Francesco Grignetti, La Stampa 7/6/2007, 7 giugno 2007
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Venticinque anni di indagini, duecento faldoni, dieci pentiti e centocinquantamila pagine di interrogatori e perizie non sono bastati. La procura di Roma riteneva di aver incastrato il Quartetto del Male, ovvero l’alleanza criminale tra il Faccendiere, il Mafioso, il Malavitoso e il Contrabbandiere per uccidere il Grande Banchiere. E invece no. La Corte d’assise, presieduta da Mario Lucio d’Andria, ha assolto i quattro imputati per l’omicidio di Roberto Calvi. L’ipotesi che la mafia avesse allungato la sua mano sul banchiere milanese, trovato morto sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, il 18 giugno 1982, non ha retto. I ben noti Flavio Carboni, Pippo Calò, Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor sono stati assolti perché manca la prova. Assoluzione con formula piena per Manuela Kleinszig. Resta il fatto che la Corte ritiene che sia stato un assassinio. E di questo il pm Luca Tescaroli è contento: «E’ un successo che a venticinque anni dal fatto la Corte abbia stabilito che si è trattato di un omicidio». E’ quanto rimarca anche l’avvocato Dario Piccioni, che nel processo ha rappresentato come parte civile Carlo Calvi: «L’assoluzione per insufficienza di prove significa che queste sono insufficienti e contraddittorie, ma al tempo stesso non si può dire che il castello accusatorio sia franato. Certo, dopo venticinque anni è difficile andare avanti».
E’ sempre stata una storia misteriosa, la fuga e la morte (impiccato sotto un ponte londinese, con diversi mattoni in tasca) di Roberto Calvi. Secondo il pm Luca Tescaroli, il quartetto aveva organizzato l’uccisione del banchiere per punizione, ma anche per bloccarlo. Sarebbero stati almeno tre, infatti, i motivi che si nascondevano dietro il delitto: la cattiva amministrazione del denaro di Cosa Nostra, che si ritiene venisse riciclato attraverso il Banco Ambrosiano; la possibilità che il banchiere, in crisi personale ed economica, spifferasse i suoi segreti; l’ipotesi di sostituirsi a lui. La Corte, al contrario, ha accolto le tesi difensive dei legali Renato Borzone, Oreste Flamini Minuto, Massimo Amoroso e Corrado Oliviero: ha ritenuto che le prove non fossero sufficienti.
Naturalmente non è escluso che Tescaroli ricorra in appello. La sua ricostruzione è indubbiamente suggestiva e si addentra nei misteri d’Italia. C’entrerebbero la P2, a cui era legato Carboni, ma anche lo Ior, la banca vaticana che garantiva per Calvi, e poi la mafia, che aveva affidato al Banco Ambrosiano molte delle sue ricchezze, e in ultimo era entrata in gioco anche la Banda della Magliana, attraverso il boss Ernesto Diotallevi, che si sarebbe «preoccupato» di costruire la trappola in cui Calvi cadde. «Dopo essersi appropriato di 19 milioni di dollari del Banco Ambrosiano e aver beneficiato di finanziamenti di società collegate al Banco stesso - aveva scritto il magistrato - il faccendiere Flavio Carboni induceva Roberto Calvi ad affidarsi a lui per trovare soluzione alle pressioni giudiziarie e per recuperare il denaro necessario a risolvere la crisi del Banco Ambrosiano».
Questo scenario non ha retto al dibattimento e ne è molto soddisfatto l’avvocato Renato Borzone, difensore di Carboni: «Erano venticinque anni che lo si dava per colpevole. Ora è schiantato un teorema accusatorio fondato sul nulla. Resta la domanda che si pose Leonardo Sciascia nel 1982: perché si preferisce il bel giallo invece di cercare la verità?».
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