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 2007  giugno 11 Lunedì calendario

ROMA - C´è

chi si è beccato un virus, chi ha messo su un´organizzazione criminale e chi ha guadagnato milioni di dollari tutti legali: sono le diverse storie che si intrecciano dietro un fenomeno che sta diventando molto importante. Il typosquatting. Capita a tutti di scrivere un indirizzo sbagliato, sul browser. Un tempo, ci si trovava di fronte a una pagina d´errore. Adesso, sempre più spesso, appare invece una pagina che contiene un virus oppure pubblicità che porta soldi nelle tasche di qualche furbone. Basta una disattenzione e digitare www.repibblica.it invece di www.repubblica.it. Si finisce in un sito con l´immagine accattivante di una ragazza ("Claudia86") e la promessa di un video. In realtà, il sito cerca subito di installare un virus (per l´esattezza, un trojan, cioè un cavallo di troia) sul computer e altra robaccia viene scaricata se si clicca sui link presenti. « un fenomeno che ha colpito l´Italia nei giorni scorsi, con circa mille siti fasulli registrati, dove si nascondono trojan che, una volta installati sul computer, lo consegnano nelle mani dei pirati», spiega Gastone Mencini, manager di Trend Micro, azienda di sicurezza informatica. I siti truffa sono nomi storpiati anche di Alitalia, Gazzetta dello Sport, Virgilio, Tiscali, Corriere della Sera, Ferrari, Libero e altri. E a rischio ci sono i dati personali, le e-mail. L´unico rimedio è dotarsi di antivirus aggiornati.
Ma con il typosquatting è possibile fare anche soldi puliti: come i 300 milioni di dollari di Kevin Ham. Medico di origini coreane, 37 anni, figlio di un proprietario di lavanderia, ora occupa il 27esimo piano di un grattacielo di Vancouver. La sua storia è stata appena rivelata dalla rivista Business 2.0. L´idea geniale è stata di stringere un accordo con il governo del Camerun, nel 2000. Tutti gli utenti che digitavano un indirizzo con un nome famoso seguito da .cm invece del classico .com, erano dirottati dal governo del Camerun (che gestisce i domini .cm) a una pagina di Ham, contenente pubblicità. Quando Ham ha fiutato il rischio di grane legali, ha venduto alcuni di questi siti o li ha restituiti ai possessori del marchio, ma intanto sui refusi aveva costruito un impero.