strizzando però l’occhio anche al fronte opposto entrando nell’azionariato del Domenicale di Marcello Dell’Utri. Il sogno del polo elettronico italiano - oliato anche da 10 milioni di contributi pubblici per progetti poi mai realizzati - si è però rivelato subito un bluff. Le aziende sono andate in crisi, i dipendenti sono rimasti per strada mentre Fulchir - secondo l’accusa - ha spolpato le società trasferendo i soldi nei suoi conti svizzeri. Lo schema era articolato. Fulchir girava i soldi in alcune società estere grazie a contratti di consulenza fittizi, a vendite di materiali e magazzini inesistenti o accendendo finanziamenti. I contanti finivano poi in un vorticoso giro di conti correnti, da Londra alle Bahamas fino alla Svizzera, dove entravano nelle disponibilità personali del manager e di sua moglie. Gli altri arrestati sarebbero invece responsabili solo di aver avvallato il meccanismo con le loro firme. I primi a sentire puzza di bruciato sono stati nel 2003 gli uomini della Deloitte. I revisori hanno avvisato la magistratura di questi strani movimenti e gli inquirenti, dopo aver passato al setaccio 713 conti correnti (20 all’estero) e dopo 17mila ore d’intercettazione, 8 rogatorie sono entrati [...] in azione per evitare la dispersione di prove. [...]» (Ettore Livini, ”la Repubblica” 876/2007).