Antonio Lodetti, Il Giornale 11/6/2007, 11 giugno 2007
Per lui gli anni non passano. sempre scanzonato, sgarruppato e la sua filosofia popolare fa ridere, pensare e non passa mai di moda
Per lui gli anni non passano. sempre scanzonato, sgarruppato e la sua filosofia popolare fa ridere, pensare e non passa mai di moda. Quest’inverno lo abbiamo rivisto in tv, più in forma che mai con le sue gag al fianco di Cochi e Renato in Stiamo lavorando per noi. La vis comica non si perde, e non può certo perderla il sor Lino Toffolo da Murano, cresciuto a Milano negli anni gloriosi del Derby a pane e cabaret e sempre sulla breccia. «Anche se nella vita ci sono tre stadi - dice sornione -: giovane, adulto e ”ti vedo bene”. Quando cominciano a vederti bene sei rovinato. Ma il colpo di grazia è ”sei giovanile”: in quel caso scatta la denuncia». Quindi dov’è il segreto? «Mai arrendersi; neanche pensarci e guardare avanti. Ho partecipato volentieri allo show di Cochi e Renato perché non era un amarcord. Anzi, li ho trovati belli freschi di giornata, con sketch divertenti e canzoni disinserite dai soliti filoni. stata una bella rimpatriata. Mi sono sentito ancora a mio agio. Anche se ogni tanto m’arrivavano dei soprassalti di malinconia nel non vedere attorno amici come Lauzi e Andreasi. Mi dicevo, che siano in ritardo? Che abbiano sbagliato teatro? (che non sarebbe stata una cosa tanto strana). Al Derby dicevo che eravamo un gruppo: come il sangue. Era un avviso per l’Avis». Toffolo non si bea dell’autocompiacimento del come eravamo. «La nostalgia delle vecchie foto è tempo perso. A meno che tu non sia un contemplativo. Ma allora è meglio guardare i tramonti». Quindi il sor Toffolo ha navigato gagliardamente tra canzone, cinema, teatro, farsa... Ballate in dialetto come Le carrozzelle, il lancio nazionale con l’immortale personaggio dell’ubriaco, film come Culastrisce e Beati i ricchi, tanta tv e teatro (da Goldoni a Benatzky), insomma un inquieto, artista poliedrico, oppure... «In realtà sono un cialtrone molto curioso che è sempre saltato nel prato del vicino. L’erba non era sempre così verde, ma ho trovato spesso dei bei fiori imprevisti». E continua con la sua simpatica cadenza veneziana: «Sono un ingenuo incosciente, (da noi si dice anche «mona») ma per me tutte le forme artistiche fanno parte della stessa minestra. Ho stropicciato vari generi senza tanto riguardo, e il pubblico mi ha premiato. D’altra parte se per scrivere una canzone pensi a Mozart e Schubert, per una commedia a Goldoni e Shakespeare, per un film a Fellini e Wilder ti si congelano le mani e devi chiedere al 113 di mandare qualcuno con il phon. Devi provarci senza timori, e magari scopri che funziona». Quindi ha anche una sua teoria sull’artista, che lui chiama «auto-salvagente». «L’artista non può essere intelligente e colto, ma deve essere obbligatoriamente se stesso. Ogni individuo è un colore diverso dagli altri, ma sempre originale. Cercare di tingersi per emergere è tempo perso, al massimo si riuscirà a diventare una bella imitazione». Per questo a differenza di Jannacci non s’è buttato sul rock ma porta in giro il suo piccolo mondo antico veneziano. «Sono nato in Laguna, ho il sangue salato. Parlo, penso (si fa per dire) e mi arrabbio in veneziano. In dialetto pensiero-parola sono immediati, posso inventare vocaboli. Parlando italiano devo tradurre. Tra l’altro ai veneti mancano i muscoli facciali per parlare italiano. Oltre alle doppie, ci mancano proprio i suoni. La zeta di pizza non l’abbiamo: diciamo ”pissa”. Il mio linguaggio è ispirato al salotto veneziano del ”700: dove dicevano le cose più tremende ma in modo elegante e mai volgare. Oggi è d’obbligo essere sintetici. Lo faccio scrivendo da 23 anni sul